Dalla battaglia delle Termopili alla guerra del Vietnam: tutte le volte che Davide ha battuto Golia
di Enrico FranceschiniLONDRA – “A un certo punto”, ha detto ieri Donald Trump, in una lunga intervista al sito di news americano Politico, riferendosi alla guerra tra Russia e Ucraina, “saranno le dimensioni a vincere. La Russia è molto più grande e molto più forte”. Ma la storia dei conflitti militari abbonda di situazioni in cui è vero il contrario: Davide batte Golia, ossia le dimensioni non contano. Dalla battaglia delle Termopili alla guerra del Vietnam, in effetti, ci sono numerosi esempi in cui è il più piccolo a sconfiggere il più grande. Un dato che sembra confermato anche dalla guerra in Ucraina, secondo uno studio pubblicato questa settimana dal Financial Times, a dispetto di qualche progresso ottenuto sul campo negli ultimi mesi dalle forze russe. Gli strateghi li chiamano “conflitti asimmetrici”: dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, risulta che la forza sulla carta più debole e più piccola ha vinto nel 55 per cento dei casi. E anche nel passato più remoto succedeva che, nelle circ…
LONDRA – “A un certo punto”, ha detto ieri Donald Trump, in una lunga intervista al sito di news americano Politico, riferendosi alla guerra tra Russia e Ucraina, “saranno le dimensioni a vincere. La Russia è molto più grande e molto più forte”. Ma la storia dei conflitti militari abbonda di situazioni in cui è vero il contrario: Davide batte Golia, ossia le dimensioni non contano. Dalla battaglia delle Termopili alla guerra del Vietnam, in effetti, ci sono numerosi esempi in cui è il più piccolo a sconfiggere il più grande. Un dato che sembra confermato anche dalla guerra in Ucraina, secondo uno studio pubblicato questa settimana dal Financial Times, a dispetto di qualche progresso ottenuto sul campo negli ultimi mesi dalle forze russe. Gli strateghi li chiamano “conflitti asimmetrici”: dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, risulta che la forza sulla carta più debole e più piccola ha vinto nel 55 per cento dei casi. E anche nel passato più remoto succedeva che, nelle circostanze giuste, un Davide avesse la meglio su un Golia.
Il pastore e il gigante
Si può partire proprio dalla Bibbia, con l’episodio descritto nel Libro di Samuele dell’Antico Testamento, diventato proverbiale e perciò sempre citato in ogni situazione, non soltanto militare, in cui si ha un risultato a sorpresa con la vittoria di un outsider. Visto che è il capostipite in materia, vale la pena riassumerlo. È la sfida tra Golia, gigante apparentemente invincibile, guerriero dei Filistei, acerrimi nemici di Israele, e il pastore ebreo Davide. “Dall’accampamento dei Filistei uscì un campione, chiamato Golia: era alto sei cubiti e un palmo”, narra il testo biblico. “Aveva in testa un elmo di bronzo ed era rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle. L’asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell’asta pesava seicento sicli di ferro”.
Nessuno degli ebrei di re Saul osa sfidarlo, finché si fa avanti il giovane pastorello Davide: “Nessuno si perda d’animo, andrò io a combatterlo”. Il racconto prosegue così: “Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra s’infisse nella fronte di costui, che cadde con la faccia a terra. Così, benché non avesse una spada, Davide ebbe il sopravvento sul Filisteo. Con un balzo Davide fu sopra Golia, ne prese la spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa”.
La battaglia di Maratona
Nel 490 avanti Cristo una flotta persiana di seicento navi sbarca in Grecia con più di 20 mila soldati. Impreparati all’invasione, i greci sono in grado di radunare soltanto 10 mila uomini. I due eserciti si scontrano a Maratona, 40 chilometri a nord di Atene. Ma il generale greco Milziade ordina alle sue truppe di formare una linea pari a quella dei persiani e di attaccare a passo di corsa, circondandoli: la tattica ha successo, i greci perdono meno di 200 soldati, i persiani più di 6 mila e sono costretti a ritirarsi.
