Ci sono indirizzi che funzionano da punteggiatura della storia, la Sala degli Specchi della Reggia di Versailles punto e virgola tra le due guerre mondiali, con il trattato del 1919, la rustica residenza dei presidenti Usa a Camp David parentesi di pace in Medio Oriente con gli accordi del 1978. Per fondare l’epoca Donald Trump, il presidente americano spera ora che la magione di Mar-a-Lago sia ricordata da un punto esclamativo.
Negli incontri con Volodymyr Zelensky, oggi, e Benjamin Netanyahu, domani, la villa stile ispano-moresco-veneziano in Florida torna palcoscenico dove la diplomazia perde il protocollo da cancellerie e diventa ring del wrestling. Non palazzo di Stato, club privato in cui fra lampadari luccicanti e campi da golf si dimentica la politica estera inamidata dei think tank del secolo scorso, illusi che Realpolitik fosse realtà. Largo allo stile caro al filosofo Baudrillard: il simulacro è la realtà del nostro tempo.
Mar-a-Lago fu costruita da Marjorie Merriweath…
Ci sono indirizzi che funzionano da punteggiatura della storia, la Sala degli Specchi della Reggia di Versailles punto e virgola tra le due guerre mondiali, con il trattato del 1919, la rustica residenza dei presidenti Usa a Camp David parentesi di pace in Medio Oriente con gli accordi del 1978. Per fondare l’epoca Donald Trump, il presidente americano spera ora che la magione di Mar-a-Lago sia ricordata da un punto esclamativo.
Negli incontri con Volodymyr Zelensky, oggi, e Benjamin Netanyahu, domani, la villa stile ispano-moresco-veneziano in Florida torna palcoscenico dove la diplomazia perde il protocollo da cancellerie e diventa ring del wrestling. Non palazzo di Stato, club privato in cui fra lampadari luccicanti e campi da golf si dimentica la politica estera inamidata dei think tank del secolo scorso, illusi che Realpolitik fosse realtà. Largo allo stile caro al filosofo Baudrillard: il simulacro è la realtà del nostro tempo.
Mar-a-Lago fu costruita da Marjorie Merriweather Post, ereditiera di un impero dei cereali nel 1924. Dopo la morte della Post, nel 1973, la reggia venne donata ai presidenti come rifugio invernale, ma risultò troppo costosa per l’amministrazione Ford, in piena crisi energetica, e nel 1985 venne acquistata da un Donald Trump avventuroso, magnate di casinò, linee aeree, bancarotte, che nel 1995 la trasforma in un club di lusso per soci benestanti. In fuga da tasse e processi di Manhattan, Trump ne farà infine davvero la “Casa Bianca d’inverno”, realizzando il sogno di Lady Marjorie.
Trump vi ha ospitato il presidente cinese Xi Jinping, il compianto premier giapponese Shinzo Abe, il controverso leader brasiliano Jair Bolsonaro, misti a finanziatori, senatori, giornalisti amici. Il potere, nella visione radicale di Trump, si fa performance. Mar-a-Lago è la “sua” vera Casa Bianca, in attesa che i lavori per la sala da ballo a Washington diano il brand alla “The Donald” anche all’antica sede istituzionale.
Trump non negozierà con Zelensky e Netanyahu attraverso consiglieri laureati a Georgetown o comunicati felpati, punterà sulla forza, pronto se bloccato alla marcia indietro. Un anno fa umiliò in pubblico Zelensky, ha ceduto invece alla Cina di Xi sui dazi e in una intervista a Politico anticipa con brutale chiarezza: Zelensky «non ha niente in mano finché non lo approvo io». L’ucraino arriva con un piano in 20 punti: integrità territoriale, garanzie di sicurezza, responsabilità per i crimini di guerra, esportazioni alimentari, ricostruzione. I sondaggi lo incoraggiano, il 75% degli ucraini non vuol cedere territori a Putin, e una larga maggioranza ritiene che la guerra debba andare avanti, senza arrendersi al Cremlino. Gli europei lo hanno sostenuto come nessuno si sarebbe atteso nel 2022, la notte di venerdì ha visto Kiev sotto bombardamento, deve compiacere l’ego di Trump, perfino nel vestito, e non capitolare ai russi: sulle terre rare ci è riuscito, ce la farà con il cessate il fuoco? Se i russi, fermi nelle trincee d’inverno malgrado la diffusa disinformazione amica, non sfondano al fronte, il tempo stringe anche per l’Ucraina.
Un cessate il fuoco imposto da stanchezza e coercizione è possibile. Una pace giusta non si può escludere. Trump misurerà il successo in titoli tv per Capodanno, l’Ucraina misura la sopravvivenza in decenni, dopo il tradimento dei protocolli di Budapest 1994 che le assicuravano indipendenza, garanti Mosca e Washington. Quindi rivendica non adesione alla Nato, ma zone demilitarizzate, forze armate al livello odierno, accordi di difesa con l’Ue.
Netanyahu arriva a Mar-a-Lago con un solo messaggio: l’Iran. Il premier israeliano informerà Trump che il Mossad indica Teheran ancora prossima al nucleare, malgrado il blitz dello scorso giugno. “Bibi” sa coccolare Trump e userà l’Iran per mettere la sordina alle sofferenze di Gaza e alla irrisolta crisi di Hamas e del governo della Striscia nel 2026. L’Iran non è, tuttavia, trattativa immobiliare Downtown Manhattan, l’escalation nucleare non si ferma con la propaganda, gli ayatollah sperano che Trump sopravvaluti la sua capacità di dominio solitario.
La fine del 2025 impone sobrietà e saggezza. L’Ucraina non vedrà liberazione dei territori a est o pace stabile, nel migliore dei casi il conflitto verrà congelato, fra confini disputati e traumi umani. Gaza e Israele resteranno intrappolati in cicli di violenza, con l’Iran problema non risolto. La diplomazia dei saloni di Mar-a-Lago può forzare incontri, entusiasmare cronisti, destabilizzare leader, ma deve poi essere seguita dal lavoro indispensabile di alleanze e istituzioni. I prati da golf, per quanto verdi, non bastano alla pace.