Sfida nei cieli di Romania e Moldova. Fuoco russo su Kiev, lanciati anche i missili Kinzhal
di Gianluca Di FeoIl grande bombardamento russo contro le città ucraine fa scattare l’allarme sulla frontiera orientale dell’Europa. Numerosi droni hanno varcato i confini e sono entrati nel territorio della Romania e della Moldavia. La massima allerta c’è stata a ridosso dell’alba: ormai l’indebolimento delle difese di Kiev è tale che le bombe volanti di Mosca agiscono anche con la luce diurna. Intorno alle 6 ora locale i radar romeni hanno avvistato un drone che dall’Ucraina è penetrato nella zona di Chilia Veche. Nella base di Costanza sono suonate le sirene dello “scramble”: il segnale di decollo immediato per i caccia della Nato che contribuiscono alla sicurezza dell’Alleanza sul Mar Nero e sul Baltico. Due jet Eurofighter tedeschi sono decollati per intercettare l’intruso, che però è uscito dalla Romania: i sistemi di bordo lo hanno monitorato mentre si allontanava. Poco dopo c’è stata una seconda incursione nella regione di Galati: sono partiti due F-16 romeni, che anche in questo caso non hanno…
Il grande bombardamento russo contro le città ucraine fa scattare l’allarme sulla frontiera orientale dell’Europa. Numerosi droni hanno varcato i confini e sono entrati nel territorio della Romania e della Moldavia. La massima allerta c’è stata a ridosso dell’alba: ormai l’indebolimento delle difese di Kiev è tale che le bombe volanti di Mosca agiscono anche con la luce diurna. Intorno alle 6 ora locale i radar romeni hanno avvistato un drone che dall’Ucraina è penetrato nella zona di Chilia Veche. Nella base di Costanza sono suonate le sirene dello “scramble”: il segnale di decollo immediato per i caccia della Nato che contribuiscono alla sicurezza dell’Alleanza sul Mar Nero e sul Baltico. Due jet Eurofighter tedeschi sono decollati per intercettare l’intruso, che però è uscito dalla Romania: i sistemi di bordo lo hanno monitorato mentre si allontanava. Poco dopo c’è stata una seconda incursione nella regione di Galati: sono partiti due F-16 romeni, che anche in questo caso non hanno raggiunto “l’oggetto non identificato”.
Ancora più grave la situazione in Moldova, la ex Repubblica sovietica che non fa parte dell’Ue né della Nato. Lì il comando delle forze armate ha individuato ben sei droni russi che hanno sconfinato. Uno è precipitato sul tetto di un edificio rurale nel distretto di Floresti: si tratta di uno Shahed-Geran, con una vistosa Z dipinta sul timone di coda. L’esercito moldavo ha fatto sfollare gli abitanti del villaggio di Cuhurestii de Jos e mandato gli artificieri per disinnescarlo. Dalle immagini sembra essere un “decoy”, un velivolo privo di testata esplosiva che viene utilizzato per spingere la difesa ucraina a sprecare munizioni: sugli schermi dei radar queste “esche” lasciano una traccia identica a quella dei droni che trasportano quasi un quintale di tritolo.
I moldavi hanno rilevato il primo aereo telecomandato tra le località di Vinogradovca e Vulcanesti: era diretto verso il confine romeno e procedeva a 1.500 metri di altezza. Gli altri cinque – incluso quello caduto a Floresti – sono stati segnalati a Donduseni, Orhei, Bender, Vadul lui Voda. Il governo di Chisinau non possiede aerei militari e ha pochissime armi contraeree: non è in grado di abbattere gli intrusi russi. La popolazione è stata messa in guardia dal non avvicinarsi a resti dei velivoli che potrebbero essere caduti in altre aree del territorio nazionale.
L’attacco scagliato da Mosca la scorsa notte è particolarmente massiccio. Secondo le autorità di Kiev, sono stati utilizzati 464 droni Shahed-Geran e ben 22 missili, quattro dei quali ipersonici Kinzhal. Si è trattato di un’operazione molto lunga, iniziata con un raid contro Odessa intorno alle 21 e proseguita ben oltre le 7 del mattino: in questo modo gli abitanti delle città vengono costretti a trascorrere tutta la notte nei rifugi e nelle gallerie delle metropolitane, con temperature vicine a zero gradi. Molti condomini sono stati devastati: nella capitale si contano già sei morti e tredici feriti, ma la lista delle vittime è destinata a crescere. I bersagli principali sono state ancora una volta le centrali elettriche. A Odessa un impianto termoelettrico è andato in fiamme, vengono segnalati danni ad altre infrastrutture: i tecnici ucraini svolgono un lavoro ininterrotto per riparare sottostazioni e tralicci, nel tentativo di garantire almeno la distribuzione dell’energia prodotta dalle tre centrali nucleari e di quella fornita dalla Ue. Ma la rete elettrica è in condizioni drammatiche: questa mattina a Kiev la corrente va e viene, manca il riscaldamento, ci sono blackout che fermano i convogli delle metropolitane.
Presi di mira anche i grandi centri logistici – ieri nella capitale è stato distrutto quello di una catena di supermercati; la scorsa settimana persino quello di un marchio di pizzerie – che l’intelligence russa ritiene vengano sfruttati pure per smistare rifornimenti bellici. Nonostante i bollettini ottimistici del ministero della Difesa – secondo i quali sono stati abbattuti 438 droni e 14 missili – gli osservatori neutrali ritengono che la percentuale di ordigni intercettati sia in calo costante: la prova del logoramento della contraerea, che da giugno sta ricevendo dall’Occidente un numero esiguo di missili terra-aria. Per tentare di sopperire alla carenza delle batterie contraeree sempre più spesso intervengono i caccia F-16 donati da un pool di nazioni europee, che si dedicano soprattutto a bloccare i missili cruise.
Nel corso delle ultime settimane le ondate di bombe volanti russe si sono pericolosamente avvicinate ai confini polacchi, moldavi e romeni. Nei vertici della Ue e di alcuni Paesi Nato c’è la convinzione che si tratti di una scelta del Cremlino per aumentare la pressione sull’Europa e spingerla a diminuire il sostegno a Kiev. Dal punto di vista militare, questi raid vanno spesso a colpire tralicci e sottostazioni che trasportano in Ucraina l’energia elettrica prodotta dai Polonia, Romania e Ungheria: un contributo fondamentale per cercare di sopperire alla distruzione degli impianti nazionali. In alcuni casi, si accaniscono sui rifornimenti di gas: il 17 novembre è stata incendiata dai droni una nave gasiera ancorata in uno dei rami dell’estuario del Danubio che tracciano il confine con la Romania, le autorità di Bucarest hanno evacuato il piccolo villaggio che si trova sull’altra sponda proprio di fronte all’ormeggio.
Gli sconfinamenti dei mezzi russi – sia quelli d’attacco, sia delle “esche” – servono anche a creare confusione nelle postazioni contraeree fisse, dotate di mitragliere e di droni anti-drone, e aggirare le barriere difensive: l’attacco arriva alle spalle, dalla frontiera polacca e romena, e non da est come normalmente avviene con le ondate di bombe volanti russe.