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Gaza è un mare di macerie: “Sette anni per ripulire, ora Israele apra i valichi”

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Nell’enclave ancora 61 milioni di tonnellate di detriti. L’Onu: “Servono più attrezzature”. Il piano Idf per la “nuova Rafah”
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Quando è tornato a Gaza City, a ottobre, Radwan ha trovato solo una cosa del suo vecchio appartamento: macerie. Non potendo rimuoverle, non avendo un altro posto dove andare, ha deciso di costruirci sopra una tenda per la sua famiglia. Vivono lì, dormono accanto a un muro inclinato, di notte i materassi lerci si gonfiano di umidità. È la normalità per 1,9 milioni di palestinesi sfollati e senza nulla: a due mesi dal cessate il fuoco, Gaza continua ad essere «uno dei luoghi più devastati al mondo», scrive l’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, nel suo ultimo rapporto.

Dalle scuole agli ospedali, dai negozi alle case private, oltre l’80% degli edifici «è stato danneggiato o distrutto», le fonti d’acqua dolce «sono state inquinate e gran parte della vegetazione è stata decimata». L’Onu ha provato a stimare attraverso le immagini satellitari l’entità dei danni: 61 milioni di tonnellate di macerie soffocano l’enclave palestinese. Tra i detriti si annidano ordigni in…

Quando è tornato a Gaza City, a ottobre, Radwan ha trovato solo una cosa del suo vecchio appartamento: macerie. Non potendo rimuoverle, non avendo un altro posto dove andare, ha deciso di costruirci sopra una tenda per la sua famiglia. Vivono lì, dormono accanto a un muro inclinato, di notte i materassi lerci si gonfiano di umidità. È la normalità per 1,9 milioni di palestinesi sfollati e senza nulla: a due mesi dal cessate il fuoco, Gaza continua ad essere «uno dei luoghi più devastati al mondo», scrive l’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, nel suo ultimo rapporto.

Dalle scuole agli ospedali, dai negozi alle case private, oltre l’80% degli edifici «è stato danneggiato o distrutto», le fonti d’acqua dolce «sono state inquinate e gran parte della vegetazione è stata decimata». L’Onu ha provato a stimare attraverso le immagini satellitari l’entità dei danni: 61 milioni di tonnellate di macerie soffocano l’enclave palestinese. Tra i detriti si annidano ordigni inesplosi, mine, e restano ancora dispersi i corpi di almeno 10mila palestinesi. Per dare loro sepoltura e rimuovere le macerie potrebbero volerci 7 anni e 110 milioni di euro, è la stima più ottimista dell’Undp, «ma solo alle giuste condizioni», ovvero con «un accesso senza ostacoli alle aree prioritarie, permessi per macchinari pesanti, un ingresso costante di carburante».

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I tecnici Onu stanno lavorando e sono riusciti a rimuovere «120mila tonnellate di macerie» nel 2025, 50mila in un solo mese dal cessate il fuoco. I detriti vengono raccolti e frantumati, e usati per spianare le strade e creare piazzole per altri rifugi temporanei. Ma è un lavoro titanico che richiederebbe ben altri investimenti. Servono escavatori, bulldozer, attrezzature che Israele non vuol fare entrare fino a quando Hamas resterà al potere, perché quelle macchine in passato sono state usate anche per costruire i tunnel. I negoziati sul dopoguerra procedono con molte difficoltà, per il rifiuto di Hamas a disarmarsi senza un vero percorso verso lo Stato palestinese, e per la determinazione israeliana a impedire la nascita di uno Stato palestinese.

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Hanno fatto rumore le parole del capo di stato maggiore israeliano Zamir che ha definito la “linea gialla” un «nuovo confine» per Israele. La linea divide Gaza in due, la zona a est è sotto controllo dell’Idf, e «funziona da linea difensiva avanzata per le nostre comunità», ha spiegato Zamir. «Abbiamo il controllo operativo su ampie zone della Striscia di Gaza e rimarremo su quelle linee di difesa». Affermazioni inaccettabili per i palestinesi, che chiedono il ritiro dell’Idf, ma rispecchiano le discussioni in corso tra americani e israeliani e i piani dell’esercito.

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Il primo a proporre di costruire una “nuova Gaza” senza Hamas nella zona controllata da Israele è stato Kushner, il genero di Trump. Alti funzionari della sicurezza israeliana confermano a Repubblica che «l’idea è separare Hamas dalla popolazione civile». Il punto di partenza è Rafah, la città rasa al suolo dall’aviazione che ora i tecnici del genio israeliano stanno “ripulendo” dalle macerie e dai tunnel. A est di Rafah dovrebbero nascere i primi rifugi «dove potranno entrare i palestinesi dopo attento screening», spiegano le fonti. «Israele ha bisogno di una buffer zone» per far sì che i civili non «si trovino mai più sulla linea del fronte».

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