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L’esperta: “Mohammed bin Salman non poteva aprire a Netanyahu dimenticando Gaza”

(reuters)

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Intervista a Cinzia Bianco, che segue i Paesi del Golfo per lo European Council on Foreign Relations. “Per avere un ruolo primario nel mondo post-petrolio l’Arabia deve crescere in settori strategici come IA e minerali. E non può farlo da sola”
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Cinzia Bianco è l’esperta che segue i Paesi del Golfo per lo European Council on Foreign Relations. Autrice del volume “Le monarchie arabe del Golfo” (edito dal Mulino), è una delle maggiori studiose dell’area, regolarmente presente sulle colonne del Financial Times e il Wall Street Journal. Da anni segue l’evoluzione dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, nelle sue spinte riformatrici così come nelle sue pulsioni repressive.

Mbs mancava dalla Casa Bianca dal 2018. Allora si presentò come un grande riformatore, poi venne travolto dal delitto Khashoggi: oggi in cosa è diversa questa visita?

«È diversa la posizione di Mohammed bin Salman: oggi è de facto, anche se non de iure, il re dell’Arabia Saudita, avendo eliminato ogni possibile alternativa a livello interno. Non solo: a livello regionale nel 2018 molti Paesi erano scettici all’idea di affidare la leadership ai sauditi con un leader così giovane e poco cauto, ma ormai hanno accettato di conferire a Mbs un ruolo guida, anche p…

Cinzia Bianco è l’esperta che segue i Paesi del Golfo per lo European Council on Foreign Relations. Autrice del volume “Le monarchie arabe del Golfo” (edito dal Mulino), è una delle maggiori studiose dell’area, regolarmente presente sulle colonne del Financial Times e il Wall Street Journal. Da anni segue l’evoluzione dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, nelle sue spinte riformatrici così come nelle sue pulsioni repressive.

Mbs mancava dalla Casa Bianca dal 2018. Allora si presentò come un grande riformatore, poi venne travolto dal delitto Khashoggi: oggi in cosa è diversa questa visita?

«È diversa la posizione di Mohammed bin Salman: oggi è de facto, anche se non de iure, il re dell’Arabia Saudita, avendo eliminato ogni possibile alternativa a livello interno. Non solo: a livello regionale nel 2018 molti Paesi erano scettici all’idea di affidare la leadership ai sauditi con un leader così giovane e poco cauto, ma ormai hanno accettato di conferire a Mbs un ruolo guida, anche perché loro sono in difficoltà. Questo vale anche per una nazione stabile e prospera come il Qatar, che oggi è di fatto il braccio destro di Riad. Infine, a livello internazionale Mbs ha diversificato le sue alleanze, aprendo alla Russia e alla Cina: questo ha costretto gli Stati Uniti, già con l’Amministrazione Biden, a fare passi indietro per riavvicinarsi all’alleato».

Dimenticare Khashoggi è sembrato un imperativo ieri nello Studio ovale…

«Essendo la leadership di Mbs una realtà ormai imprescindibile, mettere da parte l’affaire Khashoggi è questione di necessità: lo era già sotto l’Amministrazione Biden, che prima ha reso pubblico il rapporto in cui la Cia accusa Mbs e poi se lo è di fatto dovuto rimangiare, perché il sostegno dei sauditi era fondamentale all’America per restare a galla nel mercato petrolifero».

Questo viaggio ha principalmente obiettivi economici: perché il tema è così vitale per un Paese ricco come l’Arabia Saudita?

«L’Arabia Saudita è diventata importante nel mondo per le sue risorse petrolifere. Ora vuole usarle per diventare un interlocutore geo-economico nell’era post-petrolio: per farlo ha bisogno dell’appoggio americano per raggiungere la leadership sui nuovi filoni geo-economici globali. Intelligenza artificiale, connettività regionale e globale, minerali critici: cose che comprano un biglietto di accesso al tavolo dei grandi».

Mancano quattro anni alla scadenza di Vision 2030, il programma di riforme economiche con cui nel 2016 Mbs ha promesso di rivoluzionare quello che era il Paese più conservatore del mondo: a che punto siamo?

«Su alcuni punti ci sono importanti passi avanti: occupazione femminile, occupazione dei giovani, entertainment, turismo, riduzione della dipendenza dal petrolio. Ma siamo lontani dalle ambizioni del 2016: il Paese dipende dal petrolio e il trend di cambiamento non è così rapido, gli investimenti stranieri sono deludenti, i mega-progetti sono in fase di crisi. I sauditi hanno capito che è meglio usare i loro soldi per progetti come la ricostruzione di Gaza o gli investimenti negli Usa: necessari per avere l’appoggio di Trump».

A cui però Mbs ha detto “no” su un punto fondamentale come l’allargamento dei Patti di Abramo.

«Mbs non può firmare un accordo con Netanyahu, che è il volto di una guerra - quella di Gaza - che ha sconvolto l’opinione pubblica del suo Paese e del mondo arabo, e di uno Stato che ha attaccato tanti Paesi della regione, compreso il Qatar. Israele non è più visto come un alleato per contenere l’Iran, ma come una minaccia di destabilizzazione. L’allargamento dei Patti di Abramo oggi è impossibile: se Mbs lascia qualche spiraglio è solo perché non può dire “assolutamente no” a Trump».

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