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Gaza, ancora freddo e pioggia sugli sfollati. Le testimonianze: “Qui la guerra non è mai finita”

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Oltre due terzi degli abitanti della Striscia vivono nelle tende dopo che le loro case sono state distrutte dalle bombe dell’esercito israeliano
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Oltre due terzi degli abitanti di Gaza vivono oggi in tende, dopo che le loro case sono state distrutte dalla guerra. La popolazione è confinata in un’area molto ridotta, poiché l’esercito israeliano controlla più della metà della Striscia di Gaza. Questo ha causato un sovraffollamento lungo la costa, in particolare nella zona di Al-Mawasi e in altri piccoli lembi di terra. La distruzione di strade e infrastrutture ha provocato allagamenti e ristagni d’acqua, rendendo difficili gli spostamenti. Inoltre, decine di abitazioni sono crollate sui loro stessi abitanti a causa dei gravi danni causati dai bombardamenti.

Maram Obeid, 35 anni, originaria di Beit Hanoun, racconta: «Dall’inizio della guerra vivo in una tenda. Ho attraversato tutte le stagioni con i miei figli qui dentro. È la vita più dura e umiliante che si possa vivere. Quando piove, le tende si allagano nel giro di un minuto. La mia tenda si riempie d’acqua insieme ai materassi, agli effetti personali, a tutto. Ma dall’inizio …

Oltre due terzi degli abitanti di Gaza vivono oggi in tende, dopo che le loro case sono state distrutte dalla guerra. La popolazione è confinata in un’area molto ridotta, poiché l’esercito israeliano controlla più della metà della Striscia di Gaza. Questo ha causato un sovraffollamento lungo la costa, in particolare nella zona di Al-Mawasi e in altri piccoli lembi di terra. La distruzione di strade e infrastrutture ha provocato allagamenti e ristagni d’acqua, rendendo difficili gli spostamenti. Inoltre, decine di abitazioni sono crollate sui loro stessi abitanti a causa dei gravi danni causati dai bombardamenti.

Maram Obeid, 35 anni, originaria di Beit Hanoun, racconta: «Dall’inizio della guerra vivo in una tenda. Ho attraversato tutte le stagioni con i miei figli qui dentro. È la vita più dura e umiliante che si possa vivere. Quando piove, le tende si allagano nel giro di un minuto. La mia tenda si riempie d’acqua insieme ai materassi, agli effetti personali, a tutto. Ma dall’inizio di questo inverno le piogge sono state particolarmente violente. Le inondazioni hanno spazzato via le tende e lo scenario era terribile. Il problema più grande è che tutta Gaza è distrutta. Dove possiamo scappare dalla pioggia? Non lo so. Stringo a me i miei quattro figli e resto seduta con loro. Durante la pioggia non dormiamo nemmeno un attimo: siamo fradici, non c’è nulla che ci riscaldi. Il freddo è intenso e con questa stagione la pioggia è incessante».

E poi aggiunge: «Il Paese è completamente devastato. Le inondazioni travolgono tutto ciò che incontrano. Una tenda non è una casa. Da più di due anni siamo sfollati nella zona di Mawasi, a Khan Younis, e non possiamo tornare alle nostre abitazioni perché si trovano oltre la Linea Verde. Non sento che la guerra sia finita. La vita resta difficile, e l’inverno rigido la rende ancora più dura. Odiamo il mare, la pioggia, tutto. La nostra felicità era prima della guerra. Quello che viviamo oggi è insopportabile. Come può questo pezzo di stoffa proteggerci dal freddo? Non lo so. E dalla pioggia torrenziale? I miei figli mi chiedono: “Vivremo per sempre in questa tenda? Quando torneremo a casa?” Cerco di rassicurarli, di farli essere pazienti, ma sono bambini, non supereroi capaci di sopportare una situazione così crudele».

«Non abbiamo mai vissuto giorni peggiori di questi. La guerra continua ad aggravarsi. La mia tenda si è allagata il primo giorno di pioggia, più di una settimana fa, ed è ormai inutilizzabile», spiega Khaled Arqoub, 44 anni, di Rafah. «La mia famiglia è sparpagliata tra amici e parenti. Alcuni di noi non dormono una notte intera da più di una settimana. I campi degli sfollati sono sommersi dall’acqua. Restiamo seduti, impotenti, senza poter fare nulla. Le piogge torrenziali spazzano via tutto. Le tende, i vestiti, le coperte, gli utensili da cucina: tutto è stato trascinato via. Li cercavo nell’acqua. Preghiamo che la pioggia si fermi, che torni il sole, per poter asciugare la tenda e i nostri abiti».

