ROMA – Il Grattacielo 101 con i suoi 509 metri di altezza è il simbolo dell’orgoglio di Taipei. Ieri è apparso nitido in un filmato ripreso da un drone a lungo raggio cinese, arrivato molto vicino alla capitale di Taiwan: l’apice della grande provocazione lanciata all’improvviso da Pechino. Senza preavviso, la Repubblica Popolare ha sbarrato tutte le rotte d’accesso all’isola: un’esercitazione di 48 ore, con cinque zone di manovra di aerei e navi che fanno tiri con proiettili veri. Un vero e proprio assedio, senza precedenti per celerità e numero di mezzi, che ha fatto scattare la massima allerta. Si tratta di un avvertimento indirizzato anche alla Casa Bianca, con un messaggio netto: non si possono ignorare gli artigli del Dragone.
La tempistica è esplicita. Le manovre sono state decise dopo l’annuncio di forniture militari statunitensi a Taiwan per oltre undici miliardi di dollari. E sono iniziate poche ore dopo il vertice di Trump con Zelensky in Florida e il duplice colloquio tel…
ROMA – Il Grattacielo 101 con i suoi 509 metri di altezza è il simbolo dell’orgoglio di Taipei. Ieri è apparso nitido in un filmato ripreso da un drone a lungo raggio cinese, arrivato molto vicino alla capitale di Taiwan: l’apice della grande provocazione lanciata all’improvviso da Pechino. Senza preavviso, la Repubblica Popolare ha sbarrato tutte le rotte d’accesso all’isola: un’esercitazione di 48 ore, con cinque zone di manovra di aerei e navi che fanno tiri con proiettili veri. Un vero e proprio assedio, senza precedenti per celerità e numero di mezzi, che ha fatto scattare la massima allerta. Si tratta di un avvertimento indirizzato anche alla Casa Bianca, con un messaggio netto: non si possono ignorare gli artigli del Dragone.
La tempistica è esplicita. Le manovre sono state decise dopo l’annuncio di forniture militari statunitensi a Taiwan per oltre undici miliardi di dollari. E sono iniziate poche ore dopo il vertice di Trump con Zelensky in Florida e il duplice colloquio telefonico con Putin. Il monito di Xi è chiaro: Pechino non può essere esclusa dalle discussioni sugli equilibri tra le potenze globali.
L’operazione della Repubblica Popolare è impressionante, amplificata da una propaganda massiccia su social e televisioni. Sono stati schierati 89 aerei e 28 navi, concentrati in cinque zone di interdizione che bloccheranno per 48 ore i porti principali: viene evidenziato che si trovano all’interno del perimetro della difesa aerea taiwanese. Non solo. Quattro formazioni della Guardia costiera pattugliano tutte le acque intorno all’isola, salpando da nord e da sud. Stanno intervenendo i migliori sistemi bellici, dai velivoli stealth di ultima generazione ai radar volanti. Semoventi con missili balistici e tir con missili antinave sono stati schierati sulla costa. I bombardieri a lungo raggio H-6 “Dio della guerra” sono partiti, mostrando le ali cariche di ordigni. Sui canali dell’Armata Popolare di Liberazione – il nome ufficiale dell’esercito cinese – sono state pubblicate foto satellitari degli aeroporti militari taiwanesi, con una minaccia: «Come potete tentare di essere indipendenti?».
L’obiettivo è proprio questo: circondare l’isola con una falange di caccia, fregate, droni e missili, impedendo l’invio di qualunque soccorso dal mare e dal cielo. La premessa all’invasione, che può accadere in qualsiasi momento come testimonia la mobilitazione ultrarapida di decine di migliaia di militari. Per la Cina è una “Missione di giustizia” – così è stata chiamata l’esercitazione -: un «avvertimento serio contro l’indipendenza e le interferenze esterne; un’iniziativa legittima e necessaria per tutelare la sovranità e l’unità nazionale». La retorica non è mai stata così aggressiva: «Il loro tentativo – ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian - di ottenere l’indipendenza tramite gli Stati Uniti, anche al costo di trasformare Taiwan in una polveriera, manifesta la loro natura malvagia di distruttori della pace, seminatori di tensione e istigatori di conflitti».
A Taipei la presidenza della Repubblica ha definito l’esercitazione «una provocazione unilaterale». Il governo ha parlato di «un’intimidazione militare» mentre il ministro della Difesa ha detto che «siamo pronti a intraprendere azioni concrete per proteggere la democrazia e la libertà», sottolineando che Pechino intende agire anche nelle acque territoriali taiwanesi. Colonne di cingolati sono usciti dalle caserme per raggiungere le postazioni anti-sbarco, rendendo concreto alla popolazione il clima di allarme. La preoccupazione maggiore riguarda i collegamenti commerciali: ci sono in programma 857 voli di linea con 100 mila passeggeri che devono attraversare le zone delle manovre; 74 sono stati subito cancellati.
L’unica reazione americana finora è stata la spedizione di un drone da sorveglianza Triton dell’Us Navy decollato dalla base nipponica di Okinawa. Pure il Giappone ha mandato un jet da ricognizione: la premier Sanae Takaichi lo scorso 7 novembre ha detto che un attacco contro Taiwan potrebbe rappresentare una minaccia alla sopravvivenza del suo Paese, tale spingerlo a intervenire. Un profondo cambiamento della linea giapponese che contribuisce a gonfiare i venti di guerra anche nei mari dell’Asia.