✕

Al confine del Venezuela tra i gruppi armati: “Cacceremo gli yankee”

(reuters)

Ascolta l'audio

L’Eln e i dissidenti delle Farc aspettano le mosse di Washington. L’ex ministro Paredes: “Trafficano droga protetti dal regime”
3 minuti di lettura

VILLA DEL ROSARIO (CÚCUTA) – Il muro bucherellato del Comando de Atención Immediata a Villa del Rosario, l’ultima municipalità colombiana prima del ponte Simon Bolivar che conduce in Venezuela, è un monito per tutti. Per chi passa, per chi arriva, per chi resta. E anche per il progetto predatorio che Donald Trump ha lanciato sull’America Latina.

La notte di un mese fa questa stazione della polizia è stata assaltata a colpi di fucile, diversi poliziotti sono rimasti feriti. Contemporaneamente, a Cúcuta due bombe sono esplose per strada, uccidendo due agenti di pattuglia in motocicletta. Per le autorità locali, entrambi i fatti hanno un unico responsabile: il fronte urbano dell’Ejército de liberación nacional (Eln), i guerriglieri marxisti-leninisti sostenitori della rivoluzione cubana che da sessant’anni sono in lotta armata con lo Stato colombiano.

Sono gli stessi che, il giorno dopo il blitz americano a Caracas e la cattura di Maduro, hanno fatto un appello a «tutti i patrioti», si…

VILLA DEL ROSARIO (CÚCUTA) – Il muro bucherellato del Comando de Atención Immediata a Villa del Rosario, l’ultima municipalità colombiana prima del ponte Simon Bolivar che conduce in Venezuela, è un monito per tutti. Per chi passa, per chi arriva, per chi resta. E anche per il progetto predatorio che Donald Trump ha lanciato sull’America Latina.

La notte di un mese fa questa stazione della polizia è stata assaltata a colpi di fucile, diversi poliziotti sono rimasti feriti. Contemporaneamente, a Cúcuta due bombe sono esplose per strada, uccidendo due agenti di pattuglia in motocicletta. Per le autorità locali, entrambi i fatti hanno un unico responsabile: il fronte urbano dell’Ejército de liberación nacional (Eln), i guerriglieri marxisti-leninisti sostenitori della rivoluzione cubana che da sessant’anni sono in lotta armata con lo Stato colombiano.

Sono gli stessi che, il giorno dopo il blitz americano a Caracas e la cattura di Maduro, hanno fatto un appello a «tutti i patrioti», sia colombiani che venezuelani, per combattere «contro i piani imperialisti degli Stati Uniti nei confronti dei popoli del Global South». E anche per difendere, come raccontano varie inchieste giornalistiche, il primo dei loro interessi: il controllo del narcotraffico.

A Cúcuta la domanda è la stessa che si pongono a La Guajira e ad Arauca, i dipartimenti lungo la frontiera dove è fitta, e asfissiante, la presenza dell’Eln e dei suoi rivali, i dissidenti delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) che nel 2016 hanno rifiutato di consegnare le armi nonostante sia stato raggiunto l’accordo di pace. E la domanda è: quanto sangue scorrerà? Quale sarà la risposta della guerriglia più antica e longeva dell’America Latina alla dichiarata intenzione della Casa Bianca di mettere una mano su Caracas e l’altra sulle sue ricche riserve di petrolio?

«Non credo che vedremo il ritorno in massa dei gruppi armati colombiani che oggi si trovano in Venezuela, perché quel Paese è ancora sotto la cupola che aveva creato il presidente Maduro», dice a Repubblica Julio Londoño Paredes, ex ministro degli Esteri colombiano. Per sette anni, da ambasciatore a Cuba, si è trovato nella non facile posizione di negoziatore con Eln e Farc. «Il fatto che Maduro sia in una cella a Brooklyn non significa che il castrismo, il chavismo e il madurismo siano morti del tutto. Le milizie colombiane in Venezuela, insieme a colectivos paramilitari e i circoli bolivariani, sono la prima linea del sostegno al regime». E se non hanno reagito al blitz americano — è il ragionamento di questo diplomatico di lungo corso — è solo perché è stata un’operazione «rapida e sofisticata».

Misurare la consistenza numerica di Eln e degli irriducibili delle Farc non può che essere un esercizio di approssimazione, non essendoci statistiche ufficiali: secondo alcune stime abbastanza attendibili, però, per l’Ejército si parla di 3.000 miliziani, le Farc ancora combattenti sarebbero un po’ di più.

Finora non c’è stato un vero cambio del sistema di potere in Venezuela, per cui i guerriglieri che da anni si sono presi entrambi i lati della frontiera continueranno a lottare contro la Repubblica colombiana e tra di loro per il dominio di regioni come il Catatumbo, a nord di Cúcuta. È il fortino della droga, dove si concentra la filiera produttiva della cocaina (una delle “migliori” in circolazione, più del 90 per cento di purezza) che poi, tramite il cartello messicano di Sinaloa, finisce negli Stati Uniti. E dove la polizia è sotto il tiro dei cecchini e non esce dalle stazioni-bunker. «Purtroppo Eln e Farc sono ormai legati al traffico degli stupefacenti, non stanno più lottando per un ideale rivoluzionario», afferma Paredes.

È nei villaggi senza storia e senza legge del Catatumbo che il confronto tra i due gruppi armati ha introdotto, di recente, l’impiego di droni esplosivi. Lì vogliono mostrarsi, si fanno notare e fanno rumore, perché girano con le uniformi e il fucile a tracolla, hanno accampamenti e postazioni.

A Cúcuta invece, dove l’amministrazione è stata costretta a dotarsi di un sistema di difesa aerea anti-droni, i guerriglieri sono in borghese, mescolati tra la folla che gravita attorno ai tre ponti sul fiume Táchira che segna il confine con il Venezuela, o nei crocicchi lungo l’Anillo Vial occidental, la circonvallazione che cinge la città. Talvolta li vedono a confabulare con gli uomini del Tren de Aragua, la banda criminale venezuelana sempre più presente nei barrio di Cúcuta, dove la comunità dei profughi conta più di 300 mila persone.

Nell’ultimo anno si sono aggiunti, temporaneamente, circa 60 mila campesinos sfollati dal Catatombo funestato da omicidi, sparatorie e violenza. Ancora ieri, 300 ne sono arrivati da Tibu. «È il fallimento della pace totale a cui ha lavorato il presidente colombiano Gustavo Petro», dice ancora l’ex ministro Julio Londoño Paredes. «Come conseguenza si sono perfino generati ulteriori conflitti armati, non solo nel Catatumbo ma anche nel Pacifico». L’operazione su vasta scala in cui Trump ha spinto gli Stati Uniti, nel nome di una Dottrina Monroe riadattata ai desideri del tycoon, è cominciata dal Venezuela. Minaccia Colombia e Cuba. È benzina gettata su un incendio.

Leggi i commenti