Busia (Anac): “Col sistema antimafia italiano impediremo a Hamas di rubare soldi alla ricostruzione”
di Fabio Tonacci“Per la ricostruzione di Gaza potranno essere applicate regole anticorruzione e antimafia basate sul modello italiano, con l’obiettivo di evitare che i flussi di denaro finiscano nelle mani di Hamas”. Quello di Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) è più di un auspicio: l’ente che dirige, infatti, ha un gemellaggio con l’Autorità nazionale palestinese già dal 2023 e adesso, in previsione della fase 2 della tregua tra Israele ed Hamas, sta lavorando alle procedure per monitorare i miliardi che pioveranno sulla Striscia. A Ramallah, Busia ha appena incontrato, tra gli altri, il ministro della Giustizia palestinese e il direttore della Pacc, l’anticorruzione locale. “Viaggio che è andato bene, oltre ogni aspettativa”.
Come state adattando il sistema Anac per Gaza?
“Alcuni modelli di prevenzione della corruzione e contro le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, oggi basati su tracciabilità digitale e incrocio delle banche dati, possano trova…
“Per la ricostruzione di Gaza potranno essere applicate regole anticorruzione e antimafia basate sul modello italiano, con l’obiettivo di evitare che i flussi di denaro finiscano nelle mani di Hamas”. Quello di Giuseppe Busia, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) è più di un auspicio: l’ente che dirige, infatti, ha un gemellaggio con l’Autorità nazionale palestinese già dal 2023 e adesso, in previsione della fase 2 della tregua tra Israele ed Hamas, sta lavorando alle procedure per monitorare i miliardi che pioveranno sulla Striscia. A Ramallah, Busia ha appena incontrato, tra gli altri, il ministro della Giustizia palestinese e il direttore della Pacc, l’anticorruzione locale. “Viaggio che è andato bene, oltre ogni aspettativa”.
Come state adattando il sistema Anac per Gaza?
“Alcuni modelli di prevenzione della corruzione e contro le infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici, oggi basati su tracciabilità digitale e incrocio delle banche dati, possano trovare spazio anche nella gestione degli aiuti internazionali che arriveranno per la ricostruzione nella Striscia di Gaza e passeranno anche attraverso appalti e affidamenti pubblici”.
In concreto, come?
“Ad esempio attraverso la digitalizzazione degli appalti, tema sul quale stiamo lavorando con la Pacc, l’Autorità anticorruzione palestinese: abbiamo iniziato a collaborare con loro prima degli attacchi del 7 ottobre, con l’intento di aiutarli a superare problemi di scarsa trasparenza ed anche di corruzione che avevano minato la credibilità della parte più moderata delle istituzioni palestinesi, a tutto vantaggio delle fasce estremistiche legate ad Hamas. La digitalizzazione dell’intero ciclo degli affidamenti pubblici, se implementata correttamente, permette di controllare chi sono gli operatori economici, chi entra in cantiere, chi sono i destinatari finali dei fondi, lungo tutta la filiera. Più alta è la trasparenza, più è difficile che vi siano fenomeni corruttivi ed anche che gruppi legati ai terroristi di Hamas intercettino i soldi”.
Quali garanzie che possa funzionare in un territorio devastato come quello, dove non potete appoggiarvi ad amministrazioni efficienti?
“È importante che le istituzioni esistenti, oggi operanti in Cisgiordania, si attrezzino da subito per avere sistemi efficienti di monitoraggio delle procedure di ricostruzione come pure dei flussi finanziari. Tale sistema sarà richiesto come prerequisito dai donatori internazionali e da chiunque sarà chiamato ad investire. La promessa ‘nessun dollaro nelle zone di Hamas’ è una condizione che tutti gli Stati e le istituzioni internazionali pongono. La piattaforma digitale è tecnicamente possibile. Il passaggio decisivo è incrociare i dati degli affidamenti con quelli di chi conosce il tessuto economico locale e può segnalare se un’impresa è vicina o meno a gruppi terroristici”.
A che punto siamo del processo?
“Nonostante i rallentamenti della guerra, stiamo facendo passi avanti. Se la tregua regge e si apre la fase di ricostruzione, siamo al momento di svolta”.
Come è nato il gemellaggio Anac-istituzioni palestinesi?
“Nasce da una selezione europea a cui abbiamo partecipato. Abbiamo ottenuto un finanziamento dell’Unione europea: è uno di quei casi in cui l’Italia viene selezionata come modello e si presenta anche con la bandiera europea. Il nostro progetto ha un focus chiaro: fornire alla parte moderata delle istituzioni palestinesi – che soffre di una crisi di legittimazione anche a causa di episodi corruttivi – strumenti per recuperare credibilità istituzionale e capacità amministrativa”.
Che situazione avete trovato nel 2023?
“Diciamo che il lavoro da fare è tanto ed è reso più complesso dal contesto in cui ci troviamo”.
Qual è, parlando di corruzione, il punto più debole dell’Autorità nazionale palestinese?
“Il rischio corruttivo è più alto dove ci sono più risorse e le istituzioni sono deboli. L’area dei contratti pubblici e degli appalti presenta i rischi maggiori. Un’altra area delicata è quella degli aiuti: in parte diretti alla popolazione, in parte dedicati alle infrastrutture. Lì occorre creare regole che garantiscano trasparenza. E il controllo non deve essere solo delle istituzioni ‘gendarmi’, ma va diffuso grazie ai meccanismi di trasparenza, coinvolgendo la società civile”.
Avete dati che fotografano la situazione?
“Misurare la corruzione è sempre difficile: in Palestina come in Italia. Quel che sappiamo, però, è che i numeri disponibili sono comunque preoccupanti. E la perdita non è solo economica: è perdita di credibilità”.
Risultati concreti ottenuti dal 2023 ad oggi?
“Non è tanto una questione di “sequestri” o di grandi casi emersi. I risultati si vedono nelle prassi amministrative che l’Autorità anticorruzione palestinese sta cercando di implementare: nei piani anticorruzione, nel coinvolgimento della società civile, nella costruzione di procedure condivise”.
Non temete che Israele, che non si fida e non vuole l’Anp a Gaza, possa rifiutare la vostra collaborazione?
“No. Noi lavoriamo per un obiettivo che dovrebbe essere comune a tutti gli attori internazionali, Israele compreso: rafforzare la credibilità e la trasparenza delle istituzioni, evitando quei fenomeni che sono stati alla base della crescita di Hamas.I soggetti partner sono la parte moderata dei palestinesi, più vicina alla prospettiva di convivenza con Israele. Se escludiamo gli estremisti, chi in Israele ambisce a sicurezza, pace e convivenza pacifica non può che apprezzare un progetto che rafforza istituzioni credibili sul lato palestinese. Il nostro è anche strumento di sicurezza vera per Israele”.