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L’inverno della Striscia di Gaza, freddo e pioggia sulle tendopoli: la fase due non riesce a partire

(agf)

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I colloqui proseguono, ma resta il nodo del ruolo della Turchia. Mentre tornano in auge i piani faraonici di sviluppo immobiliare
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GERUSALEMME – A Gaza è arrivato l’inverno. Segnato dalla pioggia e dal freddo che hanno colpito le tendopoli dove vive la maggior parte della popolazione, ma anche dal buio mediatico e politico che è sceso sulla Striscia dal 10 ottobre, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco imposto da Trump.

In queste nove settimane la cosiddetta “fase due” del piano imposto dagli americani ha stentato a decollare: a Doha nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno ottenuto un “nulla di fatto” con i Paesi che avrebbero dovuto prendere parte alla forza internazionale di stabilizzazione, sulla cui composizione e sui cui tempi resta dunque molta incertezza. Ieri i due inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno presentato a una serie di potenziali donatori il “Project Sunrise”, piano Made in Usa di ricostruzione della Striscia che poco si discosta dalla Riviera che tante polemiche aveva provocato nei mesi scorsi: il progetto - anticipato dal Wall Street Journal - prevede hotel …

GERUSALEMME – A Gaza è arrivato l’inverno. Segnato dalla pioggia e dal freddo che hanno colpito le tendopoli dove vive la maggior parte della popolazione, ma anche dal buio mediatico e politico che è sceso sulla Striscia dal 10 ottobre, quando è entrato in vigore il cessate il fuoco imposto da Trump.

In queste nove settimane la cosiddetta “fase due” del piano imposto dagli americani ha stentato a decollare: a Doha nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno ottenuto un “nulla di fatto” con i Paesi che avrebbero dovuto prendere parte alla forza internazionale di stabilizzazione, sulla cui composizione e sui cui tempi resta dunque molta incertezza. Ieri i due inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno presentato a una serie di potenziali donatori il “Project Sunrise”, piano Made in Usa di ricostruzione della Striscia che poco si discosta dalla Riviera che tante polemiche aveva provocato nei mesi scorsi: il progetto - anticipato dal Wall Street Journal - prevede hotel di lusso sulla costa, un treno ad alta velocità e reti elettriche intelligenti basate sull’intelligenza artificiale da realizzare in almeno dieci anni. Costo stimato, 112 miliardi di dollari, di cui gli Stati Uniti sarebbero pronti a coprire il 20 per cento.

Gli stessi Witkoff e Kushner sono stati protagonisti di un incontro con Egitto, Qatar e Turchia – Paesi che hanno avuto un ruolo chiave nel raggiungimento della tregua – per discutere di come andare avanti: l’unica notizia che ne è emersa è l’impegno della Turchia a discutere con Hamas della fase due.

Proprio attorno ad Ankara ruota la chiave per sbloccare l’impasse nella Striscia: Israele non vuole concedere a Erdogan alcun ruolo di primo piano, ma fonti a conoscenza del negoziato spiegano a Repubblica che una presenza forte della Turchia all’interno della forza di stabilizzazione sarebbe la garanzia necessaria a sbloccare l’incertezza di molti Paesi musulmani sul loro impegno a Gaza. Il tema sarà probabilmente al centro dell’incontro del 29 dicembre fra Trump e il premier Benjamin Netanyahu in Florida: è quella la data in cui gli osservatori si aspettano una svolta riguardo alla fase due.

Al vertice potrebbe prendere parte anche il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi, che con Israele ha appena siglato un maxi accordo di fornitura di gas, considerato fondamentale per tenere in piedi la traballante economia egiziana. In cambio del gas, Al Sisi potrebbe ammorbidire le sue posizioni su Gaza, in particolare sull’uscita dal valico di Rafah di migliaia di palestinesi. Da settimane Israele sta incentivando in ogni maniera le uscite dalla Striscia: lo scopo è allontanare il più alto numero possibile di palestinesi, ma l’idea incontra l’opposizione di Egitto e Giordania, che temono di trovarsi di fronte a un esodo di profughi a cui non sarà mai consentito di tornare indietro.

Insomma, il puzzle del domani fatica a comporsi. Di certo al momento c’è solo che al centro ci sono due milioni di persone da due anni e due mesi in balia di un destino deciso molto sopra alle loro teste: ieri due palestinesi sono stati uccisi perché vicini alla Linea gialla che divide la zona sotto controllo di Israele dal resto della Striscia. Venerdì sei persone – fra cui due bambini - erano morte quando una scuola era stata colpita da un bombardamento: in tutto i morti in circostanze simili dal 10 ottobre sono più di 400. A cui vanno aggiunti i malati deceduti in attesa di evacuazione e i due neonati uccisi dall’ipotermia negli ultimi giorni. «Gaza continua a vivere un drammatico stato di emergenza – ragiona l’analista palestinese Samer Sinijlawi –, una soluzione internazionale è l’unica maniera per salvarla. Ma in tutte queste trattative non è possibile escludere i bisogni di chi cerca di sopravvivere nella Striscia. La società civile deve essere inclusa nella fase due, e questo oggi non sta accadendo»

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