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In Iran, l’assedio a un regime alle corde

(afp)

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Da un lato Teheran non riesce a far rientrare le proteste contro la svalutazione record del rial, dall’altro le manifestazioni non sono ancora di massa. Ma il messaggio social di Trump nel quale promette di “correre in soccorso” degli iraniani vuole dunque essere un monito a Khamenei
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La scelta di Donald Trump di minacciare un intervento per difendere i manifestanti antiregime in Iran si spiega con il bivio di Ali Khamenei: ricorrere o meno ad un massiccio uso della forza contro le proteste che si estendono.

A sei giorni dalla rivolta dei commercianti di Teheran contro la svalutazione record del rial, decisa per fronteggiare un’inflazione che tocca il 64,2 per cento — la seconda al mondo dopo il Sud Sudan — la decisione di migliaia di studenti di unirsi alle proteste, da Teheran a Isfahan fino alla città santa di Qom, lascia intendere che il regime soffre gli eventi. Prima ha licenziato il capo della Banca Centrale, poi ha affidato al presidente Masoud Pezeshkian dei messaggi rassicuratori e quindi ha schierato la polizia religiosa — i basij — per aggredire i manifestanti, in moto o a piedi, anche con l’uso di armi. Il bilancio di almeno sette morti, 33 feriti e 119 arresti — secondo gli attivisti dei diritti umani — descrive un bilico.

Da un lato il regime non r…

La scelta di Donald Trump di minacciare un intervento per difendere i manifestanti antiregime in Iran si spiega con il bivio di Ali Khamenei: ricorrere o meno ad un massiccio uso della forza contro le proteste che si estendono.

A sei giorni dalla rivolta dei commercianti di Teheran contro la svalutazione record del rial, decisa per fronteggiare un’inflazione che tocca il 64,2 per cento — la seconda al mondo dopo il Sud Sudan — la decisione di migliaia di studenti di unirsi alle proteste, da Teheran a Isfahan fino alla città santa di Qom, lascia intendere che il regime soffre gli eventi. Prima ha licenziato il capo della Banca Centrale, poi ha affidato al presidente Masoud Pezeshkian dei messaggi rassicuratori e quindi ha schierato la polizia religiosa — i basij — per aggredire i manifestanti, in moto o a piedi, anche con l’uso di armi. Il bilancio di almeno sette morti, 33 feriti e 119 arresti — secondo gli attivisti dei diritti umani — descrive un bilico.

Da un lato il regime non riesce a far rientrare le proteste, dall’altro le manifestazioni non sono ancora di massa e, soprattutto, restano alla finestra le grandi regioni dove il dissenso contro l’uccisione di Mahsa Amini tre anni fa causò gli scontri più duri: Kurdistan e Beluchistan. Il rischio di un’accelerazione della rivolta è nel crescente numero di edifici del regime — sedi dei basij, uffici governativi e dei pasdaran — attaccati così come, sul fronte opposto, l’arrivo nelle strade dei miliziani iracheni sciiti di Katai’b Hezbollah, sembra la premessa di un maggiore uso della forza. Se infatti la repressione di tre anni fa ebbe successo grazie agli Hezbollah sciiti libanesi oggi questa milizia non può essere efficace a causa dei colpi subiti da Israele in Libano nonché per la caduta di Assad in Siria, che ha bloccato la via di terra fra Beirut e Teheran.

La Repubblica Islamica appare fragile e la possibilità che Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione, lanci una repressione massiccia è confermata dalla nomina del fedelissimo generale Ahmad Vahid a vicecapo dei Guardiani della Rivoluzione. È proprio Khamenei che dall’indomani dello smacco militare subito da Israele e Usa nella guerra dei 12 giorni ha deciso di andare all’attacco su più fronti: 490 condanne a morte, portando il totale del 2025 a ben 1870, contro il dissenso; il diktat per ripristinare l’obbligo del velo violato da una moltitudine di donne; la corsa al riarmo balistico per minacciare Israele con un diluvio di duemila missili. Questo ruolo di difensore accanito della Repubblica Islamica spiega perché i manifestanti chiamano Khamenei “Il dittatore” contrapponendogli inni per Reza Pahlavi, il figlio dello Scià rovesciato nel 1979.

Il messaggio social di Trump nel quale promette di “correre in soccorso” degli iraniani vuole dunque essere un monito a Khamenei così come, nell’ultimo giorno del 2025, il presidente Usa aveva colto l’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu per ammonire Teheran a non lanciare nuove sfide atomiche o balistiche perché l’America “è pronta a finire il lavoro” iniziato con l’attacco dei B-2 agli impianti nucleari. L’assedio di Trump a Khamenei è completato dai continui inviti a Teheran a “dialogare sul nucleare” per far comprendere agli iraniani che le sanzioni possono finire in fretta se il regime rinuncerà alla linea dura.

Ma non è tutto perché l’impegno di Trump a favore dei manifestanti è un linguaggio studiato dalla Casa Bianca per cancellare il precedente di Barack Obama che nel 2009 davanti alle grandi manifestazioni “dell’Onda Verde” contro i brogli che rielessero Mahmud Ahmadinejad alla presidenza scelse di limitare il sostegno a dichiarazioni verbali, facendo percepire a milioni di iraniani che non li avrebbe sostenuti con azioni concrete.

Saranno i prossimi giorni a dire quale corso prenderanno i moti iraniani ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che la scelta di campo compiuta da Trump pone ora gli alleati europei davanti alla necessità di sostenere l’anelito di libertà che viene da Teheran.

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