Cos’è la dottrina Monroe invocata da Trump in Venezuela e come l’ha modificata
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Tutte le azioni del Venezuela sono una plateale violazione dei principi chiave di una politica estera americana in vigore da due secoli, la dottrina Monroe”, ha detto Donald Trump nella conferenza stampa di sabato sera sulla cattura di Nicolas Maduro. “La dottrina Monroe ha grande importanza, ma noi l’abbiamo ampliata di molto, davvero di molto”, ha aggiunto il presidente, “adesso alcuni la chiamano dottrina Donroe”.
Un’allusione alle prime tre lettere del suo nome di battesimo, che in un altro frangente potrebbe suonare come una battuta umoristica, ma che in questo caso risulta soltanto una minaccia autoreferenziale. Di certo, rispetto alla dottrina originale di duecento anni or sono, la politica intrapresa dall’attuale inquilino della Casa Bianca è andata effettivamente molto oltre, sebbene altri presidenti americani prima di lui l’abbiano citata e interpretata in diversa maniera. Ecco come è nata e cosa è diventata.
Il presidente Monroe
Il primo ad articolarla è James Mon…
LONDRA – “Tutte le azioni del Venezuela sono una plateale violazione dei principi chiave di una politica estera americana in vigore da due secoli, la dottrina Monroe”, ha detto Donald Trump nella conferenza stampa di sabato sera sulla cattura di Nicolas Maduro. “La dottrina Monroe ha grande importanza, ma noi l’abbiamo ampliata di molto, davvero di molto”, ha aggiunto il presidente, “adesso alcuni la chiamano dottrina Donroe”.
Un’allusione alle prime tre lettere del suo nome di battesimo, che in un altro frangente potrebbe suonare come una battuta umoristica, ma che in questo caso risulta soltanto una minaccia autoreferenziale. Di certo, rispetto alla dottrina originale di duecento anni or sono, la politica intrapresa dall’attuale inquilino della Casa Bianca è andata effettivamente molto oltre, sebbene altri presidenti americani prima di lui l’abbiano citata e interpretata in diversa maniera. Ecco come è nata e cosa è diventata.
Il presidente Monroe
Il primo ad articolarla è James Monroe, presidente degli Stati Uniti dal 1817 al 1825, in un discorso pronunciato davanti al Congresso americano (Camera e Senato) il 2 dicembre 1823: ma comincia a essere chiamata con il suo nome soltanto molto più tardi, nel 1850. All’epoca quasi tutte le colonie spagnole in America Latina hanno ottenuto l’indipendenza. Nel suo discorso Monroe sostiene che il Nuovo Mondo (l’America) e il Vecchio Mondo (l’Europa) devono mantenere separate sfere d’influenza: perciò qualsiasi iniziativa delle potenze europee per controllare o influenzare stati sovrani in America Latina sarebbe stata considerata una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. In pratica, è un monito al colonialismo europeo.
Bisogna tenere presente che gli Usa avevano conquistato l’indipendenza dalla Gran Bretagna da poco, nel 1776 con la “rivoluzione americana”; e che al tempo della presidenza Monroe non avevano ancora una Marina militare o un esercito in grado di impensierire le grandi potenze coloniali del vecchio continente. Nel corso del diciannovesimo secolo, di conseguenza, la dottrina Monroe viene più volte ignorata: nel 1833 la Gran Bretagna riafferma la propria sovranità sulle isole Falkland, strappandole all’Argentina; nel 1861 la Spagna riannette la Repubblica Dominicana; nel 1862 Napoleone III di Francia invade e conquista temporaneamente il Messico.
Le prime applicazioni
Paradossalmente, la prima applicazione concreta della dottrina Monroe da parte degli Stati Uniti riguarda proprio il Venezuela, che dopo avere acquisito l’indipendenza, come altri Paesi della regione, sotto la guida del rivoluzionario Simon Bolivar, nel 1895 chiede l’aiuto degli Usa, citando espressamente la dottrina Monroe, per risolvere una disputa territoriale con la Gran Bretagna. Il presidente americano Grover Cleveland minaccia Londra, Londra abbassa la cresta e il governo di Caracas mantiene così la sovranità su tutto il suo territorio. Tre anni dopo, nel 1898,Washington passa dalle parole ai fatti, intervenendo a sostegno di Cuba nella guerra d’indipendenza dell’isola caraibica contro la Spagna: la risultante guerra ispano-americana termina con un trattato di pace vantaggioso non solo per gli indipendentisti cubani, ma pure per gli Stati Uniti, a cui Madrid cede Porto Rico, le Filippine e l’isola di Guam.
