L’Europa è avvertita. Il presidente Vladimir Putin conduce una guerra su vasta scala contro l’Ucraina da quasi quattro anni e, la settimana scorsa, ha dichiarato minaccioso che la Russia è “pronta” a un conflitto con l’Europa, se necessario. Il presidente Donald Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti sono disposti a svendere l’Ucraina pur di concludere un accordo sporco con la Russia di Putin. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale del presidente americano prevede di “incoraggiare all’interno dei Paesi europei l’opposizione alla direzione presa dall’Europa”. Non è abbastanza chiaro?
Ora tocca a noi europei mettere l’Ucraina in condizione di sopravvivere sia all’aggressione armata da parte di Mosca che al tradimento diplomatico da parte di Washington. Così facendo difendiamo anche noi stessi. Da un anno mi sento ripetere che alla fine Trump assumerà una linea dura nei confronti della Russia, questo periodo è stato una sorta di Aspettando Godot in chiave geopolitica. Poi ecco che i…
L’Europa è avvertita. Il presidente Vladimir Putin conduce una guerra su vasta scala contro l’Ucraina da quasi quattro anni e, la settimana scorsa, ha dichiarato minaccioso che la Russia è “pronta” a un conflitto con l’Europa, se necessario. Il presidente Donald Trump ha dimostrato che gli Stati Uniti sono disposti a svendere l’Ucraina pur di concludere un accordo sporco con la Russia di Putin. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale del presidente americano prevede di “incoraggiare all’interno dei Paesi europei l’opposizione alla direzione presa dall’Europa”. Non è abbastanza chiaro?
Ora tocca a noi europei mettere l’Ucraina in condizione di sopravvivere sia all’aggressione armata da parte di Mosca che al tradimento diplomatico da parte di Washington. Così facendo difendiamo anche noi stessi. Da un anno mi sento ripetere che alla fine Trump assumerà una linea dura nei confronti della Russia, questo periodo è stato una sorta di Aspettando Godot in chiave geopolitica. Poi ecco che i suoi personali emissari immobiliaristi tirano fuori un “piano di pace” in 28 punti che è, in realtà, un accordo imperiale e commerciale russo-americano a spese sia dell’Ucraina che dell’Europa.
I leader europei scattano subito in modalità “gestione Trump”, una procedura ormai familiare, smussando gli aspetti più estremi del documento grazie a correzioni diplomatiche a margine (track changes diplomacy) per ottenerne una versione che — come era prevedibile — la Russia a sua volta giudica inaccettabile. Sebbene questo piano in 28 punti abbia avuto vita breve, andrebbe studiato a lungo come documento storico. Rivela fino a che punto gli Stati Uniti di Trump siano disposti a spingersi per tornare a una politica di imperi e sfere di influenza, scavalcando tutti gli europei. Ora è necessario che l’antico grido polacco Nic o nas bez nas! (niente su di noi senza di noi!) si innalzi dall’intero continente.
Sorgono due interrogativi. Primo, l’Europa, insieme a Paesi di posizione affine come il Canada, è in grado di rafforzare a sufficienza l’Ucraina e indebolire la Russia affinché la prima alla fine prevalga? Secondo: lo farà?
La risposta alla prima domanda è che sarà molto difficile, ma possiamo ancora riuscirci. Se, al vertice del 18 dicembre, i leader Ue concorderanno un meccanismo per utilizzare i beni russi congelati in Belgio sarà possibile riempire la voragine nel bilancio ucraino per i prossimi due anni almeno. L’economia complessiva dell’Europa è dieci volte quella della Russia. La produzione europea nel settore della difesa è in fase di forte potenziamento. L’elenco dei mezzi militari essenziali che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire si sta accorciando, e la logica di Trump orientata al profitto fa sì che la maggior parte di essi sia comunque acquistabile. Germania, Polonia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada hanno recentemente concordato l’acquisto di un ulteriore miliardo di dollari di armi statunitensi per l’Ucraina. Se Trump dovesse di nuovo interrompere il flusso di informazioni di intelligence statunitensi, nel tentativo di ricattare l’Ucraina perché accetti una pace di capitolazione, sarebbe un colpo pesantissimo, ma i servizi di intelligence ucraini ed europei sono già in grado di colmare almeno una parte delle lacune.
L’Ucraina, dal canto suo, ha compiti fondamentali da svolgere. L’uscita di scena di Andriy Yermak, braccio destro del presidente Volodymyr Zelensky, coinvolto in un grave scandalo di corruzione, crea l’occasione per procedere a un deciso riassetto strutturale interno, magari nella forma di un vero governo di unità nazionale. Intanto la linea gialloblu dei soldati al fronte si sta drammaticamente assottigliando. Dal febbraio 2022 i magistrati hanno aperto più di 300.000 procedimenti relativi ad assenze ingiustificate o diserzione, e non è raro incontrare uomini ucraini in età militare fuori dal Paese.
