NEW YORK – Firma l’accordo di pace entro giovedì, oppure perderai l’appoggio degli Stati Uniti. Trump in persona ha confermato a Zelensky questo ultimatum, o ricatto, a seconda delle interpretazioni, parlando ieri mattina con la Fox. In cambio però offre garanzie di sicurezza all’Ucraina simili a quelle dei paesi membri della Nato, e non esclude di allungare la scadenza, «se le cose procedono bene». Così ha lasciato aperta la porta a possibili negoziati per modificare i 28 punti del suo piano, che secondo fonti diplomatiche potrebbero durare mesi, ammesso che poi Putin lo accetti.
Intervistato da Fox News Radio, il presidente americano ha confermato che vorrebbe la firma di Zelensky entro il giorno di Thanksgiving: «Ho avuto molte scadenze e quando le cose vanno bene, la tendenza è quella di posticiparle. Ma giovedì è, a nostro avviso, un momento adeguato». Se Kiev lo rifiuterà, secondo il Washington Post, seguirà il blocco delle forniture militari e dell’intelligence. Il capo della C…
NEW YORK – Firma l’accordo di pace entro giovedì, oppure perderai l’appoggio degli Stati Uniti. Trump in persona ha confermato a Zelensky questo ultimatum, o ricatto, a seconda delle interpretazioni, parlando ieri mattina con la Fox. In cambio però offre garanzie di sicurezza all’Ucraina simili a quelle dei paesi membri della Nato, e non esclude di allungare la scadenza, «se le cose procedono bene». Così ha lasciato aperta la porta a possibili negoziati per modificare i 28 punti del suo piano, che secondo fonti diplomatiche potrebbero durare mesi, ammesso che poi Putin lo accetti.
Intervistato da Fox News Radio, il presidente americano ha confermato che vorrebbe la firma di Zelensky entro il giorno di Thanksgiving: «Ho avuto molte scadenze e quando le cose vanno bene, la tendenza è quella di posticiparle. Ma giovedì è, a nostro avviso, un momento adeguato». Se Kiev lo rifiuterà, secondo il Washington Post, seguirà il blocco delle forniture militari e dell’intelligence. Il capo della Casa Bianca ha spiegato così la sua logica: «L’Ucraina perderà ancora più territorio in un breve periodo di tempo», quindi ha tutto l’interesse a chiudere qui la guerra, anche se comporta concessioni dolorose, perché l’alternativa sarebbe il rischio di giocarsi tutto. Quanto alle preoccupazioni dei paesi baltici e gli altri alleati della Nato, secondo Trump il collega del Cremlino «non sta cercando un’altra guerra. Stanno ricevendo la punizione». Lui comunque non ha intenzione di revocare le sanzioni sul petrolio russo, ma anzi imporrà presto nuove misure «molto forti» contro Mosca. Tutto questo per raggiungere il suo obiettivo: «Gli Stati Uniti sono interessati solo a una cosa: assicurarsi che la strage cessi».
Le condizioni poste dal piano in 28 punti sono dure, ma secondo Axios contengono una garanzia di sicurezza che potrebbe risultare decisiva per Zelensky. È vero infatti che il documento esclude l’ingresso di Kiev nella Nato, però aggiunge che «un significativo, deliberato e prolungato attacco armato della Russia contro l’Ucraina verrebbe visto come un attacco che minaccia la pace e la sicurezza della comunità transatlantica». Non è proprio l’Articolo 5 della Nato, che considera un’aggressione ad un membro come un’aggressione a tutti i membri, obbligandoli alla difesa reciproca, ma quasi. Ciò impegnerebbe Washington a difendere Kiev e potrebbe rappresentare la deterrenza di cui ha bisogno rispetto a Mosca, anche se la base del movimento Maga potrebbe rimproverare a Trump questa concessione, perché costringerebbe i soldati americani ad essere coinvolti in un’altra guerra.
Il negoziato in questa fase lo sta gestendo il segretario dell’Esercito Dan Driscoll, appena andato da Zelensky per consegnargli il piano. È l’astro nascente del Pentagono, dove sta guidando la riforma per rendere dominante l’impiego dei droni, ma soprattutto è uno stretto alleato del vice presidente Vance, di cui era compagno di studi all’università di Yale. Secondo questa logica Witkoff, l’inviato di Trump, svolgerebbe il ruolo del poliziotto cattivo, mentre Driscoll sarebbe quello buono che ha promesso di sondare le possibilità di correggere i 28 punti, magari fondendoli con il piano alternativo a cui stanno lavorando gli europei. Se così fosse, la presentazione del documento sarebbe l’inizio del processo, non la sua rapida fine.
Le voci del dissenso all’interno dello stesso mondo repubblicano sostengono che il presidente sta sbagliando la diagnosi, e quindi anche la cura. È vero che negli ultimi mesi Putin ha guadagnato terreno, ma non abbastanza per accettare di concedergli tutte le regioni che pretende. Inoltre è in difficoltà economica e logistica, e se americani ed europei aiutassero gli ucraini a continuare la resistenza, nel giro di pochi mesi potrebbe trovarsi in crisi. Trump però ha fretta di chiudere e passare agli affari da concludere con la Russia, dall’energia alle terre rare, magari mettendo le mani sui capitali di Mosca congelati in Europa.