La Russia, un potere immobile
di Ezio MauroSembrano costruite apposta per proteggere un potere immobile nell’eternità, le mura del Cremlino che sorvegliano l’autorità sovrana delle Russie e la circondano per due chilometri e mezzo, custodendola per secoli nei loro 17 metri di altezza, nelle venti torri e nelle 1073 fessure merlate. Da quando Lenin attraversò la porta Spasskaja sulla Piazza Rossa nel 1918, per trasferire la rivoluzione e il comando da San Pietroburgo a Mosca, la fortezza ha recintato il segreto di una potestà di comando che cambia volto nelle diverse epoche ma sembra rinnovare ogni volta la formula sacra di supremazia dello Zar. In realtà il mezzo secolo che abbiamo alle spalle ha aperto più di una crepa anche in quel muro mitologico, assorbendo e risolvendo i cambiamenti che si sono verificati al suo interno.
Cinquant’anni sono quasi il tempo di due generazioni. Ma in Russia, dove il tempo è infinito come lo spazio, sono di più. E infatti, se rileggiamo la storia di questi decenni vediamo che la forza del pote…
Sembrano costruite apposta per proteggere un potere immobile nell’eternità, le mura del Cremlino che sorvegliano l’autorità sovrana delle Russie e la circondano per due chilometri e mezzo, custodendola per secoli nei loro 17 metri di altezza, nelle venti torri e nelle 1073 fessure merlate. Da quando Lenin attraversò la porta Spasskaja sulla Piazza Rossa nel 1918, per trasferire la rivoluzione e il comando da San Pietroburgo a Mosca, la fortezza ha recintato il segreto di una potestà di comando che cambia volto nelle diverse epoche ma sembra rinnovare ogni volta la formula sacra di supremazia dello Zar. In realtà il mezzo secolo che abbiamo alle spalle ha aperto più di una crepa anche in quel muro mitologico, assorbendo e risolvendo i cambiamenti che si sono verificati al suo interno.
Cinquant’anni sono quasi il tempo di due generazioni. Ma in Russia, dove il tempo è infinito come lo spazio, sono di più. E infatti, se rileggiamo la storia di questi decenni vediamo che la forza del potere è intatta, ma la sua forma e la sua natura sono cambiate più volte. Nel 1976 il GenSek, il Segretario Generale che guidava il partito-Stato, era Leonid Ilic Breznev, al comando da dieci anni e destinato a rimanervi fino al 1982. Sotto la sua guida, dopo Nikita Krusciov che aveva denunciato i crimini di Stalin, la Russia era sembrata aprirsi e subito rinchiudersi, per cadere dalle stelle dove l’aveva portata nel 1961 Jurij Gagarin con il primo volo umano nello spazio alla “stagnazione”, come veniva chiamato il lungo regno brezneviano dove tutto si paralizzava perché nulla davvero cambiasse. Per un breve periodo nelle librerie erano comparse improvvisamente le traduzioni russe di Sartre e Thomas Mann, la rivista letteraria Novij Mir diretta da Aleksandr Tvarkovskij pubblicava Iskander, Grossman, Nekrasov e Bulgakov. Ma presto il Cremlino decide di riprendere il controllo del mondo intellettuale, decapita Novij Mir, la rivista di punta, pretende “lealtà” dagli scrittori. Dicono che la notte in cui a Peredelkino morì Boris Pasternak, intorno erano fioriti i ciliegi: inutilmente, è subito di nuovo glaciazione.
Nella società sovietica rimarrà a lungo l’impronta di quell’illusione appassita in fretta, soprattutto nella delusione culturale e nella frustrazione intellettuale dei shestidisiatniki, i “sessantini”, com’è stata battezzata quella generazione sconfitta. Il partito decide che dopo l’inverno brezneviano serve un rilancio energico del comando, che smuova il sistema controllandolo, e porta alla guida del Paese il capo del Kgb, Jurij Andropov. È la raffigurazione tecnica perfetta del figlio dell’apparato, ma è anche il prodotto di un sistema - la polizia segreta, spada e scudo del partito - capace di selezionare e riprodurre la sua élite. E infatti nel suo breve regno (da fine ’82 a inizio ’84) interrotto dalla malattia, Andropov non potrà lasciare un’impronta di governo, ma riuscirà a individuare i quadri emergenti del comunismo sovietico leggendo i dossier che li riguardavano e convocandoli nella sua stanza d’ospedale. E infatti è lui che scopre e segnala Mikhail Serghevic Gorbaciov, che diventerà il Segretario Generale riformatore dell’Urss, e anche il suo antagonista, Egor Ligaciov, capo della corrente comunista conservatrice.
