“Dietro le mire Usa sulla Groenlandia ci sono le ricchezze del sottosuolo e un nuovo colonialismo”
di Anna Lombardi«Che la Groenlandia sarebbe tornata nel mirino di Trump era chiaro fin da novembre: quando ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale Usa affermando il ripristino della preminenza americana nell’emisfero occidentale. L’isola, insiste, è essenziale agli Stati Uniti. Ma sui motivi resta vago. E questo, temo, cela ben altro». Marc Lanteigne è il politologo canadese esperto di “diplomazia artica” che insegna all’Università della Norvegia e a Ilisimatusarfik, quella della Groenlandia. È direttore di Over the Circle, rivista online dedicata a quella specifica regione.
Cosa c’è dietro le pretese aggressive di Trump?
«Di sicuro le ragioni di sicurezza nazionale su cui insiste tanto, i pericoli costituiti da Cina e Russia, non hanno molto senso: gli americani hanno già una base militare a Pituffik. E poi hanno un accordo di difesa con la Danimarca e cooperando con la Nato hanno libero accesso a quell’area».
Li attrae la ricchezza del sottosuolo?
«La Groenlandia ha grandi ricch…
«Che la Groenlandia sarebbe tornata nel mirino di Trump era chiaro fin da novembre: quando ha pubblicato la nuova Strategia per la sicurezza nazionale Usa affermando il ripristino della preminenza americana nell’emisfero occidentale. L’isola, insiste, è essenziale agli Stati Uniti. Ma sui motivi resta vago. E questo, temo, cela ben altro». Marc Lanteigne è il politologo canadese esperto di “diplomazia artica” che insegna all’Università della Norvegia e a Ilisimatusarfik, quella della Groenlandia. È direttore di Over the Circle, rivista online dedicata a quella specifica regione.
Cosa c’è dietro le pretese aggressive di Trump?
«Di sicuro le ragioni di sicurezza nazionale su cui insiste tanto, i pericoli costituiti da Cina e Russia, non hanno molto senso: gli americani hanno già una base militare a Pituffik. E poi hanno un accordo di difesa con la Danimarca e cooperando con la Nato hanno libero accesso a quell’area».
Li attrae la ricchezza del sottosuolo?
«La Groenlandia ha grandi ricchezze minerarie. E con la Cina che detiene quasi il monopolio su molte terre rare, è possibile che vogliano avere accesso a materiali ormai motivo di sfide geopolitiche. Ma c’è dell’altro».
Cioè?
«Gli Stati Uniti stanno tornando a quell’idea colonialista del XIX secolo, per cui essere una grande potenza significava avere zone cuscinetto formate da tanti Stati piccoli e asserviti. Temo che la Groenlandia rientri in un disegno del genere. Così come il Canada, Panama e pure il Venezuela. Stati intermedi con la funzione di smorzare conflitti tra imperi rivali »
Trump potrebbe intraprendere un’azione militare per impossessarsi della Groenlandia?
«Lui è imprevedibile, ma un’azione militare creerebbe un conflitto strategico tra due Paesi membri della Nato, sarebbe un incidente molto grave. Ritengo piuttosto che ci saranno nuove pressioni economiche e diplomatiche sulla Danimarca. Con gli Usa a insistere con la Groenlandia che sarà più sicura se protetta direttamente da loro. Non credo che la spunteranno, però. La popolazione non ne vuol sapere. E nemmeno la Danimarca».
Com’è l’atmosfera a Nuuk?
«Pesante. C’è molta preoccupazione, il timore è quello di diventare solo una merce contesa fra grandi potenze».
Che fare?
«Il premier groenlandese si è detto disponibile al dialogo. Spera di poter negoziare con Trump soprattutto in ambiti di cooperazione economica. Ma si discute da tempo di miniere e attività statunitensi. Finora ci si è limitati alle chiacchiere».
E l’Europa?
«I governi europei sono già schierati al fianco di Copenaghen, ma l’Unione europea ha un peso limitato: la Groenlandia ha lasciato la Comunità europea molti anni fa. L’espansionismo di Trump è però un problema anche per la Nato e per il Consiglio Artico. È interesse di tutti trovare soluzioni pacifiche».