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Un passo indietro uguale e simmetrico: la condizione di Kiev per smilitarizzare il Donbass

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In vista dei colloqui di Miami, si delineano le posizioni: gli ucraini pronti a un passo indietro se arretra anche la Russia
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Il nodo gordiano che strozza il negoziato per la pace in Ucraina - la sovranità del Donbass - può sciogliersi solo a una condizione: che entrambe le parti facciano un passo indietro, e che tale passo sia simmetrico. In altre parole, e per dirla come la spiega una fonte a diretta conoscenza del dossier: Kiev è disposta ad accettare che il 25 per cento della regione di Donetsk, che Putin pretende ma non ha ancora conquistato, diventi una zona demilitarizzata, «se e soltanto se anche l’esercito russo accetterà di arretrare in posizioni che non pongano una minaccia diretta a Kramatorsk e Sloviansk».

L’ipotesi dell’area smilitarizzata, della free economic zone, è uscita dal vertice di Berlino con la condizione posta dagli ucraini del ritiro reciproco, ed è tuttora in via di definizione nel rimpallo tra gli inviati di Trump e i negoziatori di Zelensky.

Putin continua a pretendere tutto il Donbass e il riconoscimento ufficiale da parte degli americani. Il presidente ucraino non può fare co…

Il nodo gordiano che strozza il negoziato per la pace in Ucraina - la sovranità del Donbass - può sciogliersi solo a una condizione: che entrambe le parti facciano un passo indietro, e che tale passo sia simmetrico. In altre parole, e per dirla come la spiega una fonte a diretta conoscenza del dossier: Kiev è disposta ad accettare che il 25 per cento della regione di Donetsk, che Putin pretende ma non ha ancora conquistato, diventi una zona demilitarizzata, «se e soltanto se anche l’esercito russo accetterà di arretrare in posizioni che non pongano una minaccia diretta a Kramatorsk e Sloviansk».

L’ipotesi dell’area smilitarizzata, della free economic zone, è uscita dal vertice di Berlino con la condizione posta dagli ucraini del ritiro reciproco, ed è tuttora in via di definizione nel rimpallo tra gli inviati di Trump e i negoziatori di Zelensky.

Putin continua a pretendere tutto il Donbass e il riconoscimento ufficiale da parte degli americani. Il presidente ucraino non può fare concessioni sulla terra, né de iure né de facto, per motivi legali, di Costituzione e anche per la volontà popolare: secondo un recente sondaggio, infatti, più del 70 per cento degli ucraini si dice contrario. A meno che le concessioni non siano approvate tramite referendum.

I delegati americani hanno capito che Zelensky ha di fronte a una linea rossa che non può oltrepassare, e al tavolo del negoziato si mostrano meno pressanti di quanto non lo sia Trump, che invece vorrebbe chiudere la partita lasciando a Putin quel che chiede. La questione territoriale è il punto cruciale: se non viene risolta, tutto il resto decade. E il resto, ottenuto dall’ultimo vertice a Berlino, non è poco.

«Sul tema garanzie di sicurezza abbiamo inserito nella bozza dell’accordo disposizioni che mai prima eravamo riusciti ad ottenere», dice a Repubblica Oleksandr Bevz, che fa parte del team negoziale ucraino. «Tutti i nostri partner sono d’accordo che l’esercito ucraino, in tempi di pace, avrà 800 mila unità e non meno. Abbiamo ottenuto l’impegno al sostegno delle nostre forze armate con armamenti, difesa aerea ed equipaggiamento. Gli Stati Uniti forniranno il backstop (sostegno di sicurezza, copertura, ndr) alle forze europee disposte a partecipare alla forza multinazionale in Ucraina, anche se non saranno inviati soldati americani».

Il cuore delle garanzie di sicurezza spuntate da Kiev, e che difficilmente saranno accettate dal Cremlino, rimane la protezione stile articolo 5 della Nato, secondo cui ogni attacco a uno stato membro dell’Alleanza è un’aggressione all’intera Alleanza. «La risposta a un eventuale assalto russo durante il cessate il fuoco non sarà automatica ma sarà ponderata al grado di violazione», spiega ancora Bevz. «Se saremo di fronte a qualcosa di massiccio, nei documenti si dice che i nostri alleati si impegnano a una risposta su vasta scala, che include tutto, compresa la reazione armata».

Infine i miliardi degli asset russi immobilizzati, il cui possibile utilizzo viene discusso oggi al Consiglio europeo. Putin ha specificato che non devono essere toccati. Anche di questo si è discusso a Berlino qualche giorno fa. «Noi crediamo che gli asset debbano essere usati per compensare l’Ucraina», afferma il negoziatore, appena rientrato a Kiek. «La stima del danno totale che la Russia ha causato al nostro Paese è intorno a 800 miliardi di dollari. Sta agli europei decidere, ma la nostra posizione è: la Russia deve pagare i danni perché è il Paese aggressore, nel frattempo gli asset congelati rimangano immobilizzati oppure siano usati per le compensazioni, se Mosca non vorrà sborsare niente».

Bevz, come il resto del team negoziale scelto da Zelensky e guidato da Rustem Umerov, appare soddisfatto della risposta avuta da Witkoff e Kushner, inviati della Casa Bianca, ma non si illude sulla possibilità di una pace a breve. «Putin non la vuole, troverà un pretesto per mandare tutto all’aria respingendo il compromesso sul Donbass, sugli asset o sulle garanzie di sicurezza».

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