Istinto del cambiamento, dunque, anche nella rigidità di un sistema bloccato. Ma prima, e soprattutto, istinto di conservazione, come in tutti i regimi dittatoriali. Perché alla morte di Andropov il Pcus sceglie l’arrocco, portando al Cremlino come Segretario Generale Konstantin Cernenko, un apparatchik di 73 anni, trasmettendo al Paese e al mondo il messaggio dell’immobilismo come garanzia di continuismo: ma anche come conferma della paura del nuovo, che la fisiologia del potere sovietico respinge. La lunga agonia di Cernenko, che lo tiene lontano dalla scena, sembra un anticipo dell’agonia del partito. E infatti i funerali del GenSek, quel 13 marzo ’85 lucido di pioggia, sono inconsapevolmente l’ultima replica di un sistema giunto al capolinea. Dietro la bara scoperta preceduta da un carrarmato marciano 12 file di soldati che espongono i cuscini rossi dove appaiono le medaglie d’onore del defunto. Ma la folla si accalca sulla Piazza Rossa non per vedere il volto bianco di Cernenko, ma per scoprire la figura del nuovo Segretario Generale appena nominato, e ora al centro della balconata sopra il mausoleo di Lenin.
È Gorbaciov, vent’anni più giovane del suo predecessore, scelto dall’ansia terminale di un gruppo dirigente che ha infine preso coscienza che l’Urss è un gigante dai piedi d’argilla, soffocato dalla corsa agli armamenti nella guerra fredda con gli Usa, mentre l’economia non regge ai piani quinquennali e nei negozi i generi alimentari sono “defizit”, con code inutili. La giovane età del nuovo leader è un’occasione e un rischio per l’apparato e deve intervenire il vecchio Gromyko, eterno ministro degli Esteri, a rassicurare tutti: “Lo conosco bene, ha i denti d’acciaio”. Scortato da questa garanzia, Gorbaciov mette mano alle riforme, nel Paese e nel confronto con l’Occidente. Non c’è una teoria, un pensiero che guidi il processo, un approdo. Semplicemente, ma suscitando un’onda rivoluzionaria, Gorbaciov pensa che il cambiamento sia l’unico orizzonte possibile per il comunismo di fine secolo, e lo testimonia ovunque, davanti a Thatcher e Reagan che lo applaudono, ma anche a Castro e Honecker che lo sbeffeggiano. Si aprono due fratture, per il GenSek, attaccato dai conservatori perché troppo innovatore, dai radicali perché lo è troppo poco. Ugualmente, l’Occidente applaude Mikhail Sergheevic come il primo riformatore, la Russia lo maledice come l’ultimo Segretario Generale. Nella deformazione del sistema saltano i cardini sovietici, appena si socchiude il cancello della libertà i popoli lo spalancano e le Repubbliche si conquistano l’indipendenza, dal Caucaso al Baltico. Il tentativo di golpe è soltanto la reazione automatica di un apparato stremato. Quando dalla corazza sovietica fuoriesce la Russia eterna, guidata da Eltsin, si capisce che Gorbaciov è Mikhail Senzaterra.
L’onda arriva a Berlino, la notte in cui cade il Muro e tutto cambia, mentre a Mosca crolla l’Urss e la bandiera con la falce e il martello viene ammainata sulla cupola del Cremlino. Ma Eltsin è il presidente che precipita la fine nella corruzione, non il leader di un nuovo inizio nella democrazia: e l’uomo russo, passato da suddito a bolscevico, non riesce a di entrare compiutamente cittadino. Quando Eltsin tramonta chiudendo la sua stagione-ponte, le porte dorate del Cremlino si aprono sul mistero russo del potere assoluto che si rinnova, accompagnando al trono Vladimir Vladimirovic Putin, l’ultimo Zar: dopo, la grande incognita.