I 300 delle Termopili
Dieci anni dopo, nel 480 avanti Cristo, determinata a rispondere allo smacco della prima invasione, la Persia di re Serse invade per la seconda volta la Grecia con un esercito ancora più grande. Uno dei momenti cruciali di questa nuova guerra è la battaglia al passo delle Termopili, uno stretto corridoio che costituisce l’unica via di accesso alla Grecia centrale: proprio in quel punto si attesta Leonida, re di Sparta, con 299 guerrieri spartani, per rallentare le forze persiane mentre il grosso dell’esercito greco viene stazionato più a sud.
Tutti i greci muoiono nella battaglia, ma riescono a trattenere il nemico per una settimana: quanto basta al loro esercito per organizzare una flotta che, qualche mese più tardi, sconfigge le navi persiane nella battaglia di Salamina. L’anno successivo i persiani si ritirano definitivamente e tramonta il progetto di re Serse di assoggettare la Grecia e aprire al suo regno le porte d’Occidente. Per studiosi antichi e moderni, la battaglia delle Termopili dimostra i sorprendenti risultati che si possono ottenere, contro forze molto superiori, con un esercito motivato che si batte in difesa della patria su un terreno favorevole alla difesa.
La rivolta di Budicca
Nel 61 dopo Cristo, la regina Boudicca degli Iceni, una tribù celtica, attacca con forze preponderanti una guarnigione romana nella provincia di Britannia, la cui conquista era cominciata con lo sbarco di Giulio Cesare nel 55 avanti Cristo. Le informazioni sul numero dei celti guidati dalla regina guerriera variano tra 230 mila e 40 mila uomini: di sicuro erano numericamente di molto superiori ai circa 10 mila legionari romani al comando di Gaio Svetonio Paolino.
Ma il comandante romano si ritira in una vallata a forma di collo di bottiglia, dove le sue legioni combattono in formazione compatta mentre la cavalleria attacca il nemico dai lati. Alla fine della battaglia, i ribelli lasciano sul terreno 80 mila uomini, mentre le perdite romane sono di poche centinaia di soldati.
La battaglia di Morgarten
Nel 1315, un esercito bene addestrato di 3 mila austriaci viene fronteggiato da un migliaio di contadini svizzeri per una disputa di frontiera provocata da un assalto a un monastero benedettino. Imitando, forse senza saperlo, la tattica di Gaio Svetonio di oltre mille anni prima, contro tutte le previsioni è l’armata Brancaleone svizzera ad avere la meglio: attira il nemico lungo la riva di un lago a forma di collo di bottiglia, costringendolo a passare su uno stretto ponte per attraversarlo.
I contadini colpiscono gli austriaci dall’alto con pietre e frecce, poi li attaccano con le alabarde. Muoiono più di 1500 soldati austriaci, le perdite svizzere sono minime. La piccola comunità rurale sconfigge un esercito regolare. La loro vittoria convince altri villaggi a unirsi in quella che diventerà la confederazione elvetica. E nasce così la reputazione dei temibili alabardieri svizzeri.
La battaglia di Agincourt
Il 25 ottobre 1415, giorno di San Crispino, si combatte ad Agincourt, nel nord della Francia, una delle battaglie più importanti nella “guerra dei cent’anni” tra francesi e inglesi. Sbarcato in Normandia due settimane prima, re Enrico V d’Inghilterra ha perso metà del suo esercito per malattie e scontri armati. Ad Agincourt si trova a fronteggiare con 5 mila uomini un esercito francese di 20 mila.
Ma la battaglia si svolge in un terreno relativamente piccolo, fiancheggiato su entrambi i lati da boschi, in cui gli inglesi hanno nascosto i propri arcieri, armati di lunghi archi in grado di colpire molto lontano. Le frecce decimano le truppe francesi prima che la cavalleria di questi ultimi riesca a raggiungere gli arcieri, protetti da trincee, buche e palizzate. Gli inglesi perdono 600 uomini, i francesi 4 mila.
