Kiryat Gat- «Non è più Israele a decidere cosa accadrà a Gaza. La destra al governo può avere tutte le reazioni che vuole alla risoluzione dell’Onu: chi ha in mano il banco e distribuisce le carte è Donald Trump. Se deciderà di far proseguire il cessate il fuoco, ci adegueremo. E se le trattative per il disarmo di Hamas in corso al Cairo giungeranno a una mediazione che accontenti i miliziani e gli americani, capitoleremo anche noi». Michael Milshtein, ex colonnello dell’Intelligence, fra i più influenti analisti politici israeliani, è capo del Forum per gli studi palestinesi al Moshe Dayan Center.
Cosa pensa del Cmcc, il coordinamento civile e militare internazionale di Kiryat Gat?
«Esito. Non ha precedenti e da noi molti lo paragonano al protettorato britannico terminato 80 anni fa. Temo sia solo il primo passo: se seguiranno altri. Purtroppo, stiamo abdicando al nostro ruolo per colpa di un governo fanatico».
La risoluzione Onu è stata approvata. E ora?
«Un testo meraviglioso, pien…
Kiryat Gat- «Non è più Israele a decidere cosa accadrà a Gaza. La destra al governo può avere tutte le reazioni che vuole alla risoluzione dell’Onu: chi ha in mano il banco e distribuisce le carte è Donald Trump. Se deciderà di far proseguire il cessate il fuoco, ci adegueremo. E se le trattative per il disarmo di Hamas in corso al Cairo giungeranno a una mediazione che accontenti i miliziani e gli americani, capitoleremo anche noi». Michael Milshtein, ex colonnello dell’Intelligence, fra i più influenti analisti politici israeliani, è capo del Forum per gli studi palestinesi al Moshe Dayan Center.
Cosa pensa del Cmcc, il coordinamento civile e militare internazionale di Kiryat Gat?
«Esito. Non ha precedenti e da noi molti lo paragonano al protettorato britannico terminato 80 anni fa. Temo sia solo il primo passo: se seguiranno altri. Purtroppo, stiamo abdicando al nostro ruolo per colpa di un governo fanatico».
La risoluzione Onu è stata approvata. E ora?
«Un testo meraviglioso, pieno di idee utopiche. Ma anche le lacune sono tante. Innanzitutto, non sappiamo chi si unirà alle forze internazionali da schierare a Gaza. Per ora gli unici che si sono detti pronti sono l’Indonesia e l’Azerbaigian. Né sappiamo come e quando accadrà. Ci vuole tempo per organizzare le forze, addestrarle, inviarle».
Hamas deporrà le armi?
«Ha già detto di no, affermando che fanno parte della loro identità. Però nelle prossime settimane qualcosa si muoverà: Turchia, Qatar ed Egitto, lavorano a un compromesso. L’ipotesi più plausibile è che Hamas rinunci alle armi offensive, d’altronde di razzi e i droni gliene sono rimasti pochissimi. E mantenga le armi difensive: fucili, pistole, granate. Netanyahu è contrario, ma a Trump potrebbe andar bene, perché vuol davvero preservare la tregua».
E poi?
«I negoziati che si stanno svolgendo al Cairo sull’aspetto burocratico, stanno andando bene. Pare che finalmente l'Autorità Nazionale Palestinese e Hamas stiano per arrivare a un accordo sulla futura forma di governo di Gaza. A quel punto, l'amministrazione statunitense spingerà Israele affinché si passi alla fase due e si continui il ritiro. Ovvero, raggiungere la linea blu vicino al confine tra Gaza e il Sinai. Detto ciò, non credo che vedremo mai forze internazionali schierate a Gaza. Ma qualche presenza simbolica: consiglieri, ispettori, roba così».
Quindi, niente divisione di Gaza, come prospettano i più pessimisti?
«La Striscia a due velocità, la Gaza-Singapore e la Gaza-Somalia, già: per far vedere la differenza di gestione fra Hamas e Israele. No, io sono uno di quelli che non ci crede. È una delle tante fantasie elaborate sulla Striscia: come le città umanitarie, la riviera del Mediterraneo, il sostegno ai clan. Se Israele si ritira, Hamas prenderà il controllo. E poi Gaza è così piccola, appena 365 km. Non si può, realisticamente, dividerla e creare due entità con confini. Non ci sarà un muro di Gaza».
La società israeliana cosa pensa del nuovo ruolo americano?
«È complicato: molti di noi non vogliono la ripresa di una guerra tanto orribile. Negli ultimi sei mesi, da quando il governo ha deciso di riprenderla, siamo andati avanti senza direzione e senza obiettivi. D'altra parte, siamo molto imbarazzati e frustrati dal fatto che a decidere su tutto sia Trump e che il nostro raggio d'azione sia limitato. Sappiamo anche che è un’alternativa meno peggiore del lasciar riprendere la guerra a questo governo».
Un governo che sembra più diviso che mai.
«Dipende dal fatto che qui la maggior parte delle persone non parla di Gaza, ma di quella piccola frase nel testo che apre la strada allo Stato palestinese. Solo un passaggio limitato nel testo. Ma qui, l'estrema destra al governo, la considera una rivoluzione».
Non lo è?
«Ma se perfino Netanyahu, ha parlato di “grande sviluppo”. Perché sa che accadrà solo se ci saranno profonde riforme nell'Autorità Nazionale Palestinese e queste non avverranno a breve. Forse mai. L'ANP è molto debole. Un sondaggio palestinese pubblicato la scorsa settimana ha mostrato che l'85% della popolazione in Cisgiordania vuole le dimissioni di Abu Mazen. Controllano a malapena la Cisgiordania, non saranno in grado di prendere il controllo di Gaza.Insomma, molti dei punti elaborati all’Onu sono vuoti. Porteranno sviluppi, ma molto più limitati della risoluzione in sé».
Nemmeno l’appoggio di Bin Salman conta?
«I palestinesi per lui non sono così importanti. È molto concentrato sul suo paese. Vuole gli l'F35, un accordo strategico con gli Stati Uniti e persino un ciclo nucleare. Poi, certo, non può scontentare l’opinione pubblica araba. E allora credo che si accontenti del minimo: ovvero, che Israele inizi a parlare del futuro dei palestinesi. Il problema è che al governo ci sono persone così ideologiche che hanno finito per dire troppi no. E ora i sauditi otterranno gli F35 senza bisogno di arrivare alla normalizzazione».
Cosa succederà?
«Le nostre elezioni sono previste fra un anno: ma se Trump spingerà gli israeliani a promuovere iniziative a Gaza e in Cisgiordania si terranno forse prima. Addirittura a marzo»