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La presidenza Trump ora mostra le prime crepe

(reuters)

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Lo scandalo Epstein è diventato una battaglia politica per il presidente Usa con i repubblicani che lo sfidano costringendolo al voto per la pubblicazione dell’archivio del finanziere pedofilo
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Lo scandalo del racket pedofilo legato al finanziere Jeffrey Epstein, con le troppe vittime innocenti, si muta in sorda battaglia politica Usa. I parlamentari repubblicani sfidano il presidente Donald Trump, forzandolo al voto per la pubblicazione dello sterminato archivio Epstein, oltre 300.000 file, malgrado i consiglieri della Casa Bianca abbiano pressato i deputati recalcitranti come Lauren Boebert, fra urla e indici puntati nella Situation Room. La Camera ha votato sì perché il Grand Old Party repubblicano cambia.

Nei comizi d’estate 2024, la trasparenza sulle trame sordide aveva la rabbia dei grillini d’un tempo, rauca e ingenua passione di svelare i segreti oscuri del nemico odiato. Rieletto, e deciso a cambiare Usa e mondo a sua immagine, il presidente muta parere: che Epstein torni sepolto tra i fantasmi. Invece, i dossier delle violenze sessuali, rivendicati dalla base trumpiana in autodafé populista, distraggono il presidente da scorribande in Venezuela e dazi sugli spaghet…

Lo scandalo del racket pedofilo legato al finanziere Jeffrey Epstein, con le troppe vittime innocenti, si muta in sorda battaglia politica Usa. I parlamentari repubblicani sfidano il presidente Donald Trump, forzandolo al voto per la pubblicazione dello sterminato archivio Epstein, oltre 300.000 file, malgrado i consiglieri della Casa Bianca abbiano pressato i deputati recalcitranti come Lauren Boebert, fra urla e indici puntati nella Situation Room. La Camera ha votato sì perché il Grand Old Party repubblicano cambia.

Nei comizi d’estate 2024, la trasparenza sulle trame sordide aveva la rabbia dei grillini d’un tempo, rauca e ingenua passione di svelare i segreti oscuri del nemico odiato. Rieletto, e deciso a cambiare Usa e mondo a sua immagine, il presidente muta parere: che Epstein torni sepolto tra i fantasmi. Invece, i dossier delle violenze sessuali, rivendicati dalla base trumpiana in autodafé populista, distraggono il presidente da scorribande in Venezuela e dazi sugli spaghetti italiani al 107%, con le file del partito ad agitarsi. In Indiana, malgrado mesi di pressioni per ridisegnare i distretti elettorali a favore di Trump, visite del vicepresidente Vance, blandizie e rabbuffi, i repubblicani locali hanno ribadito il no, come in Kansas.

Al Senato, il partito boccia Trump sull’abolizione del filibuster, le norme sull’ostruzionismo: i veterani, come il senatore Lindsey Graham, sanno che, prima o poi, si torna all’opposizione e bloccare il governo servirà. Perfino la deputata Marjorie Taylor Greene, già vestale del trumpismo, attacca «il caro Donald» su immigrazione e politica estera, ricevendo in cambio salve di insulti via social media. Mike Madrid, stratega repubblicano, spiega al Wall Street Journal: è il segnale di una prima frattura nella base di Trump, è la fisica della politica, un leader non rieleggibile vedrà tanti scappargli dall’orbita.

Non equivocate, malgrado la debacle Epstein Trump resta saldo al potere, ma la sua presa su Washington non è più assoluta. I senatori autorevoli, i deputati timorosi degli elettori moderati, gli eterni iconoclasti alla Rand Paul, stanno imparando a dirgli No thank you, Mr. President. La Casa Bianca nega, la portavoce Karoline Leavitt ringhia, «Trump è leader indiscusso del partito». Vero, perché Trump può rovinare la carriera a un deputato dissidente con l’endorsement negativo alle primarie, soprattutto nei distretti “rossi” rurali. La paura non è però più paralizzante, cinque senatori repubblicani hanno votato contro i dazi del 50% imposti al Brasile: due vicini a ritirarsi, due moderati, uno libertario.

Dietro, sconcertati, gli elettori, pretoriani del trumpismo. Mentre nella capitale si polemizza, dagli Epstein file ai sogni geopolitici del presidente, milioni di cittadini sono inquieti per inflazione che non si spegne, mutui, affitti, salari bassi e la bolla dell’Intelligenza artificiale che sembra scoppiare e fa ballare la Borsa, cassa di risparmio per milioni di americani. Rivorrebbero il Trump Old Style, urlante contro i democratici, concentrato sull’economia, non distratto da crociate e ubbie. I consiglieri avveduti glielo ripetono, lontano dalle tv: battersi per occultare i documenti di Epstein è suonato come voler nascondere qualcosa.

Gli americani, anche quelli che riempiono i comizi con il cappello Maga, non le stanze del potere, possono cambiar umore. Trump rischia di disperdere il capitale politico nella frenesia di dazi, sfide ai leader stranieri, impasse con Putin e Xi Jinping, e la base si sente d’improvviso orfana, mentre i democratici provano, a loro volta, a cambiare, con il sindaco socialista di New York Zohran Mamdani a competere per gli scontenti.

Le prossime settimane saranno aspre, Trump vorrebbe spedire assegni da 2.000 dollari, finanziati dalle tariffe sui commerci, drenare gli aumenti dei rimborsi nella mutua sanità Obamacare, riavere i fedelissimi al fianco, ma serve un segnale chiaro, non una ridda di messaggi contrastanti. Il Trump del 2016, inesperto, sopravvalutò la macchina del potere, intimidito da generali, ministri, ambasciatori. Il Trump del 2024 era invece persuaso, finalmente, di agire a modo proprio, almeno finché la realtà, dura maestra in democrazia, non lo ha contraddetto.

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