La battaglia di Panipat
Nel 1526 le forze di Babur, un discendente di Genghis Khan, invadono il Punjab, difeso dal sultano Ibrahim Lodi. Babur ha con sé soltanto 12 mila uomini, contro un esercito di 100 mila soldati e 1000 elefanti da guerra, ma crea una muraglia di carri, legati tra loro con corde, con piccoli spiragli attraverso cui può andare alla carica la sua cavalleria. È una delle prime battaglie della storia in cui sono usati dei cannoni, ma anche qui sono gli arcieri a fare la differenza. Il sultano stesso viene ucciso insieme a 40 mila dei suoi uomini. È l’inizio dell’Impero Mughal in India.
La guerra d’inverno
Nell’inverno 1939-’40, Stalin ordina alle sue truppe di invadere la Finlandia. Una forza di 180 mila soldati sovietici attraversa il confine, convinta di poter conquistare rapidamente tutto il Paese senza incontrare grande resistenza e assoggettarlo all’Urss. Ma piccole unità mobili finlandesi attaccano il grande esercito russo nel gelo e nella neve, utilizzando la propria esperienza in una disciplina olimpica: il biathlon, lo sport che combina lo sci da fondo e il tiro con la carabina. Con tecniche da guerriglia, rapidi attacchi e altrettanto rapide ritirate, i finlandesi riescono a difendere la madre patria e a bloccare il possente invasore.
A conclusione del conflitto, la Russia ingloba il 15 per cento della Finlandia, ma quest’ultima mantiene l’indipendenza: una sovranità limitata, che con il tempo verrà chiamata “finlandizzazione”, in base alla quale non diventa parte del blocco sovietico dei cosiddetti Paesi satelliti dell’Europa orientale, ma nemmeno entra a fare parte dell’Europa unita occidentale e della Nato. Ma Helsinki deve soltanto avere la pazienza di aspettare. Dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Urss, la Finlandia aderisce all’Unione Europea; e dopo l’invasione dell’Ucraina da parte russa diventa anche membro della Nato. A conclusione della guerra d’inverno del 1940, uno Stalin furibondo ordina un nuovo corso obbligatorio in tutte le scuole sovietiche: lo sci di fondo.
La guerra d’Algeria
Anche detta guerra d’indipendenza algerina, è il conflitto che tra il 1954 e il 1962 oppone la Francia coloniale ai ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). I francesi dispongono di 400 mila soldati regolari e di 60 mila uomini delle forze paramilitari. I ribelli sono appena 30 mila. Ma con guerriglia, attentati (anche in Francia) e l’appoggio della popolazione, l’Fln finisce per prevalere in una guerra contrassegnata da atrocità da entrambe le parti e dall’uso indiscriminato della tortura.
È l’avvio della decolonizzazione francese, che riporta al potere a Parigi il generale De Gaulle. Sul conflitto esce nel 1966 “La battaglia d’Algeri”, il film del regista italiano Gillo Pontecorvo che vince il Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia ed è considerato il suo capolavoro.
La guerra dei Sei Giorni
Nel 1967 Israele sbaraglia in sei giorni gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania (con la minore partecipazione di Iraq e Libano), triplicando i propri territori. La guerra scoppia, dopo crescenti tensioni, con l’attacco preventivo dell’aviazione israeliana che distrugge a terra la quasi totalità degli aerei egiziani. In seguito, con audaci raid per via di terra, l’offensiva israeliana conquista la striscia di Gaza, il Sinai, Gerusalemme est (inclusa la Città Vecchia con il Muro del Pianto, il più sacro simbolo dell’ebraismo), la Cisgiordania e le alture siriane del Golan.
Sulla carta, le forze arabe hanno il doppio delle truppe israeliane, 465 mila uomini contro 264 mila, ma quelle dello Stato ebraico sono meglio armate e meglio guidate. È il generale Itzhak Rabin, comandante in capo delle forze israeliane, a chiamarla “guerra dei Sei giorni”, con un riferimento alla Bibbia: il settimo giorno il conflitto è già finito e, come nella creazione biblica, Israele riposa. Ma proprio quella vittoria dà un’identità ai palestinesi, avviando il conflitto che dura fino a oggi e che lo stesso Rabin cercò di risolvere con i negoziati di pace del 1993, prima di essere assassinato da un estremista ebreo.
