GERUSALEMME – Tempo di guardare avanti, al futuro: senza dimenticare il passato, ma pensando a ricostruire. Alle scuole, alle case, agli ospedali. Ai bambini che “sono riusciti a rimanere bambini, sorridenti, puri, allegri anche in mezzo alla guerra. E così facendo hanno salvato tutta la comunità”. E’ il messaggio di Natale che il patriarca latino di Gerusalemme consegna, parlando ai giornalisti al ritorno da Gaza. “Rispetto a sei mesi fa, c’è un fortissimo desiderio di tornare alla vita – spiega il cardinale – le condizioni sono ancora molto difficili: la gente vive nelle tende, le scuole sono chiuse, fa freddo. Ma non c’è più carestia. C’è voglia di ripartire: abbiamo visto negozi e ristoranti aperti. Vuoti, senza niente, ma aperti per dire che ci sono”.
Pizzaballa è stato a Gaza quattro volte in questi due anni: una delle pochissime persone ad aver visto la Striscia in maniera indipendente, sotto le bombe e oggi. E ad aver consegnato aiuti che sono stati vitali non solo per i 600 …
GERUSALEMME – Tempo di guardare avanti, al futuro: senza dimenticare il passato, ma pensando a ricostruire. Alle scuole, alle case, agli ospedali. Ai bambini che “sono riusciti a rimanere bambini, sorridenti, puri, allegri anche in mezzo alla guerra. E così facendo hanno salvato tutta la comunità”. E’ il messaggio di Natale che il patriarca latino di Gerusalemme consegna, parlando ai giornalisti al ritorno da Gaza. “Rispetto a sei mesi fa, c’è un fortissimo desiderio di tornare alla vita – spiega il cardinale – le condizioni sono ancora molto difficili: la gente vive nelle tende, le scuole sono chiuse, fa freddo. Ma non c’è più carestia. C’è voglia di ripartire: abbiamo visto negozi e ristoranti aperti. Vuoti, senza niente, ma aperti per dire che ci sono”.
Pizzaballa è stato a Gaza quattro volte in questi due anni: una delle pochissime persone ad aver visto la Striscia in maniera indipendente, sotto le bombe e oggi. E ad aver consegnato aiuti che sono stati vitali non solo per i 600 cristiani, ma per migliaia di persone che vivevano intorno alla parrocchia della Sacra Famiglia. Per questo le sue parole hanno un peso che trascende il suo ruolo di guida della cattolica dell’enclave e di tutta la Terra Santa. “Non possiamo negare l’evidenza dei problemi sul tappeto – ragiona – ma dal momento della denuncia dobbiamo passare alla risposta. In un contesto che resta problematico, è chiaro: ma in cui il piano Trump è l’unica strada”. E Hamas? “Non spetta a noi parlare di politica ma certo credo che Gaza debba cambiare strada. Abbiamo visto tutti quali sono i risultati della violenza”, risponde il cardinale a chi gli pone questa domanda.
Pizzaballa non è un illuso. Sa bene che fra le sfide dei prossimi mesi ci sarà quella di gestire una comunità, quella cristiana, provata da due anni di guerra, dalle bombe e dalla morte che non l’ha risparmiata. “Tutte le domande che in questi due anni hanno messo da parte ora cercano risposta. E’ chiaro che i cristiani pensano al futuro: e che alcuni vorranno andare via. Molti hanno già fatto richiesta di visto, altri vogliono ancora pensarci. Non mi aspetto certo che restino tutti”. Ma perché la gente possa restare, e pensare al futuro, occorre lavorare: “L’urgenza non è più il cibo, ma le medicine – spiega – non ci sono antibiotici, si muore anche per le infezioni. E poi le scuole: ho visto bambini scalzi nelle strade, nel fango, quando dovrebbero essere a scuola. Sono tre anni che non fanno lezione”.
Alla Sacra Famiglia le classi sono ripartite: per i bambini della parrocchia non si erano mai interrotte, ma ora ci sono anche gli esterni, anche grazie ai soldi raccolti con donazioni arrivate da tutto il mondo. “Li abbiamo messi in cucina. E in una struttura provvisoria. Ma una scuola vera è la nostra priorità. E la speranza della gente: cristiani e musulmani”. E il Natale, ricorda il Patriarca, è la festa della speranza.