L’attacco di Natale contro le cellule dello Stato Islamico in Nigeria da parte del presidente americano Donald Trump nasce da due scelte convergenti: dare la caccia senza tregua a ciò che resta dell’Isis e andare incontro alle istanze dell’elettorato cristiano che costituisce una parte importante dei suoi sostenitori.
La lotta militare contro l’Isis è una scelta che ha definito la prima amministrazione Trump — quando la Casa Bianca ne annunciò la sconfitta militare in Medio Oriente — e che accompagna anche il secondo mandato: dai raid della scorsa settimana nella Siria dell’Est dopo l’uccisione di due soldati americani in un agguato nei pressi di Palmira alla stretta collaborazione con Australia ed Israele per ricostruire la genesi della strage di Hanukkah a Bondi Beach realizzata da due jihadisti pakistani, con tanto di vessillo nero nella loro auto. Braccare l’Isis serve a Trump non solo per sottolineare la capacità militare di eliminare ciò che resta della galassia jihadista creata…
L’attacco di Natale contro le cellule dello Stato Islamico in Nigeria da parte del presidente americano Donald Trump nasce da due scelte convergenti: dare la caccia senza tregua a ciò che resta dell’Isis e andare incontro alle istanze dell’elettorato cristiano che costituisce una parte importante dei suoi sostenitori.
La lotta militare contro l’Isis è una scelta che ha definito la prima amministrazione Trump — quando la Casa Bianca ne annunciò la sconfitta militare in Medio Oriente — e che accompagna anche il secondo mandato: dai raid della scorsa settimana nella Siria dell’Est dopo l’uccisione di due soldati americani in un agguato nei pressi di Palmira alla stretta collaborazione con Australia ed Israele per ricostruire la genesi della strage di Hanukkah a Bondi Beach realizzata da due jihadisti pakistani, con tanto di vessillo nero nella loro auto. Braccare l’Isis serve a Trump non solo per sottolineare la capacità militare di eliminare ciò che resta della galassia jihadista creata da Abu Bakr Al-Baghdadi — ucciso con un raid Usa in Siria nel 2019 da lui personalmente ordinato — ma anche per rilanciare un modello di cooperazione multilaterale anti-terrorista che vede gli Stati Uniti guidare la più vasta delle coalizioni perché include non solo tutti i Paesi occidentali ed arabi ma anche la Russia e perfino l’Iran.
La lotta alla Jihad è un fronte di intervento internazionale nel quale la leadership Usa non è in discussione e i Paesi più diversi cooperano senza esitazione. In particolare, l’eliminazione dell’Isis nel Sahel è un interesse strategico che accomuna Usa e Russia perché i Paesi rivieraschi del Lago Ciad sono quelli più infestati dalle cellule jihadiste ed anche quelli dove l’influenza strategica russa è più cresciuta negli ultimi anni.
Ma non è tutto perché l’attacco contro le basi ed i campi di addestramento nel Nord-Ovest della Nigeria della “Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico” (Iswap) arriva dopo una serie di attacchi anticristiani nelle settimane precedenti al Natale che hanno riproposto l’aggressività delle bande di guerriglieri nei confronti delle popolazioni cristiane nel Nord, soprattutto composte da agricoltori, minacciate anche dai jihadisti di “Boko Haram”, un’altra costola dell’Isis. Sono molte le voci di attivisti e leader della base cristiana del Movimento Trump negli Stati Uniti che leggono la campagna di attacchi jihadisti in Nigeria, iniziata nel 2009, come una persecuzione sistematica tesa a realizzare una pulizia etnica nel più popoloso Stato dell’Africa. Fino al punto da adoperare il termine “genocidio” — cosa che la Casa Bianca però non ha mai fatto — imputando al governo nigeriano la responsabilità di non volerlo ostacolare. Il presidente Bola Tinubu ha sempre respinto queste accuse, difendendo la “tolleranza religiosa” del suo Paese, ma colpisce che in quest’ultima occasione si è affrettato ad affermare di aver cooperato con gli attacchi realizzati dal “Comando Africa” del Pentagono, all’evidente fine di respingere le critiche ricevute non solo dalla comunità internazionale ma dal popolo dei “Make America Great Again”. Anche perché Trump aveva minacciato di interrompere «ogni tipo di aiuto» alla Nigeria se fossero continuate «le stragi di cristiani».
L’attacco ai jihadisti in Africa Occidentale consente dunque a Trump di vestire i panni del “difensore dei cristiani” davanti ai suoi sostenitori, in maniera simile a come la crescente pressione militare sul Venezuela di Nicolas Maduro si accompagna alla campagna di rivelazioni sulla presenza di basi di narcos nei territori sotto il controllo di Caracas. Ciò che accomuna narcotrafficanti venezuelani e jihadisti nigeriani è rappresentare delle minacce che l’elettorato di Trump percepisce come identitarie.