✕

Caracas ridotta alla fame ma quell’azione è illegale

(reuters)

Ascolta l'audio

I trionfalismi per la fine del regime sono esagerati. La storia insegna che è più facile rovesciare un governo che darne uno migliore
4 minuti di lettura

L’ultima volta che sono stato in Venezuela, nel 2019, ho visto bambini ridotti alla fame per colpa della cleptocrazia presieduta da Nicolás Maduro. A La Dolorita, una baraccopoli povera e violenta di Caracas, incontrai una bambina di 5 anni tutta emaciata: sua madre mi disse che Alaska, così si chiamava la piccola, che pesava neanche 12 chili ed era vicina a morire di malnutrizione, era stata mandata via da quattro ospedali perché non c’erano letti disponibili. Un’altra madre singhiozzava raccontando che la sua bambina di 8 mesi, Daisha, era morta dopo essere stata rifiutata da tre ospedali. Molti americani non riescono a capire fino a che punto arrivasse la brutalità e l’incompetenza della dittatura di Maduro, e quanto abbia sofferto la popolazione. Gli sgherri del regime torturavano, stupravano e uccidevano nell’impunità e la gente normale perdeva i propri figli a causa di un malgoverno dagli effetti tragici, mentre i funzionari del regime vivevano nel lusso e nell’ostentazione, per…

L’ultima volta che sono stato in Venezuela, nel 2019, ho visto bambini ridotti alla fame per colpa della cleptocrazia presieduta da Nicolás Maduro. A La Dolorita, una baraccopoli povera e violenta di Caracas, incontrai una bambina di 5 anni tutta emaciata: sua madre mi disse che Alaska, così si chiamava la piccola, che pesava neanche 12 chili ed era vicina a morire di malnutrizione, era stata mandata via da quattro ospedali perché non c’erano letti disponibili. Un’altra madre singhiozzava raccontando che la sua bambina di 8 mesi, Daisha, era morta dopo essere stata rifiutata da tre ospedali. Molti americani non riescono a capire fino a che punto arrivasse la brutalità e l’incompetenza della dittatura di Maduro, e quanto abbia sofferto la popolazione. Gli sgherri del regime torturavano, stupravano e uccidevano nell’impunità e la gente normale perdeva i propri figli a causa di un malgoverno dagli effetti tragici, mentre i funzionari del regime vivevano nel lusso e nell’ostentazione, per esempio scolandosi whisky costosi nell’albergo in cui dormivo.

Il Venezuela ha le riserve di petrolio più grandi del mondo e nel 2000 aveva un tasso di mortalità infantile più basso del Perù, del Brasile e della Colombia; ora la mortalità infantile è più alta che in tutti questi paesi, il che significa che ogni anno migliaia di bambini muoiono senza alcuna necessità. È vero che le sanzioni americane hanno aggravato le sofferenze della popolazione (e mi sono già pronunciato contro queste sanzioni generiche), ma la ragione fondamentale sta nella venalità e nell’inettitudine del regime. È naturale, quindi, che molti venezuelani festeggino la caduta di Maduro. «Siamo liberi», ha detto una donna venezuelana in Cile alla Reuters dopo la rimozione di Maduro, lo scorso sabato. «Siamo tutti felici che la dittatura sia caduta e che il paese sia libero». Posso capire l’euforia, ma temo che il trionfalismo sia esagerato. È vero che Maduro è stato un disastro per il Venezuela e per l’intera regione, con quasi 8 milioni di rifugiati che sono scappati dal paese. Ed è vero che sembra aver vinto in modo fraudolento le elezioni del 2024. Ma l’operazione del presidente Donald Trump per rimuoverlo dal potere appare illegale, e non è affatto chiaro se il regime in sé resterà in sella o se la vita migliorerà per i normali cittadini. Irrompere in un paese per arrestare un delinquente, uccidendo nell’operazione almeno 80 persone, a quanto si sa, non è un precedente che vogliamo veder replicato da altri.

