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L’ex premier britannico John Major: “La Brexit? Un flop e una follia collettiva. Torniamo in Europa”

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Il leader conservatore, oggi 82 anni, durissimo contro l’uscita di Londra dall’Ue: “Una pazzia isolarci, mentre siamo minacciati da Russia e Cina. Siamo più poveri e più deboli. Bisogna rientrare nel mercato unico europeo, aspettando una nuova generazione che ci possa riportare in Ue”
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LONDRA - “La Brexit? È un flop, un atto di follia collettiva. Non c’è tempo da perdere, bisogna tornare in Europa”. A parlare è l’ex primo ministro britannico Sir John Major: 82 anni, di cui sette al Numero 10 di Downing Street, la colonna dei conservatori si scaglia contro l’uscita di Londra dall’Ue in un straordinario discorso alla London School of Economics, tenuto ieri sera. In cui ha parlato a lungo di Brexit e dei danni irreversibili che secondo lui sta provocando al Regno Unito, ma anche della minaccia dei populismi e dell’autoritarismo che erode sempre più la democrazia nel mondo.

"In un atto di follia collettiva”, ha esordito Major, “nel 2016 il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea. In tutto il mondo, i nostri nemici hanno festeggiato, mentre i nostri amici si sono disperati. Abbiamo lasciato l’Europa con un voto di minoranza — appena il 37% dell’elettorato totale — dopo una campagna referendaria segnata da disinformazione e falsità. Questo ha reso il nostro Pa…

LONDRA - “La Brexit? È un flop, un atto di follia collettiva. Non c’è tempo da perdere, bisogna tornare in Europa”. A parlare è l’ex primo ministro britannico Sir John Major: 82 anni, di cui sette al Numero 10 di Downing Street, la colonna dei conservatori si scaglia contro l’uscita di Londra dall’Ue in un straordinario discorso alla London School of Economics, tenuto ieri sera. In cui ha parlato a lungo di Brexit e dei danni irreversibili che secondo lui sta provocando al Regno Unito, ma anche della minaccia dei populismi e dell’autoritarismo che erode sempre più la democrazia nel mondo.

"In un atto di follia collettiva”, ha esordito Major, “nel 2016 il Regno Unito ha votato per lasciare l’Unione Europea. In tutto il mondo, i nostri nemici hanno festeggiato, mentre i nostri amici si sono disperati. Abbiamo lasciato l’Europa con un voto di minoranza — appena il 37% dell’elettorato totale — dopo una campagna referendaria segnata da disinformazione e falsità. Questo ha reso il nostro Paese più povero, più debole e separato dal più ricco mercato di libero scambio che la storia abbia mai conosciuto (quello europeo, ndr). L’interesse nazionale è stato messo da parte in favore di false speranze e promesse”.

"False speranze e promesse che neppure un governo dominato da ferventi sostenitori della Brexit è riuscito a mantenere”, accusa Major, “intanto, i danni previsti dell’uscita dall’Unione Europea sono diventati fin troppo evidenti. E non è certo una consolazione che oggi la maggioranza dell’opinione pubblica britannica riconosca di essere stata ingannata dalla Brexit”.

"I brexiteer avevano previsto che altri Paesi avrebbero seguito il loro esempio e lasciato l’Unione Europea. Nessuno lo ha fatto”, nota Major, “tutti hanno compreso molto chiaramente che la Brexit era stracolma di svantaggi. Difatti, nessun altro Paese è uscito dall’Ue nel frattempo, mentre sono nove le nazioni che ora desiderano entrarvi: mi pare eloquente come il mondo abbia giudicato la decisione britannica di abbandonare l’Ue. Non molto tempo fa, il Regno Unito si compiaceva del suo ruolo di membro di primo piano dell’Unione Europea, un’Unione di mezzo miliardo di cittadini, ed era il più stretto alleato degli Stati Uniti, la maggiore superpotenza mondiale. Oggi sappiamo di non essere più né l’uno né l’altro. E lo sa anche il mondo”.

"Abbiamo molto da offrire ai nostri partner”, assicura Major, “le nostre risorse nazionali renderebbero l’Unione Europea più forte e meglio attrezzata per affrontare un futuro incerto, molto più di quanto i nostri leader ammettano. Il nostro futuro collettivo richiede un’Europa in grado di agire come una superpotenza economica accanto a Stati Uniti e Cina. L’alternativa è rimanere subordinati ai venti politici ed economici americani e cinesi. Conosco i limiti dell’Unione Europea — li ho vissuti per molti anni — ma in un mondo pericoloso e incerto, con due superpotenze imprevedibili, credo che il futuro del Regno Unito sia più sicuro e più solido dal punto di vista economico all’interno di un potente blocco di nazioni europee”.

