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Unione a rischio disunione

(afp)

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Dalla Cee fino alla Ue i passi in avanti sono innumerevoli. Le ragioni del suo successo sono però oggi anche le cause della crisi. Se Putin e Trump sono concordi nel volerla annientata è perché (anche incompiuto) quel progetto politico continentale dà fastidio
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Cinquant’anni fa l’Europa era, per usare le parole di Jacques Delors, “come una casa senza tetto”. In mezzo secolo di sforzi, visione e compromessi, il tetto è stato messo, la casa si è allargata e rafforzata. Ma oggi a vacillare sono le fondamenta. La base di libertà, democrazia e pace, su cui era stato costruito l’edificio europeo, si sta disgregando. E gli inquilini non sembrano rendersi pienamente conto del pericolo. Tra cinquant’anni, ma anche molto prima, di quella casa che ha ospitato l’esistenza agiata di quasi mezzo miliardo di persone potrebbe non esserci più traccia. In molti, fuori e dentro la stessa Europa, lo sperano. Qualcuno, non osando sperarlo, lo prevede.

Nel 1976 l’Unione europea non esisteva nemmeno. C’era, al suo posto, la Comunità economica (Cee) composta da soli nove Paesi: Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo. La principale funzione della Cee era fissare i prezzi agricoli. Non c’erano politiche comuni, non…

Cinquant’anni fa l’Europa era, per usare le parole di Jacques Delors, “come una casa senza tetto”. In mezzo secolo di sforzi, visione e compromessi, il tetto è stato messo, la casa si è allargata e rafforzata. Ma oggi a vacillare sono le fondamenta. La base di libertà, democrazia e pace, su cui era stato costruito l’edificio europeo, si sta disgregando. E gli inquilini non sembrano rendersi pienamente conto del pericolo. Tra cinquant’anni, ma anche molto prima, di quella casa che ha ospitato l’esistenza agiata di quasi mezzo miliardo di persone potrebbe non esserci più traccia. In molti, fuori e dentro la stessa Europa, lo sperano. Qualcuno, non osando sperarlo, lo prevede.

Nel 1976 l’Unione europea non esisteva nemmeno. C’era, al suo posto, la Comunità economica (Cee) composta da soli nove Paesi: Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo. La principale funzione della Cee era fissare i prezzi agricoli. Non c’erano politiche comuni, non c’era personalità giuridica internazionale, non c’era neppure l’embrione di una moneta unica, la Commissione era un organismo eminentemente tecnico presieduto da un signore francese, Francois-Xavier Ortoli, di cui oggi nessuno ricorda il nome o la faccia.

Eppure, se si guardano le dichiarazioni dei protagonisti politici di quel tempo, dal cancelliere Helmut Schmidt al presidente Giscard d’Estaing, da Margaret Thatcher ad Aldo Moro o Enrico Berlinguer, tutti parlavano di “Europa”, come se già fosse una realtà geopolitica definita. E tutti impartivano lezioni su come avrebbe dovuto essere, quando ancora non c’era. Segno che l’Europa era, allora come ora, un luogo dell’anima prima ancora che un progetto o una realtà ben definita.

Ma qualcosa si stava muovendo. Proprio nel 1976 i nove governi decidono che il Parlamento europeo sarebbe stato nominato a suffragio universale. Accadrà nel 1979, ma quella decisione è il primo implicito riconoscimento della natura politica dell’Europa. Il secondo, non meno importante, viene dall’avvio dei negoziati per allargare la Cee a Grecia, Spagna e Portogallo. Allargamento voluto per accompagnare verso la democrazia quei Paesi appena usciti dalle dittature fasciste che li avevano governati fino ad allora. Di colpo, da dispensatrice burocratica delle sovvenzioni agricole, l’Europa diventava il garante di una transizione democratica verso lo stato di diritto, assumendo un carattere che sarebbe rimasto impresso nel suo Dna per il seguente mezzo secolo. E che oggi rischia di pagare a caro prezzo.

Per misurare la distanza percorsa da allora basterebbe elencare tutti i passi avanti compiuti. La nascita del mercato unico, quella dell’Unione europea con una personalità giuridica internazionale, l’approvazione della Carta dei diritti fondamentali, la comunitarizzazione di quasi tutte le politiche nazionali, l’armonizzazione delle leggi, la moneta unica, l’abolizione delle frontiere, l‘allargamento ai Paesi liberati dal controllo sovietico, la cooperazione in politica estera, difesa, giustizia. Oggi l’Unione europea è qualcosa di non paragonabile rispetto alla Cee di mezzo secolo fa, anche se il suo percorso verso la creazione di un vero stato federale resta ancora largamente incompiuto.

Le ragioni del suo successo sono però, oggi, anche le cause della sua crisi. Se Putin e Trump sono concordi nel volere la fine della Ue è perché, anche incompiuta, l’Europa dà fastidio. Il ruolo di calamita che la Ue ha avuto dopo il disfacimento dell’impero sovietico è stato un ostacolo straordinario alle ambizioni putiniane di ricostruire quell’impero. Le bandiere dell’Europa sventolate dalla folla in piazza Maidan a Kiev sono state la premessa dell’invasione russa e dei quattro anni di guerra che ne sono seguiti. Allo stesso modo, la leadership mondiale nelle politiche ambientali, la difesa del libero commercio nel quadro del Wto, le regole imposte alle grandi multinazionali americane in materia di concorrenza e di diritti fondamentali hanno suscitato per reazione una coalizione di interessi che è in gran parte alla base del successo di Trump e che spiega la dichiarata ostilità di questo presidente americano nei confronti della Ue.

Ma nella crisi attuale dell’Europa c’è qualcosa di epocale, che va oltre il fatto di aver intralciato gli interessi imperiali di Washington e di Mosca. C’è l’evoluzione di un capitalismo sempre più predatorio, sempre più oligopolista, che accumula ricchezze sempre maggiori nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone. Per un capitalismo di questo genere, la democrazia, la libertà e lo stato di diritto sono un intralcio. E l’Europa rimane l’ultimo ostacolo da abbattere.

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