Sono a Taiwan mentre scrivo questo articolo, e qualcuno si chiede se il presidente cinese Xi Jinping prenderà ispirazione dall’azione di Trump. Francamente ne dubito: quello che tiene a freno Xi a mio parere è un calcolo militare, non scrupoli di legalità. Ma resta vero che il mondo funziona meglio quando gli Stati Uniti promuovono un ordine internazionale fondato sulle regole, invece della legge della giungla raccontata da Tucidide 2.500 anni fa: «I forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono quello che devono». Trump avrebbe potuto cercare di fornire una giustificazione legale per l’incursione dicendo di avere l’autorizzazione del legittimo presidente del Venezuela, Edmundo González, il vincitore apparente dell’elezione del 2024. Gli Stati Uniti, anche sotto il presidente Joe Biden, riconoscevano González come il vero presidente eletto del Venezuela, perciò avrebbe potuto costituire un’utile foglia di fico per i giuristi. Ma Trump è stato sprezzante verso le forze democratiche rappresentate da González e María Corina Machado, la leader dell’opposizione e vincitrice del Nobel per la pace.

Invece, in una conferenza stampa, sabato, il presidente americano ha affermato che saranno gli Stati Uniti a «governare il paese». Più che la democrazia venezuelana e i diritti umani, all’inquilino della Casa Bianca sembrava stare a cuore il controllo del petrolio del paese. «Saremo presenti in Venezuela per quanto concerne il petrolio», ha dichiarato.Sono tutte cose che dovrebbero allarmare. Dal punto di vista militare e di intelligence l’operazione è stata condotta in modo magistrale, ma gli aspetti legali e politici fanno paura, e tutto questo promette male per il futuro del paese. La vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, rimane al suo posto e ha assunto le funzioni di presidente. I collaboratori di Trump sembrano pensare di poter controllare il Venezuela per suo tramite, ma per il momento lei non sembra avere tutta questa smania di essere la loro tirapiedi. «Se c’è qualcosa che i venezuelani non saranno mai è schiavi», ha detto, definendo l’attacco contro il suo paese un’azione «barbara» e un «sequestro illegale». È vero che Delcy Rodríguez nella sua carriera politica si è mostrata più pragmatica e maggiormente attenta al benessere dei cittadini rispetto a Maduro (ci vuol poco), ma in ogni caso non è chiaro quanta autonomia decisionale abbia. Il Venezuela è diretto da una nidiata di alti funzionari della sicurezza sostenuti da sicari cubani e non si capisce bene perché questi dovrebbero scegliere di rinunciare al potere. Se la Rodríguez resiste, che succederà?

Trump lascia intendere che potrebbe esserci una «seconda ondata» di attacchi. «Non abbiamo paura di schierare i soldati», ha detto, ma invece dovrebbero. Mandare una forza d’invasione a occupare il Venezuela, che ha una superficie grande più o meno il doppio della California, richiederebbe uno sforzo enorme; l’Afghanistan e l’Iraq dovrebbero insegnarci un po’ di prudenza. Una lezione fondamentale degli interventi militari del dopoguerra è che bisogna diffidare dei leader che si affrettano a celebrare missioni compiute: rovesciare un governo è sempre più facile che assicurarne uno migliore. Mentre ascoltavo Trump annunciare trionfante le sue intenzioni di governare il paese e controllare il petrolio venezuelano, mi è tornata in mente una volta in cui mi trovai in mezzo a scontri di piazza a Caracas, nel 2002. Stavo intervistando la gente che prendeva parte a una gigantesca manifestazione in favore di Chávez, che fronteggiava un’altra folla enorme dall’altro lato della strada, questa composta, all’apparenza, da antichavisti. Si sentivano colpi di arma da fuoco, c’erano lanci di bottiglie e la polizia che sparava lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Mi incuneai dall’altra parte per intervistare quelli del gruppo opposto, e scoprii che erano chavisti pure loro. Due folle inferocite, che non sapevano di essere dalla stessa parte, cercavano di farsi largo in mezzo ai lacrimogeni per massacrarsi a vicenda. Il Venezuela è così, una palude indecifrabile. Mettete via lo champagne, quindi, perché quella scena nelle strade di Caracas fa pensare al terreno infido e pericoloso in cui ci ha sbarcati la diplomazia delle cannoniere di Trump.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

Leggi i commenti