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Il Donbass che continua a resistere: “Mai cederemo la nostra terra”

Kramatorsk

 (reuters)
Città come Kramatorsk e Sloviansk passerebbero ai russi. Ma la maggioranza degli ucraini non intende sostenere un accordo simile
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Nella vastissima piazza centrale di Kramatorsk non ci sono gli alberi di Natale: è la prima volta che accade dall’inizio della guerra, cominciata qui nel Donbass nel 2014. Per dieci anni la facciata del municipio neoclassico è stata rimessa a nuovo dopo ogni bombardamento, ora però poche persone osano avventurarsi nelle strade: da due mesi i droni russi piovono sulla città. Questo è il cuore del territorio che condiziona le sorti del conflitto e forse d’Europa: più o meno il quindici per cento della regione di Donetsk, circa 5 mila chilometri quadrati. Per avere un’idea, è pari alla superficie della Liguria. Il Cremlino lo vuole a tutti i costi ed è il principale ostacolo che frena le trattative. «Nessuno lo darà a Putin. Non ci sono ragioni, è la nostra terra», dice alla Bbc un soldato ucraino che ha appena lasciato la linea del fuoco.

Prima del 2014, quando i separatisti filorussi hanno occupato Kramatorsk e poi sono stati cacciati dalla riscossa ucraina, questo era un blocco g…

Nella vastissima piazza centrale di Kramatorsk non ci sono gli alberi di Natale: è la prima volta che accade dall’inizio della guerra, cominciata qui nel Donbass nel 2014. Per dieci anni la facciata del municipio neoclassico è stata rimessa a nuovo dopo ogni bombardamento, ora però poche persone osano avventurarsi nelle strade: da due mesi i droni russi piovono sulla città. Questo è il cuore del territorio che condiziona le sorti del conflitto e forse d’Europa: più o meno il quindici per cento della regione di Donetsk, circa 5 mila chilometri quadrati. Per avere un’idea, è pari alla superficie della Liguria. Il Cremlino lo vuole a tutti i costi ed è il principale ostacolo che frena le trattative. «Nessuno lo darà a Putin. Non ci sono ragioni, è la nostra terra», dice alla Bbc un soldato ucraino che ha appena lasciato la linea del fuoco.

Prima del 2014, quando i separatisti filorussi hanno occupato Kramatorsk e poi sono stati cacciati dalla riscossa ucraina, questo era un blocco grigio di industrie meccaniche. La leggenda sovietica della fabbrica NKMZ, che inghiottiva acciaio e sfornava trattori, macchinari, cannoni. Poi si è riempita di alberi e di giovani, molti fuggiti dalle zone orientali del Donbass: è stata rivoluzionata dalla vitalità di negozi e artigiani, di skater e mountain bike, di musica e giardini. Quando è scattata l’invasione, tra centro storico e sobborghi ci vivevano in 220 mila. Contando le altre città dove ancora sventola la bandiera di Kiev – Sloviansk, Kostantinivka, Druzhkivka – erano più di mezzo milione.

Molti sono scappati nei primi mesi e l’8 aprile 2022 un missile è piovuto sulla ressa alla stazione per salire sui treni: ha ucciso 63 civili e ne ha feriti 150, molti erano bambini. Tanti però sono tornati alla fine dell’anno, quando le truppe di Putin sono state costrette a ritirarsi. Hanno cercato di mantenere una quotidianità serena, con collettivi di pensionati e ragazzi al lavoro per aiutare i militari: il gruppo di volontari più noto si chiama “Le Api” e cuce strisce di stoffa per confezionare le tute mimetiche dei cecchini. Nel vecchio censimento un quarto dei residenti si era definito russo: eredi degli operai trasferiti qui ai tempi dell’Urss. Nel 2021 si reputava che solo un decimo si sentisse legato a Mosca.

Kramatorsk

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La speranza si è spenta a ottobre, con i primi raid dei droni. Adesso stanno andando tutti via. Un esodo lento e inevitabile, perché bombe e velivoli teleguidati non danno tregua: i treni sono fermi e la gente parte in auto o in minibus lasciando le case. Non lo considerano un addio, ma un arrivederci: «Sarà come nel 2014, batteremo i russi e torneremo».

Questo orgoglio contagia l’intera nazione: nonostante le enormi difficoltà, la corrente che va e viene, gli elenchi dei caduti che si allungano e l’incertezza sul futuro, nei sondaggi più recenti il 58 per cento dichiara di non volere cedere formalmente l’ultimo lembo del Donbass e il 51 è contrario pure a riconoscimenti de facto. Una determinazione che si fa assoluta nei ranghi dell’esercito, forgiato proprio dal mito guerriero della lotta per questa regione.

Sono questi i fattori che impediscono a Zelensky di accettare la rinuncia al Donetsk in cambio della pace: una volontà popolare fuori controllo, che potrebbe ribellarsi al «tradimento del Paese». Un elemento che pesa molto più delle ragioni economiche, delle industrie, dei giacimenti di minerali e di idrocarburi. Se il presidente dovesse piegarsi alla pressione della Casa Bianca, la consegna di questi territori verrebbe considerata «una mutilazione da sanare»: come l’Alsazia e la Lorena per i reduci tedeschi della Grande Guerra che hanno partorito il nazismo, sarebbe alto il rischio di assistere a svolte radicali nel nome di Kramatorsk.

Kramatorsk

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C’è poi la questione militare. Dare Kramatorsk ai russi sarebbe come fornirgli un trampolino di lancio per ghermire il resto dell’Ucraina. Le colline intorno alla città e gli speroni di roccia somiglianti a castelli sono le ultime barriere naturali prima del fiume Dnipro: dopo per 250 chilometri c’è una pianura che permette di dilagare verso la città omonima e Zaporizhzhia. È la stessa direttrice seguita dall’Armata Rossa nel 1943, ostacolata con massicci contrattacchi dalle migliori panzerdivision hitleriane. Consapevoli di questa geografia, gli ucraini dal 2014 hanno trasformato Kramatorsk, Sloviansk, Kostantinivka, Druzhkivka, Pokrovsk in una cinta di città-fortezza che continua a tenere testa alle offensive. Lo dimostra l’assedio di Pokrovsk: è iniziato nel giugno 2024 e 40 mila russi sono stati falciati senza averla ancora espugnata. Occupare le altre città richiederebbe tempi lunghi e perdite drammatiche. Putin lo sa. E per questo ne ha fatto la clausola irrinunciabile di ogni trattativa.

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