Sfiducia dei giovani e scorciatoie per cambiare unità: cosa rivelano i dati sui disertori ucraini
di Gianluca Di FeoNell’ostentare la certezza della vittoria finale, Vladimir Putin pochi giorni fa ha citato “il dilagare delle diserzioni nell’esercito di Kiev, note anche ai media occidentali”. L’Ucraina è una democrazia, seppur giovane e imperfetta: contrariamente alla Russia, non nasconde le statistiche anche quando possono creare danni alla reputazione nazionale. D’altronde nessuno nega che la situazione del Paese invaso sia critica, anche per la difficoltà di arruolare truppe sufficienti a rimpiazzare le perdite.
Le statistiche dell’abbandono
Il dato sbandierato dal nuovo Zar nasce dai bollettini ufficiali della giustizia militare ucraina: tra gennaio 2022 e settembre 2024 ci sono stati 59.606 procedimenti per “abbandono ingiustificato del reparto” - indicato con l’acronimo inglese Awol - e 29.521 per diserzione vera e propria. Ancora più impressionanti sono i rapporti dell’ultimo periodo: a settembre 2025 i casi di “assenza immotivata” sono diventati 235.646 e quelli di diserzione 53.954. …
Nell’ostentare la certezza della vittoria finale, Vladimir Putin pochi giorni fa ha citato “il dilagare delle diserzioni nell’esercito di Kiev, note anche ai media occidentali”. L’Ucraina è una democrazia, seppur giovane e imperfetta: contrariamente alla Russia, non nasconde le statistiche anche quando possono creare danni alla reputazione nazionale. D’altronde nessuno nega che la situazione del Paese invaso sia critica, anche per la difficoltà di arruolare truppe sufficienti a rimpiazzare le perdite.
Le statistiche dell’abbandono
Il dato sbandierato dal nuovo Zar nasce dai bollettini ufficiali della giustizia militare ucraina: tra gennaio 2022 e settembre 2024 ci sono stati 59.606 procedimenti per “abbandono ingiustificato del reparto” - indicato con l’acronimo inglese Awol - e 29.521 per diserzione vera e propria. Ancora più impressionanti sono i rapporti dell’ultimo periodo: a settembre 2025 i casi di “assenza immotivata” sono diventati 235.646 e quelli di diserzione 53.954. Si tratta di 200 mila desaparecidos in un solo anno. Letti così sono numeri spaventosi, tali da ipotizzare un “addio alle armi” collettivo: qualcosa che sembra prefigurare un collasso dell’organizzazione bellica di Kiev simile al “tutti a casa” del Regio Esercito italiano all’indomani dell’8 settembre 1943.
Chi si assenta e chi sparisce
La realtà però è più sfumata, senza cifre in bianco e nero ma con tante sfumature di grigio. Un’inchiesta di Frontelligence Insight - un gruppo ucraino di analisti e veterani, patrioti che non rinunciano a criticare gli errori nella condotta del conflitto - può aiutare a capire quali sono le condizioni reali.
L’abbandono ingiustificato del reparto è una contestazione che scatta quando si lascia l’unità per almeno tre giorni: non è un reato e non viene punito con il carcere; al massimo provoca una punizione disciplinare, come una nota di demerito o la degradazione. Ci sono poi problemi burocratici che gonfiano le statistiche: molte volte sono contabilizzate più assenze immotivate di uno stesso soldato o non viene revocato il procedimento già avviato nei confronti di chi è rientrato alla base.
I dati reali della fuga
Lo studio sostiene che il numero reale dei soldati di Kiev scappati sia 150 mila. Sulla carta, nel gennaio scorso i militari ucraini erano in tutto 880 mila: significa che quasi il venti per cento ha disertato? Sarebbe una quota spaventosa, pari a quella registrata nelle armate zariste della Prima Guerra Mondiale che ha portato alla rivoluzione bolscevica. Frontelligence Insight ritiene che bisogna calcolare anche le oscillazioni degli organici reali e altri fattori, che riducono la percentuale concreta dei fuggitivi tra l’11 e il 14. Un buco nei ranghi comunque forte, doppiamente preoccupante alla luce dello svantaggio demografico nei confronti della Russia.
I russi non si voltano
I disertori russi invece sarebbero molti meno: 50 mila in totale, tra il 7 e il 10 per cento delle forze di invasione. Anzitutto va ricordato che non si tratta di coscritti ma di volontari: Putin finora ha mantenuto la promessa di non mandare al fronte ragazzi di leva. Mosca poi ha misure repressive molto efficaci, oltre a uno scambio strutturato di informazioni tra servizi segreti e polizia per rintracciare gli assenti: l’80-90 per cento viene riacciuffato e spedito all’assalto nei “battaglioni di punizione”. Sembra ancora valida la frase attribuita a Stalin: “Nell’armata sovietica ci vuole più coraggio a scappare che non ad andare all’attacco”. E in effetti esistono video di soldati che alzano le braccia e vengono ammazzati dai commilitoni.
