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Attacco al Venezuela, gli Usa catturano Maduro: “Processo a New York”

Attacco al Venezuela, gli Usa catturano Maduro: “Processo a New York”

Il presidente denuncia “l’aggressione americana”, ma poi viene portato via in manette. Il regime denuncia vittime civili e militari, ma è impossibile quantificare

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Sette forti esplosioni squarciano la notte di Caracas, mentre il cielo del Venezuela viene solcato da 150 tra jet ed elicotteri da guerra americani. Sono le due, le sette del mattino in Europa e nessuno ha dubbi: l’escalation tra Stati Uniti e Venezuela iniziata cinque mesi fa ha raggiunto il suo apice. È la fine di decenni di pace in America Latina. Un’operazione militare che sembra appartenere al passato, ma che segna drammaticamente il nuovo presente. È un colpo di Stato che porta direttamente la firma di Washington.

Fa in tempo a denunciarlo Nicolás Maduro che si rifugia con sua moglie Celia Rodriguez nella fortezza di Fuerte Tiunes, un complesso militare al Sud della capitale. «Inaccettabile aggressione americana», è il messaggio che il presidente riesce a fare uscire dal bunker. Pochi minuti dopo verrà arrestato e portato via dal Paese. Lo annuncerà il presidente americano quattro ore più tardi. A quel punto l’operazione sarà terminata e la Storia scritta. C’è chi sottolinea la Cabala: è il tre gennaio, lo stesso giorno, nel 1990 a Panama, Manuel Noriega esce allo scoperto e si consegna agli Usa dopo 10 giorni di assedio. Di nuovo, è il 2000 e a Baghdad un attacco Usa uccide il generale iraniano Qassem Soleimani: è lo stesso Trump a ordinare l’operazione che cambierà per sempre gli equilibri della regione.

Le prime informazioni ufficiali arrivano dal vicino governo della Colombia. Il presidente Gustavo Petro, da mesi nel mirino di Trump, denuncia «hanno attaccato il Venezuela, stanno bombardando. Il mondo stia attento» e invoca l’intervento delle Nazioni Unite. Pochi istanti dopo schiera l’esercito al confine con il Venezuela.

Le immagini postate sui social mostrano il cielo della capitale solcato dagli Stealth alzati in volo dalla base di Porto Rico e gli elicotteri CH-47 Chinhook carichi di soldati. Si ascoltano le esplosioni. Nuvole di fumo bianche e gialle illuminano vaste aree della capitale. Interi quartieri rimangono per ore senza luce.

Nel caos, alcuni evacuano, altri si chiudono in casa e si attaccano alla televisione.Una prima nota delle autorità venezuelane conferma gli obiettivi: basi militari, infrastrutture strategiche, istituzioni e simboli del potere. Colpito il Palazzo Legislativo Federale, sede del Parlamento venezuelano, fuoco sul mausoleo di Hugo Chávez, danni anche a palazzo Miraflores, sede del governo. Bombardate e disattivate la base aerea di La Carlota, la caserma di montagna di Catia La Mar, la roccaforte militare di Forte Tiuna; attaccati l’aeroporto di El Hatillo, la Base F-16 n. 3 di Barquisimeto, l’aeroporto di Charallave e la base elicotteri di Higuerote.

Tra gli obiettivi c’è anche la casa del ministro della Difesa Vladimiro López Padrino, uno degli irriducibili del regime venezuelano, l’uomo che parla con Mosca, e sulla cui testa pende una taglia dell’Fbi da 15 milioni di dollari. Per alcuni minuti c’è chi diffonde la notizia della sua morte, ma presto apparirà in video a smentire: «Non negozieremo, non ci arrenderemo e alla fine trionferemo», è il suo drammatico messaggio. Appare in tv anche la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodriguez, dopo istanti di caos in cui si diffondeva la notizia della sua fuga in Russia. È lei, in linea di potere, la designata alla presidenza ad interim.

Sono le 11 in Italia quando un post del presidente Usa conferma le indiscrezioni: «Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione in Venezuela. Il presidente Nicolás Maduro e sua moglie sono stati arrestati e trasportati fuori dal Paese. Saranno processati a New York». Dopo l’atterraggio nella città Usa, il presidente e la moglie sono stati portati nel carcere a Brooklyn.

«Le strade sono vuote, regna un silenzio spettrale. La maggior parte delle persone resta a casa a seguire la televisione di Stato: sugli schermi sfilano gli esponenti del governo che fanno appello alla fedeltà», Carlos A. Romero, professore di relazioni internazionali all’università Centrale del Venezuela risponde da Caracas, «la grande domanda è cosa succede ora. Escludo una sollevazione civile, l’intervento ha messo in luce una disparità schiacciante». Alcune decine di fedelissimi sfidano le minacce di un nuovo attacco e scendono a protestare a Miraflores.

Ci sono vittime tra i militari e tra i civili, lo dice il ministro degli Esteri Yvan Gil. Lo conferma il New York Times. Ma nessuna fonte sa quantificare. Manca l’autorità centrale a contare i corpi per strada. E su Caracas cala il buio.

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