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Fuga di polvere radioattiva o nuova reazione a catena. I rischi di Chernobyl dopo l’attacco russo

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Serhii Plokhii: “La riparazione alla cupola di contenimento squarciata è stata solo un cerotto”. Edwin Lyman: “Le infiltrazioni di pioggia dalla struttura danneggiata potrebbero riattivare il combustibile nucleare”
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Un buco si è aperto nel tetto, e non di una casa qualsiasi. Lo squarcio largo sei metri causato da un drone russo il 14 febbraio ha danneggiato la cupola di contenimento del reattore di Chernobyl. Gli operai si sono affrettati a spegnere l’incendio e richiudere il foro, ma non è bastato. “La struttura di contenimento ha perso la sua funzione primaria di sicurezza” ha spiegato sabato l’Aiea (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, affiliata alle Nazioni Unite) al termine di un’ispezione, precisando di non aver riscontrato “danni permanenti alle strutture portanti o ai sistemi di monitoraggio”. Né nella zona sono stati registrati valori anomali di radiazioni.

Il pericolo dunque esiste o non esiste? E’ difficile capire dalle parole dell’Aiea la gravità della situazione. “…

Un buco si è aperto nel tetto, e non di una casa qualsiasi. Lo squarcio largo sei metri causato da un drone russo il 14 febbraio ha danneggiato la cupola di contenimento del reattore di Chernobyl. Gli operai si sono affrettati a spegnere l’incendio e richiudere il foro, ma non è bastato. “La struttura di contenimento ha perso la sua funzione primaria di sicurezza” ha spiegato sabato l’Aiea (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, affiliata alle Nazioni Unite) al termine di un’ispezione, precisando di non aver riscontrato “danni permanenti alle strutture portanti o ai sistemi di monitoraggio”. Né nella zona sono stati registrati valori anomali di radiazioni.

Il pericolo dunque esiste o non esiste? E’ difficile capire dalle parole dell’Aiea la gravità della situazione. “Il danno causato dal drone russo è stato riparato al momento, bloccando il rischio di contaminazione dell’ambiente, ma è stato come mettere un cerotto su una ferita” sintetizza Serhii Plokhii, professore di storia dell’Ucraina all’università di Harvard e autore di Chernobyl, storia di una catastrofe. Il drone carico di esplosivo ha forato il cosiddetto New Safe Confinement, una volta di acciaio alta 108 metri e larga 260 inaugurata nel 2019, che poggia direttamente sulla struttura (instabile) del reattore 4 esploso nel 1986.

“La riparazione effettuata a febbraio è una soluzione temporanea. Per ripristinare la funzione primaria di sicurezza della cupola di contenimento servono un intervento (e un investimento) importanti. Il cerotto non basta. Per far guarire il paziente occorre un intervento chirurgico vero e proprio” prosegue Plokhii.

I due scenari di rischio

Gli scenari di rischio al momento sono due. “Subito dopo l’incidente del 1986 il reattore è stato frettolosamente ricoperto da una struttura di confinamento” spiega Edwin Lyman, fisico e direttore della sezione di sicurezza nucleare dell’organizzazione Union of Concerned Scientists. Si tratta del cosiddetto sarcofago: un blocco di cemento e acciaio gettato in fretta e furia sul reattore esploso. Custodisce 200 tonnellate di una sorta di lava radioattiva che si è formata durante l’incidente, 30 tonnellate di polvere contaminata e 16 tonnellate di uranio e plutonio.

Poggiando sulle macerie del reattore, il sarcofago non è del tutto stabile. Per questo negli anni ’90 si è deciso di costruire il New Safe Confinement. E per questo un suo danneggiamento oggi non ci fa dormire sonni tranquilli. “Un crollo di una parte del sarcofago, nella condizione attuale, creerebbe una nuvola di polvere radioattiva che potrebbe disperdersi nell’ambiente” spiega Lyman.

Per Jim Smith, che insegna all’università di Portsmouth e ha scritto uno dei libri più completi sull’incidente di Chernobyl, il rischio non sarebbe comunque immediato. “Il sarcofago non è stato danneggiato dall’attacco del drone. E’ rimasto intatto, con livelli di radiazione uguali al passato. Questo edificio è stato costruito con pareti spessissime di cemento nei mesi successivi al disastro del 1986, proteggendo il reattore distrutto e riducendo significativamente le radiazioni”.

Una seconda possibile minaccia (mai del tutto sopita in realtà, anche quando la volta del New Safe Confinement era in piena efficienza) viene invece dall’acqua. “La copertura danneggiata non ha solo la funzione di impedire fughe di radioattività verso l’esterno. Ha anche quella di bloccare le infiltrazioni di pioggia” spiega l’esperto della Union of Concerned Scientists. “L’acqua potrebbe favorire l’innescarsi di una reazione a catena nel combustibile fuso, che si riscalderebbe e provocherebbe una dispersione di radioattività. Anche in questo caso, non si tratta di una minaccia immediata. Il reattore si trova però in una situazione di vulnerabilità, qualora altri eventi si aggiungano all’attacco di febbraio”.

Il rischio che si riaccenda la brace

Non si tratterebbe della prima volta che la brace si riaccende a Chernobyl. Nel 2021 (con il New Safe Confinement inaugurato da due anni) in un angolo del reattore si osservò un aumento del 40% di neutroni emessi dal combustibile radioattivo.

Proprio la presenza del sarcofago impedì di capire cosa stesse avvenendo veramente, ma anche in quel caso si sospettò che la distribuzione dell’acqua nel reattore giocasse un qualche ruolo. “Quell’evento non è mai stato spiegato del tutto” ricorda oggi Lyman. “Dimostra in ogni caso quanto sia importante una struttura di contenimento efficiente, che protegga l’ambiente esterno da tutto quel che può avvenire all’interno del reattore”.

L’uranio e il plutonio sepolti oggi a Chernobyl emettono neutroni nel loro processo di decadimento radioattivo. In quantità e a velocità ben precise, questi neutroni possono spezzare altri nuclei di uranio e plutonio, causando l’emissione di nuovi neutroni e innescando una reazione di fissione nucleare a catena. “Le infiltrazioni di pioggia sono preoccupanti perché l’acqua ha l’effetto di moderare i neutroni, rendendo di fatto la fissione nucleare più probabile” spiega Lyman. “Se entrasse abbastanza acqua, in teoria si potrebbe riattivare una reazione a catena. Il nocciolo del reattore tornerebbe a riscaldarsi ed emettere gas prodotti dalla fissione, accelerando la corrosione dei materiali. In questo caso vedremmo anche rialzarsi i livelli di radiazione”.

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