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L’allarme dell’Unrwa: “A Gaza non può esistere un dopo guerra senza di noi”

Manifestazione a Khan Younis del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina per i 58 anni dell'Unrwa (agf)

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Parla Tamara Alrifai, dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Nei giorni scorsi la polizia israeliana ha fatto irruzione nella sede di Gerusalemme Est e all’Onu anche l’Italia si è astenuta per il rinnovo del mandato triennale nella Striscia
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“La polizia israeliana per la prima volta ha fatto irruzione in una sede Onu, ha portato via i computer e le sedie dal nostro compound di Gerusalemme Est, e ci ha accusato di non pagare le tasse”. Tamara Alrifai, direttrice delle relazioni esterne dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste 5,9 milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, è venuta a Roma perché è allarmata, e non solo per il trattamento subito in Israele. L’Italia, il mese scorso, si è di nuovo astenuta all’Onu durante il voto per il rinnovo del mandato triennale dell’Unrwa, accodandosi a Germania, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e Lettonia.

Tamara Alrifai 

Cos’è successo l’8 dicembre alla vostra sede Unrwa di Sheikh Jarrah?

“La polizia israeliana è entrata con funzionari municipali, ha interrotto le comunicazioni e ha sequestrato computer, attrezzature e arredi. La motivaz…

“La polizia israeliana per la prima volta ha fatto irruzione in una sede Onu, ha portato via i computer e le sedie dal nostro compound di Gerusalemme Est, e ci ha accusato di non pagare le tasse”. Tamara Alrifai, direttrice delle relazioni esterne dell’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste 5,9 milioni di rifugiati palestinesi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, è venuta a Roma perché è allarmata, e non solo per il trattamento subito in Israele. L’Italia, il mese scorso, si è di nuovo astenuta all’Onu durante il voto per il rinnovo del mandato triennale dell’Unrwa, accodandosi a Germania, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e Lettonia.

Tamara Alrifai 

Cos’è successo l’8 dicembre alla vostra sede Unrwa di Sheikh Jarrah?

“La polizia israeliana è entrata con funzionari municipali, ha interrotto le comunicazioni e ha sequestrato computer, attrezzature e arredi. La motivazione? Ci hanno detto “per ripagare le tasse”, in relazione a presunte imposte non pagate, una provocazione inaccettabile”.

Perché lo considerate un attacco al multilateralismo?

“I locali Onu sono protetti da convenzioni internazionali e godono di immunità. Trattare un’agenzia delle Nazioni Unite come un’entità qualunque da colpire o espropriare crea un precedente: oggi tocca a noi, domani potrebbe toccare a qualunque organizzazione internazionale”.

È un episodio isolato?

“No. Dallo scorso gennaio una legge israeliana vieta le attività dell’Unrwa nelle aree che lo Stato ebraico considera sotto il proprio controllo. Hanno revocato i visti d’ingresso per tutto il nostro personale. C’erano state già altre proteste davanti al compound, ma questa è la prima volta che assistiamo a un raid della polizia in una sede delle Nazioni Unite”.Israele vi accusa di collusione con Hamas e sostiene che personale Unrwa ha partecipato o favorito le attività dei miliziani, e che nei vostri programmi educativi circolerebbero contenuti d’odio".

Come replicate? E quali controlli fate?

“Accuse di questa gravità devono poggiare su prove verificabili, e l’inchiesta che riguarda pochi nostri dipendenti non è ancora chiusa. Siamo neutrali, facciamo formazione al personale e abbiamo meccanismi di controllo. Rispondiamo punto per punto alle domande dei governi perché sappiamo che queste campagne puntano a bloccare il lavoro sul campo e farci tagliare fondi”.

I “tunnel sotto le scuole Unrwa” sono un argomento usato spesso dall’esercito israeliano contro di voi.

“Ogni volta che emerge notizia o riscontro di un’installazione sotterranea sotto o vicino a una nostra struttura, informiamo le autorità israeliane. Non controlliamo ciò che accade nel sottosuolo, ma quando abbiamo elementi, segnaliamo”.

Di quanto sono calati i finanziamenti?

“Affrontiamo una perdita di bilancio del 25% per tagli dei fondi statunitensi e il ritiro di grandi donatori, spinti anche da accuse non verificate di legami con organizzazioni terroristiche. È più facile tagliare i fondi che guardare dentro la realtà, e questo è profondamente ingiusto verso i palestinesi”.

A Gaza Unrwa è ancora operativa?

“Sì. Continuiamo con oltre 12.000 membri dello staff, quasi tutti palestinesi: insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, assistenti sociali. Molti hanno perso casa e familiari e vivono nei rifugi, ma continuano a lavorare. Operiamo nonostante restrizioni all’ingresso di forniture, medicinali, tende, coperte e cibo per neonati; continuiamo a somministrare vaccinazioni distribuite da altre agenzie Onu, inclusa l’Oms, e a trasportare acqua potabile".

Com’è la situazione nella Striscia, a due mesi dal cessate il fuoco?

“L’80 per cento delle case distrutto, la popolazione in larghissima parte sfollata, cibo e medicine scarsi. E quasi 400 persone uccise da quando è stato dichiarato”

Che cosa resta della scuola?

“Prima dell’ultimo conflitto avevamo 180 scuole. Oggi molte sono rifugi: la notte i materassi coprono le aule, di giorno vengono accatastati e bambini e insegnanti si mettono in cerchio per imparare matematica, scienze e arabo. L’educazione è un pilastro per i rifugiati: la vedono come un passaporto per uscire da vulnerabilità e povertà, forse l’unica cosa che non è stata portata via loro”.

Avete messo in piedi anche la didattica a distanza?

“Sì. Dopo la tregua più di 300.000 bambini hanno avuto accesso all’apprendimento online Unrwa, con quasi mille nuove registrazioni al giorno”.

Si discute in questi giorni di come arrivare alla fase 2 dell’accordo di tregua. Non sembra però che Unrwa ufficialmente sia prevista nei piani di chi sta negoziando il futuro di Gaza. È così?

“Non può esistere un dopo-guerra a Gaza senza Unrwa. Nella Striscia fornivamo quasi la metà dei servizi pubblici. Oggi vediamo tentativi concreti di impedirci di operare: ciò toglierebbe metà del settore dei servizi e creerebbe un vuoto pericoloso dentro una popolazione traumatizzata”.

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