Diosdado Cabello, chi è il ministro di Maduro a capo della macchina della repressione in Venezuela
di Alessia CanditoDopo la cattura del presidente Nicolás Maduro, è stato il primo a mostrarsi, il primo a parlare. Caschetto in testa, giubbotto antiproiettile addosso, una squadra dell’élite della polizia alle spalle, Diosdado Cabello, dalle strade vicino a Miraflores ha assicurato: “La situazione è tranquilla, abbiamo appena fatto un pattugliamento”. Traduzione: il potere è ancora nelle nostre mani, non ci sono sollevazioni, né manifestazioni.
“Venezuelano, bolivariano, rivoluzionario e chavista radicale”, si definisce lui. Per tutti, è la faccia dura del regime, quello che tutto sa, molto controlla e decide. Di certo, pesa. Lo sa e lo mostra. Fare la faccia cattiva gli piace anche, come mostrato negli anni nel programma tv El mazo dando, personalissima tribuna sulla tv di Stato. Gran parte del sistema repressivo, dalla polizia alle milizie civili (colectivos) o paramilitari, dipende da lui. Che molto del futuro assetto del Venezuela dipenda da quello che lui deciderà di fare, è una delle pochissime…
Dopo la cattura del presidente Nicolás Maduro, è stato il primo a mostrarsi, il primo a parlare. Caschetto in testa, giubbotto antiproiettile addosso, una squadra dell’élite della polizia alle spalle, Diosdado Cabello, dalle strade vicino a Miraflores ha assicurato: “La situazione è tranquilla, abbiamo appena fatto un pattugliamento”. Traduzione: il potere è ancora nelle nostre mani, non ci sono sollevazioni, né manifestazioni.
“Venezuelano, bolivariano, rivoluzionario e chavista radicale”, si definisce lui. Per tutti, è la faccia dura del regime, quello che tutto sa, molto controlla e decide. Di certo, pesa. Lo sa e lo mostra. Fare la faccia cattiva gli piace anche, come mostrato negli anni nel programma tv El mazo dando, personalissima tribuna sulla tv di Stato. Gran parte del sistema repressivo, dalla polizia alle milizie civili (colectivos) o paramilitari, dipende da lui. Che molto del futuro assetto del Venezuela dipenda da quello che lui deciderà di fare, è una delle pochissime cose su cui opposizione e sostenitori del chavismo sono d’accordo.
Formazione militare alle spalle, da sempre uomo d’ordine, con grandi leve nel Psuv, il partito fondato dopo la prima elezione di Hugo Chàvez per provare a canalizzare il movimento che a sostegno del “comandante” si era creato, Cabello nel corso della sua carriera politica ha ricoperto ogni genere di incarico: governatore, più volte ministro, vicepresidente, presidente del Conatel (Ente nazionale telecomunicazioni) e dell’Assemblea costituente. Sulla sua testa pende una taglia da 25 milioni di dollari messa dall’amministrazione Trump, ma anche in Europa ha più di qualche guaio: è stato sottoposto a sanzioni per attività finanziarie sospette e riciclaggio di denaro.
Accanto a Hugo Chàvez all’epoca del tentato golpe del ’92, Cabello è parte del “processo bolivariano” dalla prima ora. Ma da sempre non a tutti gradito. Nel 2008, il deputato Luis Tascón lo ha bollato come leader della “destra interna” - etichetta che gli sta ancor addosso – e anche Cuba, a dispetto delle ottime relazioni con il governo dell’epoca, ha fatto passare quasi dieci anni prima di riceverlo. Lo stesso Chàvez, sussurrano molti, ne temeva la vasta e ramificata rete di potere che nel tempo ha saputo costruire.
Presidente ad interim nei tre giorni del tentato golpe del 2002 contro il comandante, all’epoca non ha tentato – o almeno così si dice – di rendere quella posizione permanente. Alla morte di Chàvez, era uno dei candidati alla successione, ma a spuntarla è stato Maduro. Anche per questo del cerchio magico del nuovo presidente non ha mai fatto parte. Anzi. Nei primi anni, Cabello è stato mandato anche con una certa mala grazia nella retroguardia: troppo potente, troppo conosciuto, troppo ingombrante.
Ma l’attuale ministro dell’Interno abita da troppo tempo le stanze del potere per poterne prescindere, la sua rete, oliata da incarichi distribuiti fra uomini di fiducia, continua a essere ampia e ramificata. Quando il regime ha iniziato a scricchiolare dopo le contestate elezioni del 2024, Maduro lo ha incoronato ministro dell’Interno: una mossa per coprirsi le spalle mentre si stringevano le maglie della rete repressiva. E Cabello è stato considerato l’uomo giusto al momento giusto.
Oggi che Maduro è caduto e che la neopresidente ad interim Delcy Rodriguez ha convocato la prima riunione di gabinetto, lui non fa che ripetere inviti “alla calma e all’unità di tutto il Paese”, assicura che “riporteremo indietro Nicolás (Maduro, ndr), però pochi ci credono. Ma tutti, sia nel chavismo, sia nell’opposizione, continuano a chiedersi: cosa farà davvero Diosdado Cabello?