LONDRA – Joel Burnie è uno dei leader della comunità ebraica australiana. Dirigente esecutivo dell’Australia/Israel & Jewish Affairs Council risponde al telefono da Sydney a notte inoltrata, dopo la strage di Bondi Beach.
Burnie, ve lo aspettavate?
«Purtroppo sì. Come accaduto qualche settimana fa in Inghilterra a Manchester, anche noi ebrei australiani eravamo arrabbiati e sconcertati dall’inazione del nostro governo e delle autorità locali, di fronte all’antisemitismo crescente dopo il 7 ottobre 2023. Soltanto due giorni dopo quella strage, esplosero disordini alla Opera House di Sydney, con slogan antisemiti e anti-ebraici. Nessuno venne arrestato. Fu il primo segnale, per tutti coloro che odiano gli ebrei, che potevano agire nell’impunità e nell’antisemitismo più violento, come aveva avvertito anche un nostro report del giugno 2025. Da allora abbiamo subito attacchi molotov, sinagoghe messe a fuoco come la “Adass” a Melbourne a dicembre dell’anno scorso. Hanno preferito non pr…
LONDRA – Joel Burnie è uno dei leader della comunità ebraica australiana. Dirigente esecutivo dell’Australia/Israel & Jewish Affairs Council risponde al telefono da Sydney a notte inoltrata, dopo la strage di Bondi Beach.
Burnie, ve lo aspettavate?
«Purtroppo sì. Come accaduto qualche settimana fa in Inghilterra a Manchester, anche noi ebrei australiani eravamo arrabbiati e sconcertati dall’inazione del nostro governo e delle autorità locali, di fronte all’antisemitismo crescente dopo il 7 ottobre 2023. Soltanto due giorni dopo quella strage, esplosero disordini alla Opera House di Sydney, con slogan antisemiti e anti-ebraici. Nessuno venne arrestato. Fu il primo segnale, per tutti coloro che odiano gli ebrei, che potevano agire nell’impunità e nell’antisemitismo più violento, come aveva avvertito anche un nostro report del giugno 2025. Da allora abbiamo subito attacchi molotov, sinagoghe messe a fuoco come la “Adass” a Melbourne a dicembre dell’anno scorso. Hanno preferito non proteggere una comunità ebraica da sempre impegnata e orgogliosa di viver qui».
Ce l’ha anche con il primo ministro Antony Albanese, che negli ultimi due anni ha sempre condannato l’antisemitismo?
«Certo che anche lui è responsabile. Ha permesso le manifestazioni pro-Palestina che incitavano all’odio contro gli ebrei, con slogan come “dal fiume al mare” (considerato antisemita perché presuppone l’eliminazione di Israele, ndr). Non ha colto la minaccia crescente nei nostri confronti. Ogni volta che parla di antisemitismo affianca sempre il termine “islamofobia”. Dopo l’attacco in sinagoga l’anno scorso ha fatto passare giorni prima di visitarla. Le sue sono orecchie da mercante e oggi (ieri, ndr) è stata la tragica conferma».
Si ha paura oggi a essere ebrei in Australia?
«Purtroppo lo sapevamo che un attacco terrorista era solo questione di tempo. Almeno speriamo che ora faccia rinsavire molte persone, tra i governanti ma anche tra i cittadini. Tra noi ci sono ancora diversi sopravvissuti all’Olocausto e mai si sarebbero immaginati di finire nel mirino in Australia. Il paradosso è che molti ebrei australiani ora stanno pensando di trasferirsi in Israele perché si sentono più al sicuro lì».
Ma un fruttivendolo arabo e a quanto pare musulmano ha disarmato un attentatore, salvando diverse vite.
«È stato un gesto bellissimo, un raggio di sole nelle tenebre di queste ore, che dimostra che c’è ancora speranza. Perché questo attacco è stato contro tutti gli australiani, di qualunque fede, non solo ebrei». — An. Gu.