La guerra del Vietnam
Dura vent’anni, dal 1955 al 1975. Da una parte c’è il Vietnam del Nord comunista, appoggiato da Cina e Unione Sovietica; dall’altra il Vietnam del Sud, appoggiato dagli Stati Uniti. Il conflitto coinvolge anche Laos e Cambogia. In sostanza è una delle “guerre per procura” fra Mosca e Washington durante la guerra fredda, ricordato come l’esempio moderno più eclatante di un esercito guerrigliero che riesce a sconfiggere una grande potenza, anzi, in questo caso una superpotenza nucleare. Nascosti nella giungla, muovendosi attraverso una fitta rete di tunnel, i vietcong nordvietnamiti finiscono per fiaccare la determinazione americana a continuare la guerra, anche per la forte opposizione al conflitto negli Stati Uniti, dove all’epoca è ancora in vigore la leva militare obbligatoria: molti giovani rifiutano di andare a morire per una questione così controversa e lontana dalla patria.
Un’opposizione che si allarga a tutto l’Occidente, con manifestazioni di protesta anche in Italia: “Giù le mani dal Vietnam” era uno slogan dell’epoca nelle strade delle nostre città. Il coinvolgimento americano finisce con un negoziato di pace, il ritiro di tutte le truppe e infine la caduta di Saigon in mano ai vietcong: l’immagine di un elicottero americano sul tetto dell’ambasciata Usa nella capitale sudvietnamita, con americani e loro alleati in fila per salire a bordo e fuggire, riassume l’esito del conflitto.
Tra forze americane ed esercito sudvietnamita, Saigon conta su un 1 milione e mezzo di uomini, contro i circa 800 mila del Nord Vietnam fra esercito regolare e guerriglieri vietcong. L’America vanta inoltre una totale superiorità aerea e navale, con l’impiego di micidiali bombardamenti al napalm. Alla fine, soltanto fra i militari, il Nord perde più di un milione di uomini, il Sud oltre 300 mila, tra cui 55 mila soldati americani. Presentata come una guerra di liberazione, la vittoria del Nord instaura una rigida dittatura comunista, con censura, repressione di massa, campi di rieducazione, da cui sboccia il fenomeno dei “boat people”, i vietnamiti che fuggono disperatamente in barca. Oggi il Vietnam riunificato rimane un regime totalitario dal punto di vista politico, ma – come la Cina – ha scelto il capitalismo dal punto di vista economico, con un boom che ha trasformato la sua società.
Le guerre in Afghanistan
Tre imperi hanno provato a conquistare l’Afghanistan e sono stati tutti e tre sconfitti da forze guerrigliere locali. Per primo ci ha provato l’Impero britannico, nelle cosiddette guerre anglo-afghane, tra il 1839 e il 1919, e dopo quasi un secolo ha dovuto rinunciare e ritirarsi. Poi è stata la volta dell’Unione Sovietica, che ha invaso l’Afghanistan nel 1979 con l’intenzione di farne un regime comunista simile ai suoi Paesi satelliti in Europa orientale: una guerra conclusa con il mesto ritiro delle forze sovietiche nel 1989, preludio e contributo al crollo dell’Urss due anni più tardi.
Infine è toccato agli Stati Uniti, con il supporto dei loro alleati, che hanno invaso l’Afghanistan nel 2001 come prima risposta all’attacco terroristico all’America dell’11 settembre di quello stesso anno, il cui mandante, Osama bin Laden, leader di al Qaeda, era nascosto a Kabul: le forze americane hanno facilmente conquistato la capitale (e nel 2011 hanno ucciso bin Laden, in Pakistan, dove si era segretamente rifugiato), ma poco per volta la guerriglia dei Talebani islamici ha ripreso il controllo del Paese e, dopo vent’anni, nel 2021 gli Usa si sono caoticamente ritirati, in un dejà vu della fuga da Saigon del ’75.
“The remnants of an army” (Quel che rimane di un esercito), un quadro del 1879 della pittrice inglese Elizabeth Thompson Butler, ritrae un singolo cavalleggero britannico che ritorna al fortino di Jalalabad nel 1842, unico superstite di una forza di 16 mila uomini interamente distrutta dai ribelli afghani nella battaglia di Kabul: un’immagine simbolo di tutte le guerre afghane, in cui ogni volta un esercito con pochi mezzi e pochi uomini ha umiliato forze preponderanti e infinitamente più potenti. La prova che un invasore straniero raramente ha la meglio sulle forze locali, se queste sono determinate a combattere per lungo tempo o, meglio, a non arrendersi mai.