Ma anche la Russia ha problemi crescenti. Secondo varie fonti, si ampliano i cimiteri per far spazio ad almeno 250.000 caduti e, con forse altri 750.000 soldati feriti, il reclutamento diventa difficile perfino per una dittatura che dispone di una popolazione molto più vasta di quella ucraina. Finora l’economia ha retto in modo sorprendente, grazie alla spinta di una “economia di guerra” e ai rapporti fiorenti con Cina e India (si veda l’abbraccio politico di questa settimana a Nuova Delhi tra Putin e il primo ministro indiano Narendra Modi). Ma l’inflazione è alle stelle, i tassi d’interesse superano il 16% e, elemento cruciale, il prezzo del petrolio è in calo. Gli attacchi ucraini a lungo raggio hanno danneggiato più di un terzo delle raffinerie russe. Circa l’80% delle esportazioni marittime di petrolio russo transita attraverso gli stretti danesi su navi della “flotta ombra”, che in genere non rispettano gli standard internazionali di sicurezza e ambientali. L’Europa potrebbe rallentare il flusso di proventi fermando e ispezionando rigorosamente tali navi.
Se l’Europa sarà in grado di fornire all’Ucraina un sostegno militare ed economico adeguato e ad esercitare una pressione economica efficace sulla Russia, a un certo punto, nel 2026 o 2027, cambierà il quadro degli incentivi per Putin. I suoi generali gli diranno: “Non stiamo ottenendo risultati”, e la sua banca centrale gli dirà: “L’economia dà segni di cedimento”. Diventerà così più probabile un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte. È difficile immaginare un trattato di pace formale che Putin e Zelensky possano entrambi accettare di firmare, ma una tregua di lungo periodo è una possibilità realistica.
A quel punto l’Europa si troverebbe di fronte a un’ulteriore sfida. La vittoria in questa guerra non sarà decisa nel momento in cui le armi taceranno, ma nei cinque-dieci anni successivi. Se nel 2030, oltre a occupare e russificare territori ucraini di dimensioni pari a Portogallo e Slovenia messi insieme, Mosca potrà vantarsi in privato che il resto dell’Ucraina è insicuro, problematico, demoralizzato, spopolato e sottoposto a una forte influenza russa, allora la Russia avrà vinto. Se invece nel 2030 la maggior parte dell’Ucraina sarà sovrana, sicura, un “porcospino d’acciaio” capace di dissuadere qualsiasi futuro attacco russo, se avrà un’economia dinamica, capace di attrarre investimenti stranieri, di offrire un buon lavoro ai veterani e di convincere i giovani ucraini a rientrare dall’estero, se inoltre disporrà di una democrazia quantomeno dignitosa, di una società civile forte e sarà seriamente avviata all’adesione all’Ue, allora sarà l’Ucraina ad aver vinto. Ma tutto ciò richiederà un impegno europeo sostenuto e significativo, oltre a quello degli ucraini stessi.
Sì, l’Europa può farcela. Ma ci riuscirà? Posso elencarvi una lunga serie di motivi per cui potrebbe non farcela. Il mito, ancora diffuso, dell’invincibilità russa. L’impotenza appresa dopo 80 anni di dipendenza dagli Stati Uniti per la nostra sicurezza. La lentezza procedurale dell’Ue. L’intensa competizione per i fondi pubblici in Stati europei spesso pesantemente indebitati, con popolazioni che invecchiano e hanno aspettative irrealistiche su ciò che lo Stato può garantire. Il tipo di politica che porta la coalizione di governo tedesca sull’orlo della crisi per la proposta di dare una modesta sforbiciata a un sistema pensionistico che già assorbe un quarto del bilancio federale. Gli egoismi nazionali che hanno visto il primo ministro belga opporsi al sequestro dei beni russi congelati e la Francia litigare con la Germania su un presunto progetto congiunto per un caccia di nuova generazione. Devo continuare?
Eppure, a questo pessimismo dell’intelletto contrappongo l’ottimismo della volontà. Perché è l’unica cosa che può trasformare “l’Europa può” in “l’Europa vuole”. Forza di volontà. Determinazione strategica. Spirito combattivo. Il coraggio di anteporre l’interesse collettivo di lungo periodo all’opportunità politico-partitica di breve periodo. Sappiamo che singoli Paesi hanno compiuto cose straordinarie contro ogni previsione quando la loro esistenza era minacciata: la Gran Bretagna nel 1940, l’Ucraina nel 2022. Ma il nostro continente, eterogeneo, complicato, pieno di dubbi su se stesso, saprà affrontare questa sfida importante, ma pur sempre molto meno estrema? L’Europa può, se lo vuole.
Traduzione di Emilia Benghi