Dopo Zelensky tocca a Netanyahu. A Mar-a-Lago oggi è il turno del premier israeliano, in Florida per far visita a quello che definisce «il migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca». La storica amicizia tra i due leader, però, viene ora messa di nuovo alla prova dei fatti in un faccia-a-faccia che è stato Netanyahu a volere e che c’è chi chiama – come ha detto al Washington Post Dan Diker, presidente del think tank Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs – un «summit di emergenza».
Netanyahu – che rimarrà negli Usa fino a giovedì – è arrivato senza giornalisti al seguito e senza far precedere la partenza dalle usuali dichiarazioni. Un retroscena di Axios, pochi giorni fa, ha rivelato che il premier «ha perso» il sostegno di gran parte dell’amministrazione Usa, da J.D. Vance a Marco Rubio, dai negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff fino alla capa dello staff della Casa Bianca Susie Wiles. Solo il presidente è ancora con lui, ma vuole vedere progressi…
Dopo Zelensky tocca a Netanyahu. A Mar-a-Lago oggi è il turno del premier israeliano, in Florida per far visita a quello che definisce «il migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca». La storica amicizia tra i due leader, però, viene ora messa di nuovo alla prova dei fatti in un faccia-a-faccia che è stato Netanyahu a volere e che c’è chi chiama – come ha detto al Washington Post Dan Diker, presidente del think tank Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs – un «summit di emergenza».
Netanyahu – che rimarrà negli Usa fino a giovedì – è arrivato senza giornalisti al seguito e senza far precedere la partenza dalle usuali dichiarazioni. Un retroscena di Axios, pochi giorni fa, ha rivelato che il premier «ha perso» il sostegno di gran parte dell’amministrazione Usa, da J.D. Vance a Marco Rubio, dai negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff fino alla capa dello staff della Casa Bianca Susie Wiles. Solo il presidente è ancora con lui, ma vuole vedere progressi sull’avvio della Fase 2 a Gaza, dopo aver egli stesso ammesso a metà dicembre che Israele potrebbe aver violato la tregua uccidendo il comandante di Hamas Raed Saad. Trump vuole annunciare a inizio gennaio il dispiegamento della Forza di stabilizzazione internazionale e il lancio sia del governo tecnico sia del Board of Peace, l’organismo da lui guidato e da riunire poi magari anche al forum di Davos. Netanyahu condiziona però l’inizio della Fase 2 al ritorno del corpo dell’ultimo ostaggio e al disarmo di Hamas: prima, non intende ritirare del tutto le truppe.
Qualcosa però dovrà concedere al suo grande protettore – che mira al Nobel per la pace e non può accettare ulteriori rinvii al suo piano – e per questo gli analisti si domandano se non sia andato in Florida per chiedere qualcosa in cambio con cui indorare la pillola all’estrema destra che tiene in piedi il suo governo. Dal Libano alla Siria fino all’Iran, l’atteggiamento da falco di Netanyahu si scontra con il bisogno americano di stabilità (che verrebbe incontro al disimpegno di Washington).
In Libano Israele minaccia di riprendere l’offensiva se il governo di Beirut non rispetterà la scadenza di Capodanno per il disarmo di Hezbollah, che intanto ha escluso di deporre le armi finché continuano i raid dell’Idf nel sud del Paese. Per quanto riguarda l’Iran, Netanyahu teme che stia espandendo la produzione di missili balistici e secondo la Nbc vorrebbe informare Trump sulle opzioni per attaccare nuovamente il regime degli ayatollah. In settimana, sui social ha anche pubblicato un video realizzato con l’IA che li vede insieme pilotare un B-2, il bombardiere americano usato a giugno per colpire il sito nucleare di Fordow.
Comunque andrà, il viaggio servirà al premier per lanciare in grande stile la sua campagna in vista delle elezioni di ottobre. Trump – che ha apertamente invocato la grazia per Bibi – in Israele è popolarissimo (76% di consensi contro il 40% del governo locale), e Netanyahu vorrebbe invitarlo nuovamente nel Paese così da spingersi nei sondaggi, che al momento non assicurano la maggioranza alla sua coalizione.
La campagna sarà lunga e piena di insidie. Il gruppo di hacker iraniani Handala ieri ha detto di essersi infiltrato nel telefono del capo dello staff di Netanyahu, Tzachi Braverman. Pubblicheranno, dicono, nuove informazioni che lo collegano al Qatargate. Uno scandalo che non smette di inseguire Netanyahu.