Ucraina, ipotesi debito congiunto: tensione Meloni-Merz. Salvini: “No agli espropri”
dal nostro inviato Tommaso CiriacoBRUXELLES – Montava da giorni, anche se sotto traccia. A sera, però, la tensione con Friedrich Merz diventa incombente, quasi palpabile. Un dato politico che pesa, perché il cancelliere tedesco non vuole altro che l’utilizzo degli asset russi e Giorgia Meloni sostiene esattamente il contrario. La premier lo spiega dopo cena, durante un summit che a tarda sera rischia di incartarsi. I toni, i ragionamenti, i silenzi non provano neanche a nascondere il fastidio della presidente del Consiglio. Che si può sintetizzare così: non possiamo accettare una soluzione di cui non sono chiari i termini legali soltanto perché alcuni Paesi vogliono evitare soluzioni di debito comune. Tradotto: non possiamo sbagliare solo perché la Germania si oppone agli eurobond per ragioni di politica interna.
È paradossale che Meloni si trovi così distante da Merz, perché negli ultimi mesi almeno con lui – e di certo non con Emmanuel Macron – ha provato a tenere aperto un dialogo, nonostante le distanze tra R…
BRUXELLES – Montava da giorni, anche se sotto traccia. A sera, però, la tensione con Friedrich Merz diventa incombente, quasi palpabile. Un dato politico che pesa, perché il cancelliere tedesco non vuole altro che l’utilizzo degli asset russi e Giorgia Meloni sostiene esattamente il contrario. La premier lo spiega dopo cena, durante un summit che a tarda sera rischia di incartarsi. I toni, i ragionamenti, i silenzi non provano neanche a nascondere il fastidio della presidente del Consiglio. Che si può sintetizzare così: non possiamo accettare una soluzione di cui non sono chiari i termini legali soltanto perché alcuni Paesi vogliono evitare soluzioni di debito comune. Tradotto: non possiamo sbagliare solo perché la Germania si oppone agli eurobond per ragioni di politica interna.
È paradossale che Meloni si trovi così distante da Merz, perché negli ultimi mesi almeno con lui – e di certo non con Emmanuel Macron – ha provato a tenere aperto un dialogo, nonostante le distanze tra Roma e i Volenterosi. Adesso, però, l’insistenza di Berlino viene considerata eccessiva, se non dannosa. Figlia di un dato ormai storico: i Paesi “frugali” (oltre alla Germania, olandesi, baltici e scandinavi) non vogliono gli eurobond. E frutto di un timore, sussurrano dal governo italiano: la crescita dell’ultradestra dell’Afd, già pronta a denunciare lo sperpero di denaro tedesco per l’Ucraina.
Freddo, dunque, tra Meloni e Merz: uno dei tanti paradossi di una trattativa che sbanda ad ogni curva . Il principale dei problemi per Meloni, però, si chiama Belgio. È il colpo di scena sempre possibile, quello atteso alla vigilia: se il Paese che detiene quasi il 90% degli asset russi congelati dovesse infine cedere al pressing della Commissione europea, la presidente del Consiglio sarebbe costretta a dire di sì a un accordo che non vuole. E che teme, perché preoccupata dall’atteggiamento di Matteo Salvini in Parlamento.
Il segretario del Carroccio, attraverso suoi “ambasciatori”, ha infatti già fatto sapere a Palazzo Chigi che l’eventuale passaggio parlamentare per autorizzare le garanzie italiane sulle risorse scongelate dal Belgio diventerebbe molto stretto. «Per me – è il senso dei ragionamenti del leghista – non ci sono i presupposti giuridici per l’operazione». Per poi aggiungere, con un pizzico di malizia: «Lo ha spiegato bene anche Tajani».
È difficile gestire una partita così delicata a Bruxelles tenendo sempre a mente le ricadute politiche in patria. Eppure, a questo è chiamata la presidente del Consiglio durante l’estenuante summit di Bruxelles. Ne parla al mattino con Ursula von der Leyen, a cui spiega anche le ragioni del suo “no” al Mercosur. Poi ne ragiona con Emmanuel Macron e Merz. Spinge per un “piano B”, consapevole che la resistenza del Carroccio aumenta con il passare delle ore. Riserve che a dire il vero si sommano a una posizione, quella di Palazzo Chigi, già da tempo assai critica verso l’utilizzo degli asset russi. Il risultato è l’equilibrismo a cui Meloni è costretta da settimane. Da quando, cioè, Salvini ha pubblicamente allineato i suoi obiettivi a quelli perseguiti dal Cremlino. Costringendo Meloni a sfumare progressivamente l’adesione incondizionata alle richieste di Kiev.
Sono concessioni che la leader pare accettare in nome della pax interna alla maggioranza. Più difficile, invece, dare soddisfazione a Salvini nel caso in cui il Belgio accettasse un’intesa sugli asset e le Camere dovessero essere chiamate ad autorizzare le garanzie per l’utilizzo dei beni di Mosca congelati. Tecnicamente, a dire il vero, non sarebbe una strada obbligata. Se infatti il Parlamento si opponesse all’accordo, verrebbe meno soltanto – si fa per dire - la quota di finanziamento che tocca a Roma garantire: circa l’11% dei 210 miliardi che stazionano negli istituti continentali (185 solo in Belgio). Il bivio politico, però, sarebbe deflagrante: una crisi nell’esecutivo, nel caso in cui Fdi e Fi votassero il provvedimento con parte delle opposizioni, o una spaccatura clamorosa con le principali capitali dell’Ue. Un punto di non ritorno, affrontato in compagnia del blocco di Visegrad. E con l’Ungheria di Viktor Orbán.
Insostenibile. Ecco perché nella notte Meloni propone idee alternative: prestiti bilaterali a Kiev dei singoli Stati membri o forme di debito comune. Oppure un mix tra queste due idee. Se invece il Belgio dovesse cedere, la premier dovrebbe gestire alle Camere l’incognita Salvini. Con un finale ancora da scrivere.