Il corollario di Teddy Roosevelt
È Theodore Roosevelt, ancora prima di diventare presidente, a citare la dottrina Monroe come ragione per l’intervento a Cuba che risulta nella guerra fra Usa e Spagna. Eletto alla Casa Bianca per due mandati, dal 1901 al 1909, “Teddy” – come lo chiamano tutti – passa alla storia per la cosiddetta “politica del bastone”, derivata dal suo celebre motto: “Speak soflty and carry a big stick” (Parla sottovoce e portati dietro un grosso bastone). Nel 1904 aggiunge un suo corollario alla dottrina del predecessore Monroe, affermando il diritto degli Stati Uniti a intervenire in America Latina in caso di “flagranti illeciti e cronici disordini da parte di nazioni latinoamericane”.
I suoi avversari politici si oppongono con veemenza a un simile concetto, sostenendo che contraddice la ragione stessa della dottrina Monroe originale, il cui scopo era impedire ingerenze di Paesi europei nelle Americhe. “Con questo corollario ci arroghiamo il diritto di diventare il poliziotto del continente”, dice un senatore. “E’ un concetto che mira a fare dell’America un impero”, dice un altro. “E’ una politica estera basata sulla forza”, accusa un terzo. Parole profetiche. Roosevelt usa la rinnovata dottrina per difendere il Venezuela dal blocco navale di Gran Bretagna, Germania e talia durante il suo primo mandato presidenziale.
E fino agli anni Trenta vari suoi successori fanno buon uso della modificata dottrina Monroe per lanciare multipli interventi militari a Cuba, in Honduras, a Panama, a Haiti, nella Repubblica Dominicana e in Nicaragua. L’America centrale in particolare viene vista da Washington come il proprio “backyard”, un cortile di casa a cui estendere l’influenza, sfruttandone le risorse naturali con l’insediamento di governi amici, spesso in mano a generali o autocrati locali: quelle che saranno poi chiamate le “repubbliche delle banane” per le coltivazioni agricole in mano a multinazionali americane.
L’occupazione della Groenlandia
Durante la Seconda guerra mondiale, il presidente Franklin Roosevelt cita anche lui la dottrina Monroe per occupare militarmente la Groenlandia. L’obiettivo è impedire che venga usata dalla Germania, dopo l’occupazione nazista della Danimarca, di cui l’immensa isola semi disabitata nella regione artica è un territorio autonomo. Dopo la guerra, le forze Usa rimangono in Groenlandia e il governo di Copenaghen abbandona i tentativi di costringerle ad andarsene. Nel 1949 entrambi i Paesi entrano nella Nato e Washington mantiene una importante base militare in Groenlandia. Corsi e ricorsi della storia: ora l’isola dei ghiacci è nel mirino di Trump che, per ragioni economiche (risorse minerarie) e strategiche (le rotte sull’artico), dice di volerla annettere.
Dopo l’intervento americano in Venezuela di questi giorni, a Copenaghen si comincia a temere che Trump possa fare lo stesso in Groenlandia, trovando il modo di giustificarlo anche lì con la dottrina Monroe, ovvero con l’indebita influenza di altri Paesi, in questa occasione la Danimarca, nel continente americano.
La guerra fredda
La dottrina Monroe torna di attualità durante la guerra fredda. Negli anni Sessanta è un presidente democratico, John Kennedy, che la cita per tentare di rovesciare la rivoluzione comunista di Fidel Castro a Cuba, in precedenza governata da un generale corrotto, Fulgencio Batista, fedele a Washington; e di nuovo Kennedy ne fa uso nella “crisi dei missili”, quando l’installazione a Cuba di missili nucleari da parte dell’Unione Sovietica, alleata e protettrice di Castro, rischia di scatenare la terza guerra mondiale.
Negli anni Settanta è il presidente repubblicano Richard Nixon, coadiuvato dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger e dalla Cia, ad aiutare il generale Pinochet a rovesciare con un golpe militare il governo del socialista Salvador Allende,democraticamente eletto in Cile. Washington offre un sostegno analogo ad altri regimi totalitari e militari di destra in America del Sud, dall’Argentina al Brasile al Paraguay. Negli anni Ottanta è il presidente repubblicano Ronald Reagan a usare la dottrina Monroe per organizzare un esercito clandestino contro il governo filocubano insediatosi in Nicaragua con la rivoluzione sandinista e con operazioni clandestine analoghe o assistenza fornita dalla Cia in Salvador e Guatemala.
