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De Grauwe: “Era ora, spero che l’embargo del gas russo diventi operativo”

Paul De Grauwe

 

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Intervista al professore emerito della London School of Economics, dove ha diretto a lungo il dipartimento Europa. “Una misura urgente e decisiva per tagliare le risorse a un Paese che spenderà in armi il 30 per cento del Pil”
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«L’Europa ha deciso che interromperà gli acquisti di gas russo? Era ora. Non capisco perché sia servito tanto tempo, e adesso si sia data fino al 2027 per trovare fonti alternative. È una misura così determinante per tagliare le risorse a un Paese che ha appena annunciato che spenderà in armi il 30% del Pil, che andava presa da molto tempo con carattere di urgenza». È amareggiato Paul De Grauwe, belga classe 1946, professore emerito della London School of Economics dove ha diretto a lungo il dipartimento Europa. «Comunque, meglio tardi che mai. Speriamo che l’embargo divenga davvero operativo».

Però non è così semplice sostituire gli approvvigionamenti energetici.

«Guardi, l’esempio migliore l’hanno dato Germania e Italia, due fra i Paesi più dipendenti dalla Russia. La prima ha in tutta fretta avviato una possente batteria di rigassificatori nel Mar Baltico per accogliere il gas liquefatto da Usa e Norvegia. L’Italia ha intrapreso fin dal primo minuto un vorticoso giro del mondo…

«L’Europa ha deciso che interromperà gli acquisti di gas russo? Era ora. Non capisco perché sia servito tanto tempo, e adesso si sia data fino al 2027 per trovare fonti alternative. È una misura così determinante per tagliare le risorse a un Paese che ha appena annunciato che spenderà in armi il 30% del Pil, che andava presa da molto tempo con carattere di urgenza». È amareggiato Paul De Grauwe, belga classe 1946, professore emerito della London School of Economics dove ha diretto a lungo il dipartimento Europa. «Comunque, meglio tardi che mai. Speriamo che l’embargo divenga davvero operativo».

Però non è così semplice sostituire gli approvvigionamenti energetici.

«Guardi, l’esempio migliore l’hanno dato Germania e Italia, due fra i Paesi più dipendenti dalla Russia. La prima ha in tutta fretta avviato una possente batteria di rigassificatori nel Mar Baltico per accogliere il gas liquefatto da Usa e Norvegia. L’Italia ha intrapreso fin dal primo minuto un vorticoso giro del mondo alla ricerca di nuovi fornitori (l’ad dell’Eni Claudio Descalzi è stato accompagnato dall’ex premier Mario Draghi e in un’occasione, in Mozambico, addirittura dal presidente Sergio Mattarella, e in meno di un anno ha azzerato l’import dalla Russia, ndr)».

Bruxelles ha anche annunciato un complesso framework legale per risolvere la questione degli asset russi. Il Belgio, il suo Paese, accetterà infine di far parte dei “volontari”?

«Non capisco l’opposizione né del governo di centrodestra belga (De Grauwe è stato in passato deputato progressista nel suo Paese, ndr) né tantomeno della Bce nel cui circuito ricade Euroclear (che detiene la quasi totalità degli asset, circa 200 miliardi), e si rifiuta da fungere da prestatore di ultima istanza. Ma come? La Commissione ha assicurato che comunque Euroclear non perderà un centesimo, a costo di tassare pro quota i singoli Paesi dell’eurozona, che a quanto pare acconsentirebbero a questa condizione almeno per una prima tranche da 90 miliardi necessari per far andare avanti l’Ucraina per due anni. Cosa vogliono di più? Pensiamo alla posta in gioco, a un Paese sotto assedio bombardato ogni giorno e ogni notte».

Si teme il ricorso della Russia. È sbagliato?

«Qui siamo nel grottesco. Mosca ha sferrato un attacco sanguinario senza alcun motivo contro Kiev e ora si appella al diritto internazionale: quale corte si sentirebbe di darle ragione?».

C’è ancora un’altra ipotesi, un prestito diretto dell’Ue all’Ucraina: avrebbe qualche chance?

«Secondo me, meno di zero. Un prestito del genere ha bisogno come collaterale di garanzia, di una certa consistenza patrimoniale che l’Unione non ha. È l’ennesima penalità per non essere riusciti a creare l’Unione dei mercati dei capitali. Paghiamo per la perdurante frammentazione un costo pesante. Se si fosse riusciti a integrare le funzioni finanziarie, si potevano emettere degli appositi eurobond che avrebbero trovato sicura accoglienza sui mercati globali del debito. Anche per questo l’Europa è ferma al palo».

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