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Iran, la rabbia delle piazze: “È la nostra ultima occasione”

(afp)

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Scontri e lacrimogeni nel bazar di Teheran, gli agenti assaltano un ospedale. I morti nelle manifestazioni sono già 27
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Nella notte di Abdanan piove riso. Un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo, ha svuotato i magazzini di un negozio, dicono fosse legato ai pasdaran. Lanciano i chicchi in aria: non «lo vogliamo il riso dell’elemosina», la chiamano così l’offerta che considerano misera a una popolazione infuriata per provare a tenerla buona. L’ovest curdo dell’Iran è in subbuglio, la provincia di Ilam conta morti e feriti, è il cuore delle manifestazioni che stanno attraversando il paese da dieci giorni, non l’unico a pulsare. A Teheran sono tornati in piazza i bazaari, i commercianti un tempo base elettorale della Repubblica islamica. La miccia, innescata dal crollo del rial, si era accesa proprio nei vicoli del bazar, due domeniche fa. Il governo del presidente Pezeshkian ha incontrato i negozianti, ha fatto promesse e ha provato a rimediare con una misura che restituisce la gravità dell’emergenza: 7 dollari a ogni iraniano per comprare da mangiare, pane, riso, pollo, con i prezzi schizzati…

Nella notte di Abdanan piove riso. Un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo, ha svuotato i magazzini di un negozio, dicono fosse legato ai pasdaran. Lanciano i chicchi in aria: non «lo vogliamo il riso dell’elemosina», la chiamano così l’offerta che considerano misera a una popolazione infuriata per provare a tenerla buona. L’ovest curdo dell’Iran è in subbuglio, la provincia di Ilam conta morti e feriti, è il cuore delle manifestazioni che stanno attraversando il paese da dieci giorni, non l’unico a pulsare. A Teheran sono tornati in piazza i bazaari, i commercianti un tempo base elettorale della Repubblica islamica. La miccia, innescata dal crollo del rial, si era accesa proprio nei vicoli del bazar, due domeniche fa. Il governo del presidente Pezeshkian ha incontrato i negozianti, ha fatto promesse e ha provato a rimediare con una misura che restituisce la gravità dell’emergenza: 7 dollari a ogni iraniano per comprare da mangiare, pane, riso, pollo, con i prezzi schizzati alle stelle per l’inflazione che ha superato il 45%. Non è bastato.

Ieri mattina i bazaari hanno scioperato ancora, in centinaia riuniti sotto gli archi del vecchio mercato. Le forze di sicurezza sono intervenute con lacrimogeni e gas e poi sono andati a cercarli anche negli ospedali i manifestanti feriti e in fuga. «La frutta l’abbiamo già eliminata, tra un po’ tocca alla verdura», ironizza Darya, 25 anni, da Teheran, e c’è poco da scherzare. «Questa è l’ultima occasione che abbiamo per mettere fine a questo sistema corrotto, i mullah se ne devono andare, non ci sono riforme possibili se non la democrazia, è tutto da rifare».

La rabbia disorganizzata prova a darsi un metodo, senza leader. Di sera, Darya chiama i suoi amici più stretti, prendono a girare in macchina e appena vedono «un gruppo di persone ci uniamo e cominciamo a protestare. Due sere fa c’erano troppi agenti, due ragazzi li hanno trascinati su un furgone bianco e siamo scappati. Ma il giorno dopo, eravamo di nuovo lì», a Narmak, nel nord est della capitale. A giugno lì sono piovuti i missili israeliani. Darya non teme un nuovo attacco. «In guerra ci siamo già. Gli iraniani all’estero non hanno idea di come viviamo qui, non puoi pagarti un affitto, ti arrestano per nulla».

A Kermashah la piazza si infiamma con scontri violenti, le organizzazioni per i diritti umani parlano di 27 morti tra i manifestanti in tutto il paese dall’inizio delle proteste e più di 1000 arresti. L’agenzia Fars, vicina ai pasdaran, riferisce che un agente delle forze di sicurezza è stato ucciso a Malekshahi «da arma da fuoco». Per la prima volta, anche sui media di governo compaiono immagini delle manifestazioni: negare, coprire, non funziona più. A Isfahan, precisa Fars, le persone protestano «contro i prezzi alti e contro i rivoltosi»: è la linea indicata da Khamenei, riconoscere i problemi economici, punire severamente chi mette in discussione il Sistema.

«Il metodo di governo di Teheran è giunto a un punto morto», ammette anche Saeed Laylaz, economista ed ex consigliere di Khamenei, non uno esterno al Sistema. Da un alto la rabbia sociale che monta, dall’altro le minacce di un nuovo attacco militare israeliano o americano. La Repubblica islamica è in panne. Arash, 42 anni, informatico a Teheran, non si tira indietro: «Bisogna avviare una transizione verso la democrazia». I suoi amici però se ne stanno a casa. «La repressione dopo Mahsa Amini e la crisi economica hanno esaurito le persone, amici mi dicono: ci hanno massacrati, nulla è cambiato, perché devo rischiare di farmi ammazzare?».

Le minacce di Trump e Netanyahu non aiutano, «molti non vogliono andare in piazza per non offrire pretesti a un’altra guerra contro di noi». La radio israeliana Kan dice che Netanyahu avrebbe mandato a Teheran un messaggio attraverso i russi: non vogliamo attaccare. Ma Khamenei non si fida e ieri il consiglio di Difesa iraniano ha precisato che Teheran «non si considera limitata a reagire a posteriori». Davvero valuta uno strike preventivo? Guerra di nervi, sulla pelle degli iraniani.

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