Lo scrittore Jacobson: “L’Australia è cambiata. L’antisemitismo dilaga, ormai è permesso tutto”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA – Howard Jacobson, 83 anni, è il più celebre scrittore ebreo britannico, premio Booker con “L’enigma di Finkler” e coscienza storica contro l’antisemitismo.
Come ha reagito alla strage di Sydney di domenica scorsa, a Bondi Beach, nel primo giorno di Hanukkah?
«Purtroppo va sempre peggio. E mi ha toccato ancora più profondamente, perché in passato ho vissuto a lungo in Australia, anzi proprio a Sydney».
Quando?
«Negli anni Sessanta, da giovane, ho insegnato per tre anni letteratura inglese alla Sydney University. Amavo l’Australia: il sole, le spiagge bellissime come Bondi Beach, ma soprattutto uno straordinario senso di libertà per noi ebrei. A Manchester non mi sentivo così libero o padrone della mia vita. Nel senso: da ebreo in Inghilterra, mi sono spesso sentito come un passeggero in una macchina altrui, anche se è il mio Paese. Invece, negli anni Sessanta in Australia, mi sentivo ug…
LONDRA – Howard Jacobson, 83 anni, è il più celebre scrittore ebreo britannico, premio Booker con “L’enigma di Finkler” e coscienza storica contro l’antisemitismo.
Come ha reagito alla strage di Sydney di domenica scorsa, a Bondi Beach, nel primo giorno di Hanukkah?
«Purtroppo va sempre peggio. E mi ha toccato ancora più profondamente, perché in passato ho vissuto a lungo in Australia, anzi proprio a Sydney».
Quando?
«Negli anni Sessanta, da giovane, ho insegnato per tre anni letteratura inglese alla Sydney University. Amavo l’Australia: il sole, le spiagge bellissime come Bondi Beach, ma soprattutto uno straordinario senso di libertà per noi ebrei. A Manchester non mi sentivo così libero o padrone della mia vita. Nel senso: da ebreo in Inghilterra, mi sono spesso sentito come un passeggero in una macchina altrui, anche se è il mio Paese. Invece, negli anni Sessanta in Australia, mi sentivo uguale agli altri. Ma a un certo punto, qualcosa cambiò anche lì».
Quando?
«Con la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Da allora, molti miei amici australiani da sempre pro Israele, diventarono improvvisamente anti Israele, e in maniera sempre più aggressiva. Eppure non ero neanche un fervente sionista. Qualcuno mi tolse persino il saluto e non mi parlò più».
Perché?
«Perché Israele aveva vinto la guerra e occupato territori. Forse quest’ultimo fu un errore. Ma a volte riflettevo che il vero errore alla fine fu vincere quella guerra, perché iniziarono a odiarci in molti, e sempre di più. Ma se avessimo perso, Israele sarebbe scomparso dalla faccia della Terra. Non c’era scelta».
Ora questo clima contro Israele e contro gli ebrei si è esteso anche in Australia?
«Certo. Dopo il 7 ottobre 2023, il governo e le autorità locali hanno permesso di tutto ai pro-Pal più estremisti: cori inneggianti alla distruzione di Israele, o di “uccidete gli ebrei”, fino a una sinagoga messa a fuoco e purtroppo alla strage di domenica a Bondi Beach. Quanto accaduto a Gaza dopo il 7 ottobre è stato tremendo, ma è stata anche l’occasione, per molti, per sprigionare tutto il loro odio antiebraico, fino a quel momento covato e represso. Uno shock, anche perché questo antisemitismo abbraccia ampie fette della società, dall’estrema destra ai campus universitari di sinistra, fino a benestanti oltre che agli islamisti. Il multiculturalismo non è libertà di dire “uccidi l’ebreo”. Bisogna criminalizzare queste azioni e l’antisemitismo, prima che sia troppo tardi. Ma il governo australiano, e molti altri incluso quello britannico che dovrebbe proteggermi, non l’hanno fatto. Era evidente che un attentato come quello di Bondi Beach fosse dietro l’angolo».
La strage di Sydney è avvenuta a Hanukkah. Lo scorso ottobre, l’attentato alla sinagoga di Manchester, dove lei stesso pregava da bambino, è occorso durante un’altra festività, lo Yom Kippur.
«E il 7 ottobre fu lanciato durante un’altra festività ancora, Simchat Torah. Sono attacchi crudeli, perché gli attentatori sanno che ci saranno ebrei in gran numero e che saranno indifesi. Scelgono deliberatamente le festività soprattutto perché ci sono più persone, ma anche per insultare l’ebraismo e per il desiderio di dirci “distruggeremo le vostre feste. Voi state celebrando, siete felici, e noi spargeremo il vostro sangue”».
Quanta paura ha lei ora di essere un ebreo in Occidente?
«Ho più paura di prima, e anche mia moglie Jenny. Per esempio, domenica sera, non ce la siamo sentiti di andare alla veglia a Trafalgar Square, a Londra, e a partecipare a Hanukkah. Perché inizi a pensare che non sai mai quello che ti può accadere in strada. Ma poi Jenny mi ha detto: “No, continueremo a fare la nostra vita”. Sono d’accordo con lei. Sinora non ci è successo niente, del resto».
Ma ci sono molte persone che sostengono che queste stragi siano anche colpa del premier israeliano Netanyahu, come conseguenza del massacro di palestinesi a Gaza.
«Anche se Netanyahu, di cui non sono affatto un sostenitore, si dimettesse domani, non cambierebbe niente. È solo una scusa. Non a caso, l’odio antiebraico esiste da oltre 2mila anni».
Riesce a immaginare un mondo senza antisemitismo, un giorno?
«No, perché è così radicato nel cuore di molte persone, di ogni militanza politica».
Sempre più ebrei iniziano a pensare che forse il luogo più sicuro dove andare a vivere ora è Israele, nonostante guerre e tensioni.
«Le capisco, ma io non ci ho mai pensato. Spero solo, per tutti, di non arrivare a un dilemma come nella Germania degli anni Trenta, quando gli ebrei iniziarono a chiedersi: meglio rimanere o andare via?».