Mirsky: “Dopo il voto Onu, Netanyahu più debole ma non si darà per vinto”
dalla nostra inviata Anna LombardiGERUSALEMME – «Il solo fatto che Hamas abbia espresso pubblicamente la propria opinione sulla risoluzione americana, sostenendo che gli emendamenti non bastano a stabilizzare Gaza, un opinione che probabilmente dovremo prendere in considerazione, dimostra che il premier Netantyhau ha fallito». Yehudah Mirsky è professore di studi mediorientali alla Brandeis University. Ha lavorato lungamente all’Ufficio dei diritti umani del Dipartimento di Stato americano durante l’amministrazione Clinton.
In cosa consiste il fallimento ?
«Netanyahu ha fatto il possibile per non raggiungere gli obiettivi che lui stesso si era prefissato: perché cambiare regime a Gaza avrebbe richiesto proprio il tipo di sforzo previsto dalla risoluzione Onu. Ovvero, lavorare a creare una valida alternativa di governo palestinese nella Striscia. Non lo ha fatto per non alienarsi gli alleati della destra messianica, i ministri che gli tengono in piedi il governo. E ora gli sta ritorcendo contro».
Gli stessi che o…
GERUSALEMME – «Il solo fatto che Hamas abbia espresso pubblicamente la propria opinione sulla risoluzione americana, sostenendo che gli emendamenti non bastano a stabilizzare Gaza, un opinione che probabilmente dovremo prendere in considerazione, dimostra che il premier Netantyhau ha fallito». Yehudah Mirsky è professore di studi mediorientali alla Brandeis University. Ha lavorato lungamente all’Ufficio dei diritti umani del Dipartimento di Stato americano durante l’amministrazione Clinton.
In cosa consiste il fallimento ?
«Netanyahu ha fatto il possibile per non raggiungere gli obiettivi che lui stesso si era prefissato: perché cambiare regime a Gaza avrebbe richiesto proprio il tipo di sforzo previsto dalla risoluzione Onu. Ovvero, lavorare a creare una valida alternativa di governo palestinese nella Striscia. Non lo ha fatto per non alienarsi gli alleati della destra messianica, i ministri che gli tengono in piedi il governo. E ora gli sta ritorcendo contro».
Gli stessi che ora lo criticano per la svolta americana.
«I suoi partner di coalizione sono molto arrabbiati. Ma sanno che, politicamente, Bibi è la loro unica possibilità di governo. Sono impopolari e perderanno le prossime elezioni. Questo li mantiene uniti, più di quanto possano detestarsi».
Il premier è dunque debole? cosa accadrà?
«È più debole: ma è anche uno che non si dà mai per vinto. Osservatore acuto della società israeliana e fine demagogo populista, ha finora sempre trovato il modo di rinvigorire la sua base. Per dire, sa che è il momento di tenere a freno i suoi compagni di coalizione. E dunque ieri ha usato parole forti contro la violenza dei coloni, facendo smantellare un insediamento illegale nella cosiddetta area C. Il suo approccio al potere è da decenni una combinazione di audacia tattica e cautela strategica. È pronto a fare qualunque cosa per la sua sopravvivenza politica. Se necessario, anche ad abbracciare la risoluzione Onu domani».
La società civile israeliana come la vede?
«Innanzitutto, è grata a Donald Trump per aver fatto quel che Bibi non faceva: fermare la guerra e ottenere il rilascio degli ostaggi. Oggi è certo spiazzata dall’ipotesi di uno Stato palestinese formulata da un presidente americano repubblicano: finora era appannaggio dem. L’israeliano medio, il centrista non messianico, è contrario alla soluzione a due Stati soprattutto perché ritiene che gli apparati politici palestinesi siano corrotti e poco credibili. Per questo è molto importante il passaggio della risoluzione dove si dice che “i palestinesi devono riformare le loro istituzioni”».
E cosa pensano dell’ipotesi di un Comitato di Pace per gestire la transizione a Gaza?
«La maggior parte degli israeliani vuol prendere le distanze da Gaza. Nessuno dimentica che le comunità attaccate il 7 ottobre erano composte da persone di sinistra, che avevano dedicato la vita a migliorare le condizioni dei palestinesi. Qui la gente è esausta, la necessità di richiamare costantemente i riservisti ha messo in crisi aziende e famiglie. Nessuno vuol ritrovarsi di nuovo nel pantano della sicurezza nella Striscia. Insomma, sono aperti all’idea di una presenza militare multinazionale che porti Gaza verso l’autogoverno».