Il dejà vu di Panama
E poi, a guerra fredda finita, dopo che è crollato il muro di Berlino e mentre sta per crollare l’Urss, nel dicembre 1989 il presidente George Bush senior esercita a sua volta la dottrina Monroe ordinando l’invasione di Panama per catturare il suo presidente-dittatore, Manuel Noriega, accusato di traffico di droga, trasportato in Florida e condannato a 40 anni di prigione. Una vasta operazione militare che oggi sembra il dejà vu dell’attacco al Venezuela per catturare Maduro e che, come oggi per il Venezuela, suscita condanne dell’Onu e del partito democratico negli Usa quale violazione del diritto internazionale e delle stesse leggi americane.
Con due importanti differenze. La prima è che Panama è un piccolo Paese, con appena 2 milioni e mezzo di abitanti; il Venezuela è grande due volte la Germania, con una popolazione di 30 milioni di persone, dunque assai più difficile da controllare, per influenzarne gli equilibri o per “governarlo”, come Trump ha detto di volere fare in una fase di “transizione”.
La seconda differenza è che nel 1989 gli Stati Uniti cogestivano ancora il canale di Panama insieme alle autorità locali e avevano già in loco importanti infrastrutture militari e civili, mentre in Venezuela, dopo la rivoluzione di Hugo Chavez che nazionalizzò l’industria petrolifera Usa, non hanno niente, nemmeno l’ambasciata, chiusa durante l’era Maduro, a parte qualche agente della Cia e informatori del luogo.
La dottrina “Donroe”
Donald Trump aveva già citato più volte la dottrina Monroe nei confronti del Venezuela durante il suo primo mandato presidenziale (2016-2020), affermando che l’espansione economica della Cina e l’assistenza della Russia rappresentavano un’ingerenza esterna sul Venezuela secondo la formula escogitata per primo da un presidente americano di due secoli prima. Ma durante la campagna per la Casa Bianca del 2024, il candidato repubblicano promette che lui, una volta eletto, le guerre non solo non le avrebbe fatte, avrebbe anche messo fine a quelle in corso: non per nulla è stato Trump a decidere il ritiro americano dall’Afghanistan, anche se poi ha fortemente criticato il modo caotico in cui il suo successore Joe Biden l’ha effettuato.
È con la nuova National Security Strategy formulata nel suo secondo mandato, tuttavia, che Trump esorta apertamente l’America a “riaffermare e fare rispettare la dottrina Monroe, per ristabilire la preminenza americana nell’emisfero occidentale”. Il medesimo documento definisce tale affermazione come “il corollario Trump” alla dottrina Monroe. Gli esperti di politica estera lo riassumono come il desiderio di spartire il mondo in aree di influenza tra America, Russia e Cina, le tre maggiori potenze nucleari del pianeta. L’attacco di questo fine settimana al Venezuela, anticipato dai raid contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti, ne rappresenta la prima applicazione pratica su larga scala. Ma nella conferenza stampa in cui ha rivelato alcuni dettagli dell’operazione, il presidente non ha escluso iniziative simili contro Cuba, Messico e altri Paesi latinoamericani.
“Ci eravamo quasi dimenticati della dottrina Monroe”, aveva detto Trump in novembre. “Era molto importante, ma ce l’eravamo dimenticata. Ora non la dimenticheremo. In base alla nostra nuova strategia per la sicurezza nazionale, il dominio americano sull’emisfero occidentale non verrà mai più messo in discussione”. E sabato sera, parlando ai giornalisti nella sua residenza di Mar-a Lago a conclusione dell’attacco a Caracas, ha rincarato la dose: “Il Venezuela dava ospitalità ai nostri avversari e si procurava armi offensive, oltre ad avere confiscato e venduto i nostri beni petroliferi. Tutte queste azioni erano in chiara violazione dei principi chiave di una politica estera americana stabilita più di due secoli fa, la dottrina Monroe. Ora noi l’abbiamo ampliata di molto, davvero di molto. Alcuni ora la chiamano dottrina Donroe”.
Dopo avere messo il suo nome sul Kennedy Center di Washington, insomma, Trump lo mette anche sulla politica del 1823 del presidente Monroe. Vedremo con quali conseguenze, per il Venezuela, per gli Stati Uniti, per l’emisfero occidentale e per il mondo.