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La pressione di Trump sugli ucraini “ingrati”, ma l’America è divisa

(agf)

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Il presidente all’attacco ma il capo della diplomazia statunitense media contro la linea degli anti Zelensky guidati da Vance e Witkoff
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New York – Una drammatica corsa in 24 ore tra due continenti per cercare di riprendere il controllo del negoziato sulla guerra in Ucraina ed evitare che la pace diventi una capitolazione occidentale davanti al revanscismo imperiale di Putin. È presto per dire se il segretario di Stato americano Rubio ha raggiunto questo obiettivo, ma quanto meno ha riaperto la partita, che dopo il piano in 28 punti scritto dall’inviato speciale Steve Witkoff sotto la dettatura di Mosca sembrava chiusa col trionfo del Cremlino.

Il capo della diplomazia Usa si è adeguato per necessità al trumpismo, perché come dimostrano le dimissioni di Marjorie Taylor Greene questa è l’unica strada per sopravvivere e magari fare carriera, ma la sua storia personale lo colloca tra i repubblicani tradizionali e responsabili. Figlio di esuli cubani, è stato educato a non fidarsi di Mosca. Ha iniziato a fare politica quando il Partito repubblicano, soprattutto nella sua Florida, era in mano alla famiglia Bush, e si occupa…

New York – Una drammatica corsa in 24 ore tra due continenti per cercare di riprendere il controllo del negoziato sulla guerra in Ucraina ed evitare che la pace diventi una capitolazione occidentale davanti al revanscismo imperiale di Putin. È presto per dire se il segretario di Stato americano Rubio ha raggiunto questo obiettivo, ma quanto meno ha riaperto la partita, che dopo il piano in 28 punti scritto dall’inviato speciale Steve Witkoff sotto la dettatura di Mosca sembrava chiusa col trionfo del Cremlino.

Il capo della diplomazia Usa si è adeguato per necessità al trumpismo, perché come dimostrano le dimissioni di Marjorie Taylor Greene questa è l’unica strada per sopravvivere e magari fare carriera, ma la sua storia personale lo colloca tra i repubblicani tradizionali e responsabili. Figlio di esuli cubani, è stato educato a non fidarsi di Mosca. Ha iniziato a fare politica quando il Partito repubblicano, soprattutto nella sua Florida, era in mano alla famiglia Bush, e si occupava di esteri al Senato quando la candidatura di Trump alla Casa Bianca era solo nella testa di Donald. Questa storia aiuta a capire perché quando ha visto il piano in 28 punti è caduto dalla sedia. Quindi ha colto al volo le resistenze di europei e ucraini per rivendicare il suo doppio ruolo di segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, in modo da scavalcare Witkoff e lo stesso vice presidente Vance, da sempre pronto a scaricare Zelensky.

È salito sull’aereo per Ginevra e mentre volava ha chiamato alcuni parlamentari riuniti in Canada per l’Halifax International Security Forum. Tre ex colleghi di peso, l’ex leader della maggioranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, il capo della Commissione forze armate Roger Wicker e l’alleato di Trump Lindsey Graham, avevano criticato pubblicamente il piano, con obiezioni che Rubio condivideva in cuor suo. Poco dopo il senatore del Gop Mike Rounds si è preoccupato di far sapere che durante la chiamata, il segretario di Stato aveva spiegato che il testo in 28 punti «non contiene le nostre raccomandazioni. Non è il nostro piano. Il documento rappresenta un’opportunità, perché così adesso hai la posizione di una parte, e l’altra può rispondere».

Il portavoce del dipartimento di Stato Tommy Pigott ha ovviamente smentito questa ricostruzione «spudoratamente falsa» e poco dopo lo stesso Rubio ha corretto il tiro via social: «La proposta di pace è stata redatta dagli Stati Uniti. Il piano viene presentato come un solido quadro per i negoziati in corso. Si basa sul contributo della parte russa, ma anche su quelli precedenti e in corso dell’Ucraina». Non poteva fare altrimenti, per non urtare Trump, però il messaggio era chiaro: come aveva detto lo stesso presidente il giorno prima, i 28 punti non erano l’offerta definitiva, ma piuttosto la base per riprendere il negoziato.

Ieri mattina Trump è tornato ad alzare la pressione, con questo messaggio: «La leadership ucraina non ha espresso alcuna gratitudine per i nostri sforzi, e l’Europa continua ad acquistare petrolio dalla Russia. Gli Usa proseguono la vendita di massicce quantità di armi alla Nato, da distribuire all’Ucraina». Invece di prenderlo come una sconfessione, Rubio l’ha usato come strumento per accelerare il negoziato. Kiev non intende cedere i territori che controlla, non vuole riconoscimenti ufficiali di quelli occupati dai russi e chiede garanzie di sicurezza, che dovranno venire anche dagli europei attraverso la Nato. Rubio non li considera ostacoli insormontabili, ma ora dovrà convincere Trump a lavorarci, invece di cedere all’ala dell’amministrazione pronta a regalare l’Ucraina e forse l’Europa a Putin.

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