Nel 2022 Azadeh scese in piazza che non aveva ancora 18 anni, e i segni li porta addosso. Per ora se ne sta a guardare, niente affatto sorpresa dalle nuove proteste che attraversano il suo Paese. «L’Iran è come un pantalone che ti va stretto: cuci un buco e se ne apre un altro», ci scrive da Teheran. Domenica scorsa l’ennesimo tracollo del rial — 1,5 milioni per un dollaro, nel 2021 erano 250mila rial per 1 dollaro — ha innescato una nuova ondata di manifestazioni, le prime dalle guerra di giugno e dalle rivolte del 2022 del movimento pro-democrazia Donna, vita, Libertà. Questa volta si sono mossi per primi i bazaari, i commercianti tradizionalmente vicini al mondo conservatore, e in particolare i venditori di telefoni legati all’import di materiale elettronico, diventato insostenibile con il crollo della valuta: hanno chiuso i negozi e si sono messi a marciare nel centro della capitale.
Le proteste si sono rapidamente estese ad altre città, Hamedan, Isfahan, Lorestan, e alle univers…
Nel 2022 Azadeh scese in piazza che non aveva ancora 18 anni, e i segni li porta addosso. Per ora se ne sta a guardare, niente affatto sorpresa dalle nuove proteste che attraversano il suo Paese. «L’Iran è come un pantalone che ti va stretto: cuci un buco e se ne apre un altro», ci scrive da Teheran. Domenica scorsa l’ennesimo tracollo del rial — 1,5 milioni per un dollaro, nel 2021 erano 250mila rial per 1 dollaro — ha innescato una nuova ondata di manifestazioni, le prime dalle guerra di giugno e dalle rivolte del 2022 del movimento pro-democrazia Donna, vita, Libertà. Questa volta si sono mossi per primi i bazaari, i commercianti tradizionalmente vicini al mondo conservatore, e in particolare i venditori di telefoni legati all’import di materiale elettronico, diventato insostenibile con il crollo della valuta: hanno chiuso i negozi e si sono messi a marciare nel centro della capitale.
Le proteste si sono rapidamente estese ad altre città, Hamedan, Isfahan, Lorestan, e alle università. Il primo motivo è la crisi economica che ha devastato la classe media, con un’inflazione sopra il 45%, ma alle rivendicazioni economiche si uniscono richieste di un cambiamento politico profondo, nei cortei si sentono slogan come “morte al dittatore” e “né Gaza, né il Libano, do la mia vita per l’Iran” contro il sostegno a gruppi e milizie regionali. «Questo sistema criminale ha preso in ostaggio il nostro futuro, non cambierà con riforme o false promesse», scrivono gli studenti dell’Università Beheshti.
A Lordegan, in una provincia del sudovest dove prevale l’etnia Lur, le manifestazioni sono sfociate in scontri violenti con le forze di polizia e i basiji, i paramilitari responsabili della repressione di piazza. Alcuni video mostravano manifestanti radunati in strada, si sente il rumore di spari. Ci sono almeno sei vittime, tra cui un 21enne membro dei basiji, e 30 persone sono state arrestate «per disturbo dell’ordine pubblico». Secondo l’agenzia di stampa vicina ai Pasdaran, Fars, «i manifestanti hanno iniziato a lanciare pietre contro edifici amministrativi», attivisti e ong denunciano l’uso di proiettili veri.
Il presidente Usa Donald Trump è intervenuto su Truth promettendo che “se l'Iran sparerà e ucciderà in modo violento manifestanti pacifici, come sua abitudine, gli Stati Uniti accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire”. La posizione di Washington ha fatto infuriare i vertici della Repubblica islamica, che lo considerano un tentativo di sobillare le rivolte. Ali Larijani, consigliere della guida suprema Khamenei, ha intimato a Trump astenersi da qualsiasi tentativo di destabilizzare l’Iran, altrimenti sarà “caos nella regione”.
La magnitudine dello scontro politico sembra però trovare riscontro nelle dimensioni delle proteste. «Sono su una scala più ridotta rispetto a quelle del 2022, a questo stadio non hanno la forza per un cambio di regime», ragiona un osservatore iraniano che non vuole farsi identificare per ragioni di sicurezza. «La linea del governo è riconoscere, in certa misura, le ragioni dei manifestanti per non alienarsi ancora il sostegno delle persone».
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che era stato eletto con la promessa di migliorare l’amministrazione e allentare il controllo sociale, deve fare i conti con molteplici crisi — il collasso del sistema idrico, la falle di quello energetico, la corruzione, le sanzioni internazionali, la minaccia di un nuovo attacco israeliano. Con una decisione inedita, ha incontrato i rappresentanti dei manifestanti, ha consentito che la tv pubblica Irib coprisse parzialmente le manifestazioni, e ha destituito Mohammadreza Farzin, detestato governatore della banca centrale. Ma ha pochi mezzi per affrontare le cause strutturali della crisi iraniana: non controlla gli apparati di sicurezza e soprattutto non ha potere decisionale sulle questioni strategiche per esempio di politica estera, sulle quali l’ultima parola resta all’86enne guida suprema Ali Khamenei.