Vladimir Putin torna a visitare le truppe dopo meno di un mese. In mimetica, da comandante in capo. Non da leader pronto a trattare. Del presunto piano di pace in 28 punti elaborato dagli Stati Uniti non parla. Anzi, intima ancora una volta la resa ai soldati ucraini. Nelle immagini diffuse in tarda serata dalle tv lo si vede andare incontro nella penombra al capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, addentrarsi al suo fianco lungo gli stretti corridoi di «uno dei posti di comando del gruppo di forze occidentale» (se in Russia o al fronte non è specificato), sedersi in cattedra davanti a generali schierati come scolaretti e infine congratularsi perché gli obiettivi prefissati durante la sua precedente visita del 25 ottobre sono stati raggiunti. «Le truppe stanno avanzando praticamente su tutti i fronti», comunica Gerasimov. Non soltanto è in corso «un’offensiva di successo» a Pokrovsk e Siversk, ma è caduta Kupyansk nella regione di Kharkiv.
Molti ucraini si arrendono, «ma la mag…
Vladimir Putin torna a visitare le truppe dopo meno di un mese. In mimetica, da comandante in capo. Non da leader pronto a trattare. Del presunto piano di pace in 28 punti elaborato dagli Stati Uniti non parla. Anzi, intima ancora una volta la resa ai soldati ucraini. Nelle immagini diffuse in tarda serata dalle tv lo si vede andare incontro nella penombra al capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov, addentrarsi al suo fianco lungo gli stretti corridoi di «uno dei posti di comando del gruppo di forze occidentale» (se in Russia o al fronte non è specificato), sedersi in cattedra davanti a generali schierati come scolaretti e infine congratularsi perché gli obiettivi prefissati durante la sua precedente visita del 25 ottobre sono stati raggiunti. «Le truppe stanno avanzando praticamente su tutti i fronti», comunica Gerasimov. Non soltanto è in corso «un’offensiva di successo» a Pokrovsk e Siversk, ma è caduta Kupyansk nella regione di Kharkiv.
Molti ucraini si arrendono, «ma la maggior parte, sotto la minaccia dei loro stessi droni, non può. Né la leadership politica ucraina ha dato loro istruzioni», osserva Gerasimov dando il destro a Putin per infierire sul governo di Volodymyr Zelensky, che non nomina, indebolito da un nuovo scandalo corruzione. «È un gruppo di individui, una banda criminale, un’organizzazione criminale organizzata, che ha usurpato il potere dal marzo dell’anno scorso». Da quando, intende, si sarebbero dovute tenere nuove presidenziali se in Ucraina non fosse in vigore la legge marziale proprio per difendersi dall’aggressione russa. «Si aggrappa al potere in Ucraina per arricchirsi. Penso sia chiaro a tutti che queste persone, sedute su water d’oro, non pensano minimamente al destino del loro Paese, della gente comune, del corpo ufficiali e soprattutto dei soldati semplici». Quel che conta, conclude, sono «i nostri obiettivi. Il più importante è il raggiungimento incondizionato degli obiettivi dell’Operazione militare speciale». Nessun accenno al piano di pace statunitense. L’accento è tutto sull’aggettivo «incondizionato». E, che sia strategia negoziale per ottenere di più o intransigenza reale, fa felici i falchi.
A sorpresa nessuno a Mosca sembra prendere in considerazione la bozza di piano di pace trapelata sui media occidentali benché a prima vista accolga gran parte delle condizioni massimaliste russe, dal riconoscimento delle annessioni al divieto di schierare truppe straniere sul suolo ucraino. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov non solo dichiara di «non aver nulla di nuovo da aggiungere», ma nega che sia in corso un «processo che possa essere definito consultazione». Mentre i commentatori filogovernativi respingono quella che chiamano “febbre di pace” dei media occidentali. Innanzitutto invitano alla cautela fino alla diffusione ufficiale del documento. «C’è un piano, ma il suo contenuto non sono altro che invenzioni, supposizioni e tentativi di manipolazione», avverte Dmitrij Popov su Moskovskij Komsomolets. Chi si spinge comunque a commentare le indiscrezioni, non è entusiasta.
L’incubo di analisti e falchi si racchiude nella parola zamorozka, “congelamento”. Il timore è che, fingendo di accogliere gran parte delle richieste moscovite, il conflitto venga congelato proprio mentre la Russia avanza, col solo scopo di dare fiato all’Ucraina. Il Donbass, poi, non basta. «Nel settembre 2022 le regioni di Kherson e Zaporizhzhia sono diventate nostre entità costitutive. Congelare il conflitto lungo l’attuale linea di contatto è inaccettabile. Il nostro comandante in capo supremo Vladimir Putin lo ha ripetutamente ribadito», commenta l’esperto militare Andrej Marochko. Per non parlare dell’ipotesi avanzata dal Daily Telegraph che la Russia debba pagare “un affitto” a Kiev per quelli che considera suoi “nuovi territori”. «Cosa ci offriranno in affitto la prossima volta? Le Isole Curili? Kaliningrad? L’Artico?», inveisce l’inviato di Komsomolskaja Pravda Aleksandr Kots che trova conforto nelle parole di Putin: «Inutile chiedere a Peskov o Zakharova di “roadmap” elaborate oltre oceano. Il presidente ha fatto chiaramente capire che continueremo l’Operazione». E il politologo Georg Mirzajan rincara: chi firmerebbe un accordo con un «gruppo militare organizzato»? Il timore del congelamento, conclude Popov, «può essere dissipato dal fatto che sembra che non stiamo più cadendo in questa trappola». Resta il “sembra”. E persino Popov mette le mani avanti: «È banale, ma in questo caso la frase “vediamo come si sviluppano le cose” è davvero calzante».