Bibi il mago ha vinto ancora. Se le espressioni del viso raccontano qualcosa dell’animo delle persone, il sorriso compiaciuto con cui il primo ministro israeliano è uscito dall’incontro con Donald Trump a Mar-a-Lago dice tutto. Da un vertice che partiva come molto incerto, con i diplomatici americani preoccupati per il ritardo nell’implementazione della “fase due” del piano per Gaza, per il “no” di Israele allo schieramento di truppe turche e all’apertura nelle due direzioni del valico di Rafah, Benjamin Netanyahu ha portato a casa tutto quello che voleva: «Israele ha rispettato il piano al 100 per cento», ha detto Trump. «Saranno guai seri per Hamas se non disarmerà presto. Sradicheremo molto rapidamente ogni riarmo». E ancora: «L’Iran sta forse ricostruendo il suo programma nucleare in luoghi diversi da quelli che abbiamo colpito: se così è, li cancelleremo».
Gli unici punti in cui i due leader non sono apparsi totalmente allineati sono passati quasi in secondo piano: «Non siam…
Bibi il mago ha vinto ancora. Se le espressioni del viso raccontano qualcosa dell’animo delle persone, il sorriso compiaciuto con cui il primo ministro israeliano è uscito dall’incontro con Donald Trump a Mar-a-Lago dice tutto. Da un vertice che partiva come molto incerto, con i diplomatici americani preoccupati per il ritardo nell’implementazione della “fase due” del piano per Gaza, per il “no” di Israele allo schieramento di truppe turche e all’apertura nelle due direzioni del valico di Rafah, Benjamin Netanyahu ha portato a casa tutto quello che voleva: «Israele ha rispettato il piano al 100 per cento», ha detto Trump. «Saranno guai seri per Hamas se non disarmerà presto. Sradicheremo molto rapidamente ogni riarmo». E ancora: «L’Iran sta forse ricostruendo il suo programma nucleare in luoghi diversi da quelli che abbiamo colpito: se così è, li cancelleremo».
Gli unici punti in cui i due leader non sono apparsi totalmente allineati sono passati quasi in secondo piano: «Non siamo d’accordo al 100% sulla Cisgiordania ma sono certo che Bibi farà la cosa giusta», ha spiegato Trump riguardo alla situazione nei Territori palestinesi, oggetto di violenze senza precedenti da parte dei coloni. Infine: «Netanyahu e Erdogan non avranno problemi».
Una frase, quest’ultima, a cui potrebbe essere legato il futuro della Striscia: il ruolo della Turchia è stato uno dei punti chiave delle settimane intercorse dal 10 ottobre a oggi. Netanyahu ha negato ad Ankara – che ospita parte della leadership di Hamas – ogni ruolo nella gestione dell’enclave e in particolare nella Forza di pace internazionale. Ma molti Paesi arabi hanno fatto sapere che schiereranno i loro soldati solo in presenza di un ampio contingente turco a fare da garanzia.
Come le parole di Trump si declineranno sul terreno nelle prossime settimane è ancora da capire, ma – visto il tono dei discorsi in conferenza stampa – è difficile pensare che al premier israeliano verranno imposte condizioni troppo dure. Non a caso, per ringraziare l’alleato, Netanyahu ha annunciato che per la prima volta l’Israel prize – il più alto riconoscimento a una personalità che si è distinta per il suo contributo al futuro di Israele – sarà assegnato a uno straniero: il presidente Trump appunto.
L’atmosfera rilassata della conferenza stampa ha fatto passare in secondo piano la crisi diplomatica con cui si era aperto l’incontro: rispondendo alle domande dei giornalisti, Trump aveva annunciato che la grazia per Netanyahu – che è sotto processo per corruzione in patria – era prossima: «È un primo ministro in tempo di guerra, è un eroe. Come si fa a non concedere una grazia? Ho parlato con il Presidente, mi ha detto che è in arrivo». Ma la conversazione (e la promessa) era stata smentita immediatamente dall’ufficio di Herzog, consapevole di quanto controverso sia il tema.
L’incontro di Mar-a-Lago è avvenuto a quasi tre mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco mediato dall’Amministrazione Trump a Gaza: allora il presidente americano aveva annunciato un rapido passaggio alla seconda fase, con una Forza di intervento rapida internazionale pronta a schierarsi, un Board di pace composto da personalità arabe e occidentali e un governo tecnico palestinese. Ma mentre le armi si sono fermate – anche se di certo non del tutto: l’esercito israeliano ha ucciso più di 400 palestinesi a Gaza dal 10 ottobre scorso – e la quantità di aiuti umanitari nella Striscia è aumentata, moltissime questioni sono rimaste aperte: non solo l’inizio della ricostruzione, ma anche l’ingresso di strutture prefabbricate; non solo i nomi del governo tecnico e del Board of peace, ma anche il ruolo dell’Autorità nazionale palestinese; non solo il disarmo ma anche il destino dei pochi quadri di Hamas sopravvissuti. La speranza ora è che si trovi una strada chiara per rispondere a questi interrogativi: e dare un futuro a due milioni di persone prigioniere da più di due anni.