ISTANBUL - Una cornacchia è entrata chissà come nella moschea e svolazza gracchiando tra le cupole turchesi. Due gatti si stiracchiano sul tappeto rosso. Alla moschea Sultan Ahmed, soprannominata “moschea blu” a causa delle 21.043 piastrelle di ceramica bluastra, è un sabato mattina calmo. Fuori Istanbul è bagnata dalla pioggia, dentro non ci sono fedeli e quando Leone XIV arriva per la sua prima visita ad un luogo di culto musulmano da Papa (ha già visitato svariate altre moschee in giro per il mondo quando era superiore degli agostiniani) le voci riecheggiano nel vuoto.
Sulla soglia anche il Romano pontefice si toglie le scarpe e resta in calzini, rigorosamente bianchi. Lo guidano il gran muftì, il muezzin e il ministro della Cultura e del Turismo. Robert Francis Prevost ascolta attento, domanda, guarda col naso in su, contempla l’iscrizione in oro sopra il mirhab, è la sura 19 del Corano dedicata a Maria, figura venerata anche nell’islam. Non si ferma a pregare, come il Vaticano aveva previsto. «Mi hanno detto che avrebbe pregato», spiega ai cronisti il muezzin Asgin Tunca, «e io gli ho detto: se vuole può farlo, questa è la casa di Allah, ma lui ha detto: no, preferisco visitare la moschea. E’ stato un momento molto amichevole». Dunque non ha pregato? «Non so, forse individualmente», risponde l’esponente musulmano, «ognuno può parlare a Dio». I giornali turchi notano appena la cosa.
Benedetto XVI nel 2006 si fermò, chiuse gli occhi e incrociò le mani, ma era un’altra era. Poche settimane prima aveva irritato il mondo musulmano con il controverso discorso di Ratisbona, la visita in Turchia assunse il tono della contrizione. Il Vaticano fece slalom lessicale per evitare di offendere le sensibilità. Il cardinal Bertone negò che il Papa avesse pregato, Ratzinger stesso poi precisò: «Ho sostato qualche minuto in raccoglimento».
Anni dopo arrivò Francesco, che col suo piglio sgombrò il campo dai dubbi: «Quando sono andato in moschea, io non potevo dire: adesso sono turista. E ho pregato: per la Turchia, per la pace, per il muftì, per tutti». Anche quella, era un’altra epoca: era il 2014, l’Isis imperversava, Bergoglio scelse un gesto di dialogo forte e visibile.
Temperamento e retropensieri
Ieri Leone XIV ha tributato un omaggio all’islam optando però per il low profile. «Il Papa ha vissuto la visita alla moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto», ha spiegato la sala stampa vaticana, «con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono lì in preghiera». Questione di temperamento. Forse con il retropensiero che oggi la società è più polarizzata che negli anni passati e un Papa che prega in moschea può innescare tanto tra i cattolici tradizionalisti quanto negli ambienti islamisti reazioni accalorate di cui si può fare a meno.
Ecumenismo in tempo di guerra
A differenza di Benedetto e Francesco, Leone non ha visitato neppure Santa Sofia, lì davanti, che nel frattempo Erdogan ha convertito da museo in moschea, e la sua giornata è continuata nel nome dell’ecumenismo. Il Papa cerca di ricucire il tessuto strappato da ultimo dalla invasione russa dell’Ucraina: a Nicea, dove venerdì ha presieduto la commemorazione del primo Concilio, non c’erano i patriarchi legati a Mosca, e incontrando i capi delle altre Chiese cristiane a Mor Ephrem, ieri, ha auspicato che in futuro ci siano altri incontri del genere «anche con quelle Chiese che non sono potute essere presenti». Ed ha lanciato l’idea di un «ritorno a Gerusalemme» tutti insieme per il 2033, Giubileo che commemorerà la morte di Cristo. Nella chiesa di San Giorgio, nel quartiere istanbuliota del Fanar, ha poi firmato con il patriarca Bartolomeo una dichiarazione comune per dire sì alla cura dell’ambiente e alla pace e no – possibile riferimento, tra gli altri, alla guerra di Putin – a «qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza».
L’appello di Hezbollah
Questo pomeriggio Leone arriva a Beirut per la tappa libanese del viaggio, da oggi a martedì. Fede e politica si intrecciano fin da subito. Alla vigilia del suo arrivo Hezbollah – che già nel 2012 accolse con fervore Benedetto XVI – si è rivolto al nuovo Papa per dargli il benvenuto, assicurargli il proprio «impegno a favore della coesistenza» e chiedergli di «respingere l’ingiustizia e l’aggressione» israeliana contro il Libano.