Tensioni Tunisia-Ue, Saied convoca l'ambasciatore europeo Perrone
di Leonardo MartinelliTUNISI - Rien ne va plus fra Tunisi e l’Unione europea, nonostante l’Ue resti per il Paese maghrebino il principale partner commerciale ed economico (e nonostante Kais Saied, il presidente, all’origine di una deriva autoritaria negli ultimi anni, mantenga nell’amica Giorgia Meloni il principale riferimento al di là del Mediterraneo). Diversi incidenti si sono inanellati negli ultimi giorni tra Saied e alcuni rappresentanti europei, mentre sul fronte dei diritti umani si segnalano due casi discordanti: da una parte la liberazione (condizionata) di Sonia Dahmani, personaggio simbolo dell’opposizione, finita in carcere un anno e mezzo fa. E dall’altra le pene ancora durissime emesse in appello venerdì contro i 37 imputati (perlopiù oppositori politici di Saied) del “processo del complotto”, arrestati dal febbraio 2023, sulla base di fragili prove.
Dal contesto traspare un certo nervosismo nel palazzo di Cartagine, dove vive trincerato Saied. Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo. Lune…
TUNISI - Rien ne va plus fra Tunisi e l’Unione europea, nonostante l’Ue resti per il Paese maghrebino il principale partner commerciale ed economico (e nonostante Kais Saied, il presidente, all’origine di una deriva autoritaria negli ultimi anni, mantenga nell’amica Giorgia Meloni il principale riferimento al di là del Mediterraneo). Diversi incidenti si sono inanellati negli ultimi giorni tra Saied e alcuni rappresentanti europei, mentre sul fronte dei diritti umani si segnalano due casi discordanti: da una parte la liberazione (condizionata) di Sonia Dahmani, personaggio simbolo dell’opposizione, finita in carcere un anno e mezzo fa. E dall’altra le pene ancora durissime emesse in appello venerdì contro i 37 imputati (perlopiù oppositori politici di Saied) del “processo del complotto”, arrestati dal febbraio 2023, sulla base di fragili prove.
Dal contesto traspare un certo nervosismo nel palazzo di Cartagine, dove vive trincerato Saied. Ma vediamo nel dettaglio cosa è successo. Lunedì Giuseppe Perrone, ambasciatore europeo (diplomatico di grande esperienza, già rappresentante dell’Italia nel passato in posti sensibili come Tripoli e Teheran), incontra Noureddine Taboubi, segretario generale dell’Ugtt, confederazione sindacale tunisina (in rotta con Saied e che sta minacciando uno sciopero generale per i prossimi giorni). Già all’indomani il presidente reagisce convocando Perrone per una “dura protesta”. In un comunicato la presidenza sottolinea il “non rispetto delle regole diplomatiche”, specificando che la Tunisia difenderà la sua sovranità “senza compromessi”. Nell’ottica di Saied, Perrone dovrebbe incontrare solo rappresentanti del governo. Qualche ora più tardi la Commissione europea risponde pubblicamente. Il portavoce della delegazione Ue ricorda che gli ambasciatori europei dialogano naturalmente “con un’ampia gamma di attori”, che siano sindacalisti o rappresentanti della società civile. Ricorda pure che l’Ugtt fa parte del Quartetto del dialogo nazionale, insignito del Nobel per la pace nel 2015 per il processo democratico realizzato dalla Tunisia dopo la rivoluzione del 2011.
Giovedì, altro round. Il Parlamento europeo adotta una risoluzione durissima sul rispetto dei diritti umani in Tunisia, chiedendo la liberazione degli oppositori messi in carcere dal regime e in particolare di Dahmani. Lei è già stata condannata a quattro anni e mezzo cumulativi di prigione. Tanto per capire il livello, uno dei principali capi d’accusa imputati alla donna è il seguente: avvocatessa e militante, partecipava a un dibattito televisivo, dove uno dei suoi interlocutori aveva detto che i migranti subsahariani in transito per la Tunisia verso l’Italia rimanevano in realtà nel paese maghrebino. Facendo riferimento alle difficoltà socio-economiche in loco, Dahmani si era permessa di dirgli: “Ma chi vuoi che voglia restare in un paese come il nostro”.
Sui social in Tunisia in tanti hanno postato che la liberazione della donna (che ha vissuto nelle condizioni durissime proprie alle carceri del Paese) fosse legata proprio alla risoluzione europea. E così venerdì mattina, all’alba, Saied (politico populista che fu eletto nel 2019 grazie al sostengo della rete) è intervenuto per negare un legame del genere e ricordando che Tunisi “non prende lezioni da nessuno”. Ha evocato anche “una rappresentante di un paese straniero”, che avrebbe ricevuto una protesta ufficiale, ancora un’europea. Si tratta di Josephine Frantzen, ambasciatrice dei Paesi Bassi, convocata più tardi dal ministro degli Esteri, ancora per il “non rispetto delle regole diplomatiche” e per incontri che non avrebbe dovuto fare…
Venerdì, è arrivata pure la sentenza in appello del processo dove 37 persone sono accusate di aver ordito un complotto contro Saied. Anche qui le prove dell’accusa sono fragilissime e quasi surreali (in alcuni casi solo pranzi con ambasciatori di paesi come l’Italia. alleati di Tunisi). Eppure, anche in appello le pene sono arrivate fino a un massimo di 45 anni. Nel caso di Jawhar Ben Mbarek, politico di centro-sinistra, la pena è stata addirittura aumentata dai 18 anni del primo grado a venti. Da un mese l’uomo è in sciopero della fame e ormai il suo corpo rifiuta addirittura di bere. Come molti degli imputati è in carcere da due anni e mezzo nelle condizioni igieniche e di vita precarie proprie alle prigioni del suo paese (i vetri rotti alle finestre, il cibo fornito immangiabile, i ratti nelle celle, l’obbligo talvolta di dormire a più persone nella stessa branda…). In quel processo è stato condannato addirittura il filosofo francese Bernard-Henry Lévy, come istigatore del complotto contro Saied nell’ombra: in appello a 33 anni di carcere.