NEW YORK – Mezzogiorno è passato da poco, quando il giudice Alvin Hellerstein domanda: «Nicolás Maduro Moros, come si dichiara?». Quello che fino a sabato era il dittatore intoccabile del Venezuela, ma adesso veste l’arancione dei detenuti, si alza con gestualità pesante dalla sua sedia e risponde: «Sono innocente. Io non sono colpevole. Sono un uomo per bene. E sono ancora il presidente costituzionale del mio paese». Poco dopo, uscendo dall’aula del tribunale di Manhattan dove si giocherà il suo destino, ma forse anche quello della nuova dottrina interventista e predatoria di Donald Trump, lancia la sfida: «Sono un prigioniero di guerra».
L’alba si sta affacciando nel gelido cielo di Manhattan, quando i giornalisti si mettono in fila per entrare nel tribunale federale al numero 500 di Pearl Street e partecipare alla prima udienza del caso 11-CR-205, USA v. Maduro Moros. Pochi, per la verità, almeno facendo il paragone con quanti avevano affollato la corte statale a poche strade di di…
NEW YORK – Mezzogiorno è passato da poco, quando il giudice Alvin Hellerstein domanda: «Nicolás Maduro Moros, come si dichiara?». Quello che fino a sabato era il dittatore intoccabile del Venezuela, ma adesso veste l’arancione dei detenuti, si alza con gestualità pesante dalla sua sedia e risponde: «Sono innocente. Io non sono colpevole. Sono un uomo per bene. E sono ancora il presidente costituzionale del mio paese». Poco dopo, uscendo dall’aula del tribunale di Manhattan dove si giocherà il suo destino, ma forse anche quello della nuova dottrina interventista e predatoria di Donald Trump, lancia la sfida: «Sono un prigioniero di guerra».
L’alba si sta affacciando nel gelido cielo di Manhattan, quando i giornalisti si mettono in fila per entrare nel tribunale federale al numero 500 di Pearl Street e partecipare alla prima udienza del caso 11-CR-205, USA v. Maduro Moros. Pochi, per la verità, almeno facendo il paragone con quanti avevano affollato la corte statale a poche strade di distanza, che aveva condannato Trump per il reato con cui aveva comprato il silenzio della porno star Stormy Daniels. E nessun manifestante, pro o contro l’ex dittatore di Caracas. Ma sarà l’ora o il freddo.
Maduro arriva in elicottero dal carcere di Brooklyn insieme alla moglie Cilia Flores, poco dopo le sette. Nel corridoio dell’edificio si formano due file per l’attesa, una riservata ai giornalisti e una al pubblico. Clyde Lederman avrà intorno a vent’anni ma veste come Perry Mason. Studia Legge alla Cornell University, Ivy League, e spiega di essere interessato al diritto internazionale: «Ho due problemi con questo processo. Il primo riguarda la sua legittimità e le modalità dell’arresto, perché Maduro può invocare l’immunità in quanto capo di Stato. Il secondo la sostanza dell’incriminazione».
Dietro a lui si fa avanti un ragazzo trentenne, che lo attacca: «Sai di cosa parli? Non è così. Maduro non ha diritto all’immunità, perché le corti americane hanno già stabilito che non è il presidente legittimo del Venezuela. Il giudice deve solo accertare che l’imputato sia in aula, non come, e gestire il dibattimento sui capi d’accusa». Il ragazzo rivela di chiamarsi Nizar El Fakih, avvocato venezuelano che ha studiato ad Harvard e ha difeso prigionieri politici di Maduro tipo Yon Goicoechea, prima di essere costretto a rifugiarsi a Washington. «L’atto di incriminazione - ammette - ha alcuni limiti, che non rivelo per non aiutare Maduro. Però l’inchiesta che c’è dietro è solida, anche grazie alla collaborazione del suo ex braccio destro Hugo Carvajal, detto “El Pollo”. Mi dispiace che il processo non riguardi le violazioni dei diritti umani, ma è colpevole di narcotraffico e la giuria lo riconoscerà». Nizar però non ama Trump: «Invece di favorire la transizione democratica nel mio paese, cerca di accordarsi con quanto resta del regime, purché faccia come dice lui e gli dia accesso al petrolio. Se finirà così sarò deluso e i venezuelani non lo accetteranno».
Verso le undici e mezza ci fanno salire nell’aula dove le telecamere a circuito chiuso riprendono la scena della prima audizione. Alle dodici in punto Maduro entra da una porta laterale, senza manette ma con i piedi incatenati. Pantaloni beige e la maglietta arancione, sotto a una maglia blu. Lo difendono gli avvocati David Wikstrom e Barry Pollack, che aveva assistito Julian Assange. Subito dietro la moglie Cilia Flores, rappresentata da Mark Donnelly. Quando Hellerstein gli chiede di confermare l’identità, Nicolas cerca di farne un comizio: «Sono il presidente costituzionale della repubblica bolivariana del Venezuela. Sono stato sequestrato in casa mia con un’operazione militare, mi considero prigioniero di guerra e mi appello alle convenzioni di Ginevra e Vienna». Nonostante i suoi 92 anni Hellerstein, nominato da Bill Clinton, risponde veloce: «Avremo tempo per questo. Ora mi serve solo l’identità». Stessa storia con Cilia, che si presenta come «primera dama del Venezuela». Maduro prende appunti e chiede di poterli conservare. Permesso accordato.
Il giudice legge i quattro capi d’accusa: cospirazione per produrre e distribuire sostanze stupefacenti, a vantaggio di un’organizzazione terroristica; traffico di cocaina negli Usa; uso di mitra e bombe in violazione delle leggi americane. «Innocenti», rispondono i due imputati, anche se non hanno ancora letto l’intera incriminazione. Il giudice riassume i loro diritti, gli avvocati rinunciano a chiedere il rilascio su cauzione, per ora. Nicolás però ha bisogno di assistenza medica, mentre Cilia ha una costola fratturata, effetto del «rapimento». La seduta procedurale si chiude alle 12 e 32 minuti, con l’impegno a ritrovarsi il 17 marzo, forse per stabilire il calendario del processo.
Fuori dal tribunale sono arrivati manifestanti dei due schieramenti, che si fronteggiano: “Stop alla guerra illegale contro il Venezuela”, recita un cartello; “Maduro dittatore criminale”, un altro. Solo un terzo degli americani, secondo Reuters, ha approvato il raid. Giusto per ricordare che questo sarà un processo politico, prima che legale.