"Ma non possiamo semplicemente bussare alla porta dell’Unione Europea e dire: “Vorremmo rientrare”, ammette con rammarico Major. "Troppo sangue diplomatico e politico è stato versato per immaginare ora un ritorno facile. Esistono molti ostacoli al rientro a pieno titolo in Europa, e sarà difficile superarli, forse per molti anni. Detto questo, ci sono ambiti in cui possiamo cominciare e guardare avanti. La verità è che l’Unione Europea è troppo importante perché il Regno Unito resti fuori dai suoi processi decisionali. E il cambiamento dell’opinione pubblica nel nostro Paese potrà aiutare”.

"Oltre metà dell’elettorato britannico ritiene ora che sia stato un errore lasciare l’Ue, e meno di un terzo sostiene ancora quella scelta”, ricorda l’ex primo ministro britannico. "Tra i giovani, il sostegno alla Brexit scende addirittura al 13%. La tendenza è inarrestabile. Per questo è molto deludente che governo e opposizione siano così timidi nelle loro ambizioni politiche. Laburisti e conservatori sono terrorizzati da ciò che resta dell’elettorato pro-Brexit: non cercano di convincerlo, non parlano degli svantaggi che il Paese sta subendo, e semplicemente nascondono la questione, facendo nulla per gli interessi economici e politici della nazione. Non si tratta di discorsi astratti: riguarda il vostro tenore di vita, il nostro modo di vivere. I nostri interessi economici e politici non potrebbero essere più chiari, ma i calcoli politici di breve periodo hanno la priorità sull’interesse nazionale”.

"La Brexit è un fallimento”, attacca Sir John, “e non risorgerà dal suo letto di morte. Sta costando al Paese 100 miliardi di sterline di commercio ogni anno. Seri economisti prevedono una perdita cumulata di 311 miliardi di sterline entro il 2035, insieme a 3 milioni di posti di lavoro in meno e a un calo dei livelli di scambio con l’Ue. Molte piccole e medie imprese sono state semplicemente schiacciate dalla burocrazia e non trovano più conveniente commerciare con l’Europa. È sconcertante. […] I nuovi accordi commerciali con altri Paesi post Brexit, teoricamente pensati per compensare la perdita degli scambi europei, non lo hanno fatto: la maggior parte sono semplici rinnovi di vecchi accordi. Questo è un dato di fatto, non una congettura”.

"Per quanto lo desideri”, continua l’ex leader conservatore, dello stesso partito che ha promulgato il referendum sulla Brexit nel 2016, "non prevedo un ritorno rapido alla piena adesione all’Unione Europea. Abbiamo perso, probabilmente per sempre, le condizioni favorevoli ottenute nelle negoziazioni degli anni Ottanta e Novanta. Un rientro totale è quasi certamente irraggiungibile nei prossimi anni, almeno finché una nuova generazione di politici pro-europei non prenderà il comando e la voce dei brexiteer tornerà ai margini”.

"Negli anni post-Brexit è diventato lampante che è nel nostro interesse costruire un rapporto migliore con l’Ue come istituzione e, bilateralmente, con i singoli stati membri. Il governo laburista (di Starmer, ndr) ha fatto alcuni passi modesti, ma positivi. Non sono rivoluzionari, ma contribuiscono a ricostruire la fiducia. Sono in discussione ulteriori forme di collaborazione, come programmi di mobilità giovanile e l’integrazione nel mercato elettrico. Speriamo possano essere concordati”.

"Spero che sia possibile valutare il ritorno nell’unione doganale europea e, successivamente, nel Mercato Unico della Ue”, è l’auspicio finale di Major. “Nessuno dei due passaggi sarà facile o indolore. Ma se si potrà raggiungere un accordo equo, esso sarà accolto con favore dal mondo del commercio, dalla maggioranza del Parlamento e dai pragmatici ovunque. E si può fare. Potremmo persino essere aiutati dalla volontà dei nostri vicini europei di costruire una presenza militare più ampia in Europa, sempre all’interno della Nato, vista la minaccia della Russia. La capacità militare britannica è importante per l’Europa, se decidessimo di impegnarci di nuovo. Un accordo si può raggiungere: è nell’interesse di tutti".

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