La scorciatoia per cambiare unità
In Ucraina il fenomeno de “l’abbandono per breve periodo” è stato sempre diffuso. Le motivazioni sono diverse e - in maniera quasi sorprendente - a darsi alla macchia non sono gli uomini in prima linea: il Terzo Corpo, che combatte nelle zone più letali, ha bassi livelli di diserzione. Paradossalmente, molti lasciano i reparti perché resta il metodo più rapido per i soldati che vogliono passare da una brigata all’altra. Solo una parte degli Awol infatti butta la divisa e scappa all’estero: un numero significativo, almeno fino al settembre 2024, scompare da una caserma e ricompare in un’altra.
La burocrazia degli stati maggiori a Kiev è rimasta di lentezza sovietica, nonostante una app che dovrebbe semplificare le pratiche per via digitale, e le richieste di trasferimento vengono sempre bocciate o ricevono risposte in tempi biblici. Ed ecco la scorciatoia: andarsene e bussare alle porte della nuova caserma. Se i fuggitivi verranno accettati, il reparto regolarizzerà la loro posizione.
Non si tratta di migrazioni verso battaglioni meno pericolosi o lontani dalla linea del fuoco: molte volte i soldati vogliono passare nelle forze d’assalto, dove sanno che riceveranno migliore equipaggiamento, addestramento accurato e avranno comandanti esperti. Per entrare in unità come la Azov o la Da Vinci c’è sempre la coda.
Chi scappa non paga
Inoltre in Ucraina non esiste una polizia militare che dia la caccia ai fuggitivi. Ci sono squadroni spietati che vanno in cerca dei renitenti alla leva, mentre le forze dell’ordine non hanno una banca dati degli Awol: diserzioni e assenze ingiustificate raramente vengono punite. Le condanne in Tribunale sono pochissime: nel 2024 sono stati processati 2.014 soldati per abbandono del posto e 180 per diserzione. L’anno dopo i procedimenti hanno cominciato a calare: 1.173 Awol e 231 per diserzione. In pratica, scappare è conveniente. Questo dipenderebbe dall’inefficienza degli apparati repressivi ma anche da una diversa impostazione.
“Il Paese è di gran lunga meno autoritario della Russia, pure in tempi di guerra - ha spiegato un alto ufficiale a Frontellingence Insight -: non c’è la volontà politica di affrontare la questione e neppure un intervento rilevante della polizia o di altri enti. Nei piccoli sobborghi o nei villaggi, per i disertori è più difficile nascondersi. Nelle grandi città invece possono vivere per anni in un indirizzo diverso da quello che risulta all’anagrafe, subire un procedimento penale in contumacia e proseguire la loro vita finché non verranno imprigionati in seguito a un controllo casuale, ammesso che finiscano mai in cella”.
Una linea morbida accolta da una legge del novembre 2024, che ha permesso fino ad agosto 2025 a 29 mila “assenti ingiustificati” di tornare in servizio senza sanzioni. Va ricordato che la leva obbligatoria è stata introdotta solo nell’estate 2024 mentre prima l’esercito era composto solo di professionisti e volontari, corsi in massa a prendere le armi dopo l’invasione: uomini con un’alta motivazione e bassi livelli di diserzione.
Le ragioni dell’addio alle armi
Il dossier analizza attraverso interviste ad ufficiali e reduci le ragioni di chi scappa. Il guasto maggiore viene dalla fuga dei veterani, che combattono da oltre 18 mesi o spesso dalla primavera 2022: nessuno finora è stato congedato. Molti mollano perché sentono il bisogno di occuparsi delle famiglie, che la scarsità di licenze impedisce di raggiungere: devono seguire genitori malati, figli in difficoltà o comunque farsi carico dei parenti distanti da anni.
Altri perdono la fiducia nei comandanti o litigano con i superiori e temono di essere assegnati a missioni suicide: in genere lasciano il reparto e si aggregano a un altro, i cui ufficiali hanno reputazione migliore. Infine c’è il burnout: lo stress per la battaglia, per i mesi sotto il tiro di droni e cannoni, fa saltare i nervi. Raramente vengono concessi periodi di riabilitazione e a quel punto anche i combattenti più duri buttano la mimetica.
La sfiducia dell’ultima leva
Le reclute di leva fuggono prima di arrivare al fronte. Hanno paura di finire in unità d’assalto; si accorgono che l’addestramento è inadeguato o non valorizza le loro competenze civili, con tecnici informatici messi in fanteria e non a guidare droni. Tanti si sentono vittima di un’ingiustizia, perché chiamati alle armi anche se avevano diritto all’esenzione per motivi medici o di studio. Oppure perché vedono coetanei che con la corruzione o le raccomandazioni evitano la naja e non rischiano la vita.
Ma nel boom di imboscati dell’ultimo anno influisce pure una constatazione più amara: ci sono giovani che non credono nella vittoria e reputano inutile il sacrificio per una guerra senza speranza. Tra scandali e ritirate, questo forse oggi è il problema più grande per i leader ucraini: restituire la fiducia nel futuro e motivare chi viene obbligato ad andare al fronte dopo 45 mesi di lotta senza tregua.