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A Betlemme sono tornate le luci del Natale

(afp)

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Dopo due anni senza festeggiamenti, l’albero è acceso e migliaia di persone sono accorse per la messa della mezzanotte: un raggio di speranza in una situazione difficilissima
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BETLEMME (Territori palestinesi) – Da giorni, per la prima volta da due anni a questa parte, per scendere nella Grotta, il cuore della Basilica della Natività dove secondo la tradizione cristiana nacque Gesù, c’è la fila. Si tratta per lo più di cristiani che vivono e lavorano in Israele, filippini e indiani per lo più: ma sono qui, ed è già qualcosa.

E’ tornato il Natale a Betlemme: dopo due anni di silenzio e di grigio, la città che del Natale è sinonimo, lentamente riparte. Nella piazza della Mangiatoia qualche giorno fa è stato acceso l’albero, fra la gioia di migliaia di cristiani arrivati da tutto Israele e dal resto dei Territori palestinesi. Ieri sera nella chiesa di Santa Caterina, adiacente alla Basilica, si è svolta in pompa magna la messa di Natale, con la presenza del patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa e delle autorità palestinesi. “Vi porto i saluti dei cristiani di Gaza”, ha detto ai fedeli al termine della tradizionale processione da Gerusalemme. “C…

BETLEMME (Territori palestinesi) – Da giorni, per la prima volta da due anni a questa parte, per scendere nella Grotta, il cuore della Basilica della Natività dove secondo la tradizione cristiana nacque Gesù, c’è la fila. Si tratta per lo più di cristiani che vivono e lavorano in Israele, filippini e indiani per lo più: ma sono qui, ed è già qualcosa.

E’ tornato il Natale a Betlemme: dopo due anni di silenzio e di grigio, la città che del Natale è sinonimo, lentamente riparte. Nella piazza della Mangiatoia qualche giorno fa è stato acceso l’albero, fra la gioia di migliaia di cristiani arrivati da tutto Israele e dal resto dei Territori palestinesi. Ieri sera nella chiesa di Santa Caterina, adiacente alla Basilica, si è svolta in pompa magna la messa di Natale, con la presenza del patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa e delle autorità palestinesi. “Vi porto i saluti dei cristiani di Gaza”, ha detto ai fedeli al termine della tradizionale processione da Gerusalemme. “Che sia un Natale pieno di luce. Che Betlemme sia una luce per il mondo”, è stato il suo augurio.

La messa di mezzanotte, la sera del 24, celebrata dal patriarca latino Pierbattista Pizzaballa (afp)

Da giorni, in attesa del grande evento, nelle strade di Betlemme si respirava un sentimento che non c’era da tempo: la speranza. In città da inizio dicembre i negozi di souvenir hanno riaperto e in questi giorni di festa le guide turistiche agitano bastoni con le bandierine per non perdere i gruppi: gli alberghi sono ancora chiusi come la maggioranza dei ristoranti, ma ci sono i bar e i chioschi di zucchero filato.

“Cancellare il passato è impossibile, ma possiamo cominciare a immaginare un futuro diverso dal turismo mordi e fuggi”, ci ha detto qualche giorno fa nel suo ufficio Samir Hazboun, presidente della Camera di commercio della città. Durante il suo mandato, questo uomo colto e pacato che negli anni del processo di pace di Oslo è stato protagonista dei negoziati con gli israeliani, ha dovuto fronteggiare due crisi epocali: il coronavirus prima, con lo stop al turismo – che è la principale risorsa economica della città - per oltre un anno. E il blocco dei Territori palestinesi, seguito all’attacco lanciato da Hamas nel Sud di Israele il 7 ottobre 2023 che da quel giorno ha fatto di Betlemme una sorta di città fantasma, imprigionata dal Muro, da check point che i soldati aprono e chiudono a loro piacimento e da una marea di grandi e piccoli insediamenti di coloni ebrei che la circondano da ogni lato, divorando quello che – secondo gli Accordi di Oslo – avrebbe dovuto essere il territorio dello Stato palestinese. La Camera di commercio stima che tutto questo - insieme al divieto di ingresso in Israele per le migliaia di lavoratori che ogni giorno attraversavano il Muro e i tagli agli stipendi dei funzionari pubblici dovuti ai soldi delle tasse che Israele non ha trasferito all’Autorità nazionale palestinese – sia costato all’economia cittadina 1,5 milioni di dollari al giorno.

Di certo in due anni il tasso di disoccupazione, in una comunità che vive all’80 per cento di turismo, è passato dal 14 al 65 per cento: che tradotto significa migliaia di famiglie senza soldi per le bollette, le scuole, l’affitto.

“Non ci si può stupire se la gente vuole andare via”, dice padre Ibrahim Faltas, francescano, che fra le gestione della scuola e quella delle strutture dei frati ha contribuito a tenere a galla centinaia di famiglie.

Turisti e pellegrini nella piazza della Mangiatoia, il 24 dicembre (afp)

In questi giorni il ritorno dei turisti contribuisce ad alleviare la situazione, ma non la risolve: le presenze sono una percentuale minima rispetto a quelle del passato, gli stranieri non ci sono e chi si avventura fin qui torna indietro appena fa buio. Non ci sono soluzioni in vista per i visti di chi lavorava in Israele, né tantomeno sugli insediamenti o sulle chiusure dei check point. “Il Natale è il momento della speranza. E noi speriamo: siamo cristiani e questo è il luogo dove è nato Cristo – spiega Ronnie Tabash, che gestisce uno dei più antichi negozi di souvenir della città – non possiamo fare altro”.

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