Da oggi social vietati agli under 16: l’Australia apre la strada a un nuovo modello globale
di Enrico FranceschiniLONDRA – Il bando all’uso dei social media per i minori di 16 anni, che dopo un lungo dibattito entra in vigore dal 10 dicembre in Australia, potrebbe ispirare altri Paesi a seguirne l’esempio: Danimarca e Norvegia hanno già iniziato progetti di legge analoghi, Brasile e Singapore li stanno considerando, Grecia e Malta studiano con interesse l’iniziativa, vari stati degli Usa anche. A seguirla, con forte apprensione, sono naturalmente pure i giganti dell’economia digitale: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e altri social di largo consumo devono decidere come e fino a che punto reagire a un provvedimento che, se adottato nel resto del mondo, potrebbe avere conseguenze sui loro profitti. E poi si tratta di vedere in che modo reagiranno gli utenti: i minorenni, in primo luogo, e i loro genitori. Sebbene questi ultimi, qui sta la novità delle radicali misure australiane, non abbiano direttamente voce in capitolo.
Divieti all’uso dei social per i minori di 18 o di 16 anni, infatti, esi…
LONDRA – Il bando all’uso dei social media per i minori di 16 anni, che dopo un lungo dibattito entra in vigore dal 10 dicembre in Australia, potrebbe ispirare altri Paesi a seguirne l’esempio: Danimarca e Norvegia hanno già iniziato progetti di legge analoghi, Brasile e Singapore li stanno considerando, Grecia e Malta studiano con interesse l’iniziativa, vari stati degli Usa anche. A seguirla, con forte apprensione, sono naturalmente pure i giganti dell’economia digitale: Facebook, Instagram, TikTok, YouTube e altri social di largo consumo devono decidere come e fino a che punto reagire a un provvedimento che, se adottato nel resto del mondo, potrebbe avere conseguenze sui loro profitti. E poi si tratta di vedere in che modo reagiranno gli utenti: i minorenni, in primo luogo, e i loro genitori. Sebbene questi ultimi, qui sta la novità delle radicali misure australiane, non abbiano direttamente voce in capitolo.
Divieti all’uso dei social per i minori di 18 o di 16 anni, infatti, esistono già altrove, ma con una via di uscita: basta ottenere l’assenso del padre o della madre per poterli continuare a usare. In sostanza, se mamma e papà dicono “mio figlio può stare sui social”, così garantendo che a loro giudizio non ci sono rischi per la salute psicofisica di un adolescente, il bando non è valido.
In Australia, invece, la legge che entra in funzione il 10 dicembre non prevede il consenso dei genitori: fino all’età di 16 anni vige la proibizione ad avere un profilo sui social, punto e basta. Oltre che per i suddetti social media, il divieto vale per X, Snapchat, Threads, Reddit, Twitch e altre piattaforme digitali. Non sono inclusi YouTube Kids e Google ClassRoom, che hanno regole speciali a protezione dei contenuti chi vi appaiono, proprio perché rivolti ai minorenni, e le applicazioni di messaggistica come WhatsApp.
A fare rispettare il bando devono provvedere gli stessi social, ovvero le aziende loro proprietarie: non spetta ai giovanissimi, né ai genitori, verificare che il divieto venga applicato. Le piattaforme dovranno intraprendere “passi ragionevoli” per tenere bambini e ragazzi sotto i 16 anni fuori dai propri siti, facendo uso di tecnologie per la verifica dell’età degli utenti, come l’invio di un documento di identità o sistemi per il riconoscimento facciale e vocale. Ma il governo australiano non specifica il tipo di tecnologia da usare a tale fine. La richiesta di sistemi di identificazione per l’accesso ai siti pornografici, adottata di recente nel Regno Unito e in altri Paesi allo scopo di impedire l’accesso ai minorenni, ha fatto crollare del 70 per cento il traffico di utenti.
Le nuove misure suscitano numerose critiche. Le aziende digitali affermano che limitano la libertà di espressione e costituiscono un’interferenza nella privacy dei minori. Altri sostengono che sarà comunque difficile farle rispettare, perché un buon numero di minori potrebbero cercare di usare documenti falsi o altri trucchi per aggirare il bando. C’è poi chi sostiene che il provvedimento avrà il solo effetto di dirottare i più giovani sul dark web, l’internet illegale, senza controlli di alcun genere, con effetti ben più pericolosi per la loro psiche. E c’è anche un impegno a collaborare da parte di alcune aziende digitali, attivando maggiori controlli sui contenuti che finiscono sui social.
Il problema di fondo, tuttavia, è il rifiuto della maggior parte dei giganti digitali a introdurre limitazioni e controlli sui contenuti. Un rifiuto tassativo, motivato con ragioni ideologiche, da parte di Elon Musk per quanto riguarda il suo social X, ma anche altri operatori del settore, come Meta, la compagnia di Mark Zuckerberg proprietaria di Facebook e Instagram, sono accusati di non fare abbastanza in questo senso.
L’altro problema è che chi viola il bando australiano rischia una multa fino a 49 milioni di dollari in valuta locale, pari a circa 28 milioni di euro: non pochi, in apparenza, ma una goccia nel mare rispetto alle entrate miliardarie dei social, che perciò potrebbero accettare le sanzioni come una spesa necessaria per poter continuare a operare indisturbati. Altre critiche osservano che le tecnologie potrebbero funzionare male, tenendo fuori dai social le persone che hanno diritto di starci e permettendo invece la permanenza di minori di 16 anni. E che i giovani più vulnerabili, esclusi dai social, si sentano ancora più isolati.
Secondo un rapporto presentato al parlamento di Canberra, in Australia 450 mila giovani al di sotto dei 16 anni usano Facebook e Instagram, 440 mila usano Snapchat, 200 mila usano TikTok. “Non ci faremo intimidire dal Big Tech”, dice Anika Wells, ministra delle Comunicazioni australiana. “Può darsi che la nostra legge funzioni bene, può darsi che non funzioni perfettamente, ma almeno stiamo facendo qualcosa. L’unica certezza è che i social possono gravemente danneggiare i più giovani. Fare niente non è la soluzione”.