E poi continua: «Materassi e tutto il resto, proviamo una disperazione enorme. Vogliamo che il mondo ci aiuti a ricostruire le nostre case. Abbiamo bisogno di alloggi temporanei, di qualsiasi cosa che possa alleviare le nostre sofferenze. Viviamo come nel Terzo Mondo, in tende. Sopportiamo estati interminabili di caldo soffocante e malattie della pelle, e ora l’inverno porta freddo e malattie respiratorie».

Infine conclude: «Avevo una casa di tre piani a Rafah, e l’inverno era la mia stagione preferita. Ci riunivamo in famiglia e guardavamo la pioggia dalla finestra. Amavamo la città in quel periodo. La vita era più bella e stabile. La guerra ci ha portato via tutto questo, e l’esercito israeliano non vuole restituircelo. Si divertono a guardare le inondazioni che ci travolgono, distruggono le nostre tende e aumentano le nostre sofferenze. Chiediamo al mondo un vero cessate il fuoco. Vogliamo ricostruire le nostre case. Vogliamo che questa sofferenza finisca. Noi e i nostri figli abbiamo già sopportato troppo. I bambini tremano dal primo giorno di pioggia, nessuno di loro ha sentito un po’ di calore. Le tende sono fradice, i loro oggetti sommersi. Dove troveranno calore? Chiediamo al mondo di porre fine alla nostra sofferenza e a quella dei nostri figli».

«In tutta la mia vita non ho mai sentito un freddo come quello della scorsa notte. Il mio corpo tremava senza sosta, e anche mio figlio Aboud, che continuava a ripetere con voce spezzata: “Mamma… scaldami, ho freddo” – racconta Hekmat Al-Masri, 30 anni – Dopo la preghiera del Maghrib, la pioggia ha iniziato a cadere a dirotto, dopo una giornata secca e soffocante. Entrando nella tenda ho trovato materassi, tappeti e coperte completamente zuppi. Sono rimasta lì, immobile, chiedendomi cosa potessi fare. Non c’erano alternative, nessuna soluzione. Sono uscita subito sotto la pioggia battente, ho chiuso il punto da cui l’acqua filtrava, poi sono rientrata. Ho girato i materassi uno a uno e li ho rimessi al loro posto. Abbiamo pochissime cose. Non ho detto nulla né a mio marito né ad Aboud, che vivono con me nella tenda. Sono uscita di nuovo e, con molta attenzione, ho svuotato il telone dall’acqua accumulata. Poi sono rientrata, ho chiuso bene la tenda e ho cercato un po’ di calore. Ho messo le coperte bagnate sopra quelle asciutte, sperando che attenuassero il freddo».

«Abbiamo parlato a lungo, e Aboud ricordava i vecchi inverni in casa, confrontandoli con quelli in tenda. Poi si è addormentato al suono della pioggia, pregando con tutto il cuore di poter tornare a casa», continua. «Io, invece, sentivo il freddo pungente insinuarsi nel corpo e mi rannicchiavo su me stessa. Aboud continuava a chiamarmi: “Mamma, perché ho freddo? Coprimi”. Lo stringevo al petto e, appena sentiva un po’ di calore, si girava di nuovo. Sono rimasta sveglia tutta la notte, fissando il tetto della tenda, chiedendomi se potesse crollarci addosso da un momento all’altro, se l’acqua avrebbe filtrato da sotto la porta».

«Non solo per la paura di bagnarci, ma perché sapevo che questo “regno” chiamato tenda, se fosse crollato, avrebbe distrutto tutto ciò che avevamo sopra la testa: materassi, vestiti, pochi effetti personali. Saremmo rimasti senza nulla, forse per giorni, se la pioggia avesse continuato con questa violenza». E conclude: «La notte era interminabile, e i suoni che mi raggiungevano erano durissimi: la pioggia, il fragore delle onde, il ronzio dei droni di ricognizione. I miei nervi hanno ceduto e ho pianto».

(L’autrice è una giornalista palestinese che vive nel campo di Al Mawasi, a Gaza)

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