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Londra si pente e torna nell’Erasmus. Nonostante la Brexit

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L’accordo raggiunto tra Starmer e Bruxelles. Le rette per gli studenti dei Paesi Ue saranno pari a quelle pagate dai britannici. E la destra va su tutte le furie
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LONDRA -Gli europeisti, che si riuniscono ogni mercoledì fuori dal Parlamento di Westminster per disprezzare la Brexit, sono più felici e pugnaci del solito: «Torneremo nell’Ue!». E dunque via alla musica: “Yellow Submarine” dei Beatles, l’“Inno alla Gioia” europeo e “Bella Ciao”. Perché bisogna festeggiare questa vittoria simbolica, ma pesantissima. Il governo laburista di Sir Keir Starmer - convinto europeista, nonostante le timidezze - ha ieri annunciato il ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+, dal gennaio 2027. Del resto, il premier britannico lo aveva ripetuto nelle ultime settimane: «Dobbiamo riavvicinarci sempre più all’Ue», nonostante il referendum del 23 giugno 2016 che ha sentenziato la Brexit. Il ministro per l’Europa Nick Thomas-Symonds: «È una vittoria per i giovani e per il Paese». E i liberaldemocratici del leader Ed Davey, i più eurofili di tutti: «Evviva! Ora rientriamo anche nell’Unione doganale europea».

Dunque, i giovani britannici ed europei potranno tor…

LONDRA -Gli europeisti, che si riuniscono ogni mercoledì fuori dal Parlamento di Westminster per disprezzare la Brexit, sono più felici e pugnaci del solito: «Torneremo nell’Ue!». E dunque via alla musica: “Yellow Submarine” dei Beatles, l’“Inno alla Gioia” europeo e “Bella Ciao”. Perché bisogna festeggiare questa vittoria simbolica, ma pesantissima. Il governo laburista di Sir Keir Starmer - convinto europeista, nonostante le timidezze - ha ieri annunciato il ritorno del Regno Unito nel programma Erasmus+, dal gennaio 2027. Del resto, il premier britannico lo aveva ripetuto nelle ultime settimane: «Dobbiamo riavvicinarci sempre più all’Ue», nonostante il referendum del 23 giugno 2016 che ha sentenziato la Brexit. Il ministro per l’Europa Nick Thomas-Symonds: «È una vittoria per i giovani e per il Paese». E i liberaldemocratici del leader Ed Davey, i più eurofili di tutti: «Evviva! Ora rientriamo anche nell’Unione doganale europea».

Dunque, i giovani britannici ed europei potranno tornare a studiare liberamente tra i due blocchi per un anno, ma anche per fare tirocini, attività sportive, stage e formazione professionale. Gli studenti Ue - e questa è una grande concessione di Londra - pagheranno rette come quelle cittadini e residenti britannici: ossia un massimo di 9.535 sterline annuali (poco meno di 11mila euro), mentre ora, nel regime post-Brexit, sono costretti a sganciare anche 30-40mila sterline. Allo stesso modo, i giovani britannici potranno continuare a corrispondere le stesse tasse universitarie anche nell’Unione Europea. Il Regno Unito aveva abbandonato l’Erasmus dopo la Brexit, quando l’allora premier Boris Johnson lo cassò perché «troppo costoso», preferendo l’autarchico (e già moribondo) programma alternativo “Turing”.

Ma tornano le polemiche, come nei più acerrimi anni post Brexit. La destra, i giornali conservatori e i tabloid accusano Starmer di «sperperare 570 milioni di sterline all’anno», ovvero i 650 milioni di euro richiesti da Bruxelles, «per far arrivare orde di studenti europei». Senza contare che questi ultimi nel Regno sono in genere molti di più dei britannici che si recano in Europa: «Penseranno solo a fare festa e non porteranno nulla alla nostra economia!». Una decisione affondata anche da un colosso del giornalismo oltremanica come Andrew Neil: «È una farsa, e i suoi costi ricadranno proprio sui giovani».

Il sottosegretario al Tesoro, James Murray, ribatte: «Non è solo una questione di soldi. Si tratta di enormi benefici per le nuove generazioni». L’esecutivo laburista prova a legare la svolta a nuovi contratti energetici e commerciali con Bruxelles. In realtà, il ritorno del Regno Unito nell’Erasmus è stato un diktat dell’Ue per innescare quello che Starmer chiama il “reset”, ovvero il riavvicinamento di Londra all’Europa, visto che la Brexit sinora è stata deleteria. Come hanno sempre insistito nell’Unione, la base necessaria per ogni negoziato doveva essere l’Erasmus e l’imminente mobilità giovanile per gli under 35, con l’obiettivo di «cementare il ricongiungimento tra le nuove generazioni dei due blocchi».

Due concessioni capitali, per permettere ai britannici di raggiungere i loro obiettivi: un nuovo accordo commerciale su controlli alimentari, veterinari e fitosanitari per ridurre frizioni alla frontiera, per cui Londra, secondo Starmer, risparmierà miliardi di sterline. Ma anche agevolazioni sull’energia e l’ingresso del Regno nel fondo per la Difesa europeo “Safe” da oltre 120 miliardi di euro. Non è un caso che da mesi Sir Keir ha iniziato a incolpare la Brexit per l’anemia economica britannica, mentre prima non si azzardava neanche a pronunciarne la parola. E si rincorrono le voci di un rientro della Gran Bretagna nell’unione doganale Ue, in un secondo potenziale mandato di Starmer, magari in coalizione con i Lib-Dem. Perché qualcosa è cambiato a Londra. E potrebbe cambiare sempre di più.

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