L’offensiva ucraina contro l’oro nero che finanzia la macchina bellica russa è entrata in una nuova fase: ben tre navi sono state assalite in pochissimi giorni mentre il raid contro una quarta è controverso. Si tratta di un’escalation che allarga ulteriormente l’area degli attacchi, arrivando a colpire nelle acque dell’Africa. Non solo ha fatto infuriare Vladimir Putin, ma rischia pure di provocare una crisi tra Kiev e Ankara, aprendo una crepa nelle relazioni con uno dei Paesi decisivi per i negoziati di pace.
Venerdì scorso ci sono state due incursioni. Le petroliere Kairos e Virat sono state prese di mira non lontano dal Bosforo: avevano le cisterne vuote e si ritiene stessero dirigendo verso il porto russo di Novorossiysk per caricare altro greggio. La prima ha un dislocamento di 78 mila tonnellate ed è lunga 278 metri: è stata devastata da un’esplosione e ha preso fuoco. Due battelli di soccorso turchi sono intervenuti per spegnere le fiamme, ma la nave sta comunque affondan…
L’offensiva ucraina contro l’oro nero che finanzia la macchina bellica russa è entrata in una nuova fase: ben tre navi sono state assalite in pochissimi giorni mentre il raid contro una quarta è controverso. Si tratta di un’escalation che allarga ulteriormente l’area degli attacchi, arrivando a colpire nelle acque dell’Africa. Non solo ha fatto infuriare Vladimir Putin, ma rischia pure di provocare una crisi tra Kiev e Ankara, aprendo una crepa nelle relazioni con uno dei Paesi decisivi per i negoziati di pace.
Venerdì scorso ci sono state due incursioni. Le petroliere Kairos e Virat sono state prese di mira non lontano dal Bosforo: avevano le cisterne vuote e si ritiene stessero dirigendo verso il porto russo di Novorossiysk per caricare altro greggio. La prima ha un dislocamento di 78 mila tonnellate ed è lunga 278 metri: è stata devastata da un’esplosione e ha preso fuoco. Due battelli di soccorso turchi sono intervenuti per spegnere le fiamme, ma la nave sta comunque affondando. Sulla Virat da 62 mila tonnellate invece ci sono stati uno scoppio a poppa, nella zona dei motori, e uno in prossimità della fiancate, riuscendo però a rimanere a galla.
Entrambe le navi erano state inserite nella lista di petroliere della “flotta ombra” che esporta greggio in violazione dell’embargo. Ed entrambe si trovavano nella “zona economica esclusiva” della Turchia. “Non possiamo tollerare queste aggressioni – ha dichiarato con ira lunedì Erdogan – che minacciano la sicurezza dei trasporti, delle persone e l’ambiente nella nostra zona economica esclusiva”. Il nuovo sultano finora ha mantenuto una vantaggiosa equidistanza tra Ucraina e Russia. Fornisce armamenti e gas a Kiev, ma non applica le sanzioni contro Mosca e questo ha reso il Paese uno degli hub per le esportazioni di materie prime russe, incluso il petrolio.
Poche ore dopo c’è stata un’esplosione su una terza petroliera, la Mersin, che ha iniziato a colare a picco di fronte al litorale di Dakar, in Senegal. Appartiene a un armatore di Istanbul. Aveva cominciato il suo viaggio nel terminal russo di Taman ad agosto, con destinazione ufficiale il Togo: da allora però era rimasta ormeggiata davanti al Senegal. L’ipotesi più probabile è che si sia trattato di un sabotaggio, con ordigni magnetici – quelli che gli incursori italiani chiamavano mignatte – piazzati sulla carena.
Da un anno misteriosi subacquei hanno colpito con queste armi diverse navi della “flotta ombra” a largo della Libia e della Grecia. Mosca sostiene che abbiano affondato nel dicembre 2024 pure un cargo con attrezzature speciali subito dopo avere varcato lo stretto di Gibilterra. E resta senza rivendicazione lo scoppio di una mina di questo tipo sulla fiancata della Seajewel avvenuta a febbraio nel porto di Vado Ligure: la procura di Genova sta conducendo un’indagine per terrorismo.
Lunedì notte è stata la volta della cisterna Midvolga-2, partita dalla Russia per la Georgia: il carico dichiarato è olio di girasole. E’ stata centrata da un drone volante mentre navigava a circa cento chilometri dalla costa turca: secondo fonti russe, l’ordigno sarebbe decollato dalla zona di Odessa e avrebbe seminato schegge, ferendo due membri dell’equipaggio. Le autorità di Ankara invece dicono che le persone a bordo sono illese.
Le uniche azioni attribuite con certezza sono quelle contro la Virat e la Kairos: i servizi segreti interni Sbu di Kiev hanno pubblicato sui social un video che mostra l’assalto dei droni marittimi Sea Baby. Una rivendicazione che ha generato diversi interrogativi: l’attacco è stato condotto dal Sbu mentre il capo dell’intelligence militare Gur, il generale Kyrylo Budanov, sta partecipando alle trattative per la fine delle ostilità. La rivalità tra i due apparati è nota, finora però non aveva mai provocato scontri o sgambetti evidenti.
Allo stesso tempo, non sembra che i servizi interni abbiano la capacità di intervenire in Africa, dove invece gli agenti di Budanov operano da almeno due anni. E colpire l’oro nero del Cremlino resta la priorità ucraina, portata avanti con raid quotidiani contro raffinerie, oleodotti e terminal di imbarco.
Putin ha reagito agli attacchi con un discorso durissimo. Ha promesso di “chiudere il Mar Nero” e moltiplicare i bombardamenti delle navi nei porti ucraini. Negli scorsi tre anni la sua flotta ha incassato solo disfatte, mentre droni e missili si scagliano spesso contro mercantili e cisterne sia nella zona di Odessa che nel delta del Danubio.
La paternità del raid contro la Midvolga-2, avvenuto poche ore dopo il discorso di Erdogan, è stata invece negata dal ministro degli Esteri ucraino, Georgy Tykhyi: “Non c’entriamo nulla. E’ una messinscena di Mosca, confermata dalla scelta di procedere verso la Georgia avvicinandosi alla Turchia”. L’intensificazione dei combattimenti rende più spessa la “nebbia di guerra” e impedisce di arrivare alla verità.