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Gas, petrolio, terre rare e nuove rotte tra i ghiacci: ecco perché la Groenlandia fa gola

(afp)

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Torna l’ossessione del presidente Usa per l’isola più grande del mondo. Già nel 2019 ne propose l’acquisto alla Danimarca
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Ci risiamo. Donald Trump torna a focalizzare la sua attenzione sull’isola più grande del mondo, quella Groenlandia che a dispetto del suo nome – terra verde –, è ghiacciata all’80 per cento e abitata da appena 57 mila persone. Una sua ossessione già nel 2019: quando, parlando di «affare eccellente», ne propose l’acquisto alla Danimarca di cui è parte, ottenendo una reazione indignata. L’interesse si è fatto più aggressivo all’inizio del secondo mandato. Prima spedendo il figlio Don Jr. a esplorare gli umori della minuscola capitale Nuuk dove quello, in compagnia dell’attivista Charlie Kirk, poi assassinato, pagò da bere a tutti, distribuendo capellini Maga. E poi dicendolo chiaro durante il discorso sullo stato dell’Unione del marzo scorso: «Ci serve, sarà nostra in un modo o nell’altro».

Queste parole il presidente Usa le aveva pronunciate alla vigilia delle legislative organizzate in gran fretta sull’isola, proprio per meglio fronteggiare l’offensiva americana. Non a caso vennero vi…

Ci risiamo. Donald Trump torna a focalizzare la sua attenzione sull’isola più grande del mondo, quella Groenlandia che a dispetto del suo nome – terra verde –, è ghiacciata all’80 per cento e abitata da appena 57 mila persone. Una sua ossessione già nel 2019: quando, parlando di «affare eccellente», ne propose l’acquisto alla Danimarca di cui è parte, ottenendo una reazione indignata. L’interesse si è fatto più aggressivo all’inizio del secondo mandato. Prima spedendo il figlio Don Jr. a esplorare gli umori della minuscola capitale Nuuk dove quello, in compagnia dell’attivista Charlie Kirk, poi assassinato, pagò da bere a tutti, distribuendo capellini Maga. E poi dicendolo chiaro durante il discorso sullo stato dell’Unione del marzo scorso: «Ci serve, sarà nostra in un modo o nell’altro».

Queste parole il presidente Usa le aveva pronunciate alla vigilia delle legislative organizzate in gran fretta sull’isola, proprio per meglio fronteggiare l’offensiva americana. Non a caso vennero vinte da Demokraatit: il partito “social liberale” di Jans-Frederik Nielsen, il più europeista, intenzionato a ottenere il divorzio dalla Danimarca, ma solo quando sarà raggiunta anche l’autonomia economica dal Paese: non prima di 20 anni. Gli Inuit - 88 per cento della popolazione – come la pensano sulla questione lo hanno d’altronde messo in chiaro in un sondaggio pubblicato su Sermitsiaq, il maggior quotidiano locale: l’85 per cento è contro l’annessione agli Stati Uniti e solo il 6 a favore. Ciò nonostante, prima di Natale, Trump ha nominato un inviato, il fedele governatore della Louisiana, Jeff Landry.

«Geograficamente, la Groenlandia è parte del continente nordamericano», spiega Ulrik Pram Gad, politologo del Danish Institute for International Studies: «Per questo gli Stati Uniti ritengono indispensabile impedire ad altre potenze di stabilire punti d’appoggio sull’isola». A renderla particolarmente appetibile ponendola al centro di un risiko mondiale è la sua collocazione: tra Mar Glaciale Artico e Atlantico Settentrionale. Lì dove il surriscaldamento globale sta aprendo nuove rotte di navigazione. Il mitico “passaggio a nord-ovest” che potrebbe accelerare il commercio globale, scorciatoia fra Asia ed Europa, cui la Cina aspira da tempo. Tanto da aver già ipotizzato nel 2018 una “via della Seta Polare” (con sue infrastrutture lungo la via, che Washington teme possano avere uno scopo militare).

Già quest’estate, un suo viaggio “esplorativo” è andato bene: una nave cinese è approdata a Danzica da Nord attraverso una rotta che ha dimezzato i tempi rispetto a quella usuale che passa dal Canale di Suez. Pechino già afferma di voler ampliare il traffico transartico verso la Russia, per importare gas naturale liquefatto. Ipotesi che turba americani (e pure la Nato). Nella regione artica, Mosca infatti dispone di basi e sottomarini nucleari. E questo accresce il potenziale ruolo di controllore strategico della Groenlandia su quel corridoio. Certo, in quell’area gli Stati Uniti ci sono già: dal 1951, quando strinsero un accordo di difesa con la Danimarca che gli permise di costruire basi militari. Molte furono poi abbandonate. Tranne quella di Pituffik, dove un contingente di 150 uomini si occupa di rilevamenti missilistici e sorveglianza spaziale.

Altro fattore di interesse sono le risorse groenlandesi. L’isola vive principalmente di pesca, mentre il 30 per cento del suo budget è determinato dai finanziamenti ricevuti da Copenaghen. L’ex colonia, autonoma dal 1979, che può decidere delle sue risorse ma non della propria politica estera, cela nelle sue viscere 25 dei 34 minerali considerati materie prime essenziali: comprese terre rare, petrolio e gas naturale. Finora l’accesso a quelle riserve è stato limitato dai ghiacci. Ora proprio quei cambiamenti climatici - che pure l’inquilino della Casa Bianca continua a negare - potrebbero rendere le cose più facili. Permettendo, con lo scioglimento sempre più rapido dei suoi ghiacciai, di accedere a quei tesori nascosti. Minerali critici proprio per la transizione energetica essenziale nel pieno di un’emergenza climatica di cui la Groenlandia è epicentro, visto l’incessante scioglimento della sua calotta.

Alla sua industria mineraria mancano però infrastrutture essenziali. Per svilupparla servono forti investimenti. Anche per questo, il premier Nielsen si dice «pronto a fare accordi con gli americani, ma attraverso i canali preposti e nel rispetto delle leggi internazionali».

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