L’invasione dell’Ucraina
L’invasione russa dell’Ucraina può rientrare nell’ottica del Davide che batte Golia: o che almeno gli resiste. Quasi quattro anni fa, quando Putin ordina al suo esercito di entrare in Ucraina, la Russia controlla in tutto circa l’8 per cento del territorio ucraino, fra la penisola di Crimea e una parte del Donbass. Il capo del Cremlino pensa di arrivare a Kiev, provocando la fuga del presidente ucraino Zelensky o uccidendolo, nel giro di una settimana.
Nei primi mesi della guerra, Mosca arriva a controllare il 30 per cento del territorio ucraino. Ma oggi, dopo quattro anni, a un prezzo di un milione di vittime fra morti e feriti, il territorio controllato dalla Russia è sceso al 19 per cento circa e, a dispetto di minuscoli progressi nel Donbass, la linea del fronte è in gran parte immutata da tempo, nonostante gli intensi bombardamenti russi sulle città ucraine e sulle infrastrutture civili.
Anche in questo caso, una superpotenza nucleare non è finora riuscita a sconfiggere un Paese più piccolo, meno popoloso e peggio armato. Il dubbio è cosa succederà se l’America smette di fornirgli armi, sia pure indirettamente, come avviene dall’avvento di Trump alla Casa Bianca, attraverso gli acquisti europei.
La caduta di Assad
E il caso più recente di un Davide che batte Golia è quello della Siria, dove un anno fa il brutale regime del dittatore Bashar Assad si è dissolto come neve al sole del deserto, nel giro di poche settimane, davanti all’offensiva dei ribelli guidati dall’ex-jihadista Ahmed al-Shara. Demoralizzato e corrotto, l’esercito siriano rinuncia a combattere. Distratta dalla guerra in Ucraina, la Russia non se la sente di intervenire in difesa di un Paese da sempre suo protetto, come aveva fatto in passato. E adesso la Siria ha una sia pur fragile speranza di pace, stabilità, forse anche di democrazia.
I conflitti asimmetrici
Uno studio della Cambridge University del 2011, “Why big nations lose small wars” (Perché le grandi nazioni perdono le piccole guerre), sostiene che, quando non è in gioco la loro stessa sopravvivenza, raramente le grandi potenze sono pronte ad affrontare nel lungo periodo i costi economici, umani e politici di una guerra di occupazione: la schiacciante superiorità militare convenzionale non garantisce la vittoria contro nazioni più piccole.
Ancora prima, uno studio di Patricia Sullivan, politologa della University of Georgia, pubblicato nel 2009 dal Journal of Conflict Resolution, rilevava che in 122 guerre o interventi militari condotti dal 1945 in poi, in cui gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, il Regno Unito o la Francia hanno combattuto contro un avversario più debole, il Golia di turno ha perso il 39 per cento delle volte. E in precedenza una ricerca del 2001 dello storico Ivan Arreguìn-Toft, intitolata “How the weak win wars – a theory of asymmetric conflicts” (Come i deboli vincono le guerre – una teoria dei conflitti asimmetrici), indicava che, tra il 1958 e il 1998, il più debole, ossia Davide, ha prevalso nel 55 per cento dei casi.
Sono alcuni degli argomenti citati Elina Ribakova, ricercatrice del Peterson Institute of International Economics e vicepresidente della Kiev School of Economics, per affermare che non sempre “le dimensioni contano” in un conflitto, come dice invece Trump: in era recente le dimensioni contano meno di un tempo e ci sono sempre stati casi, anche nel passato più distante, nei quali Davide batte Golia. A condizione di adottare tecniche innovative, mantenere la stabilità interna e avere la determinazione di resistere. Vale per l’Ucraina di oggi contro la Russia, conclude la studiosa, e la lezione dell’Ucraina vale per l’Europa di domani, se sarà costretta a difendersi da sola, senza gli Stati Uniti, dalle minacce della Russia.