La morte a 84 anni di Aldrich Ames in un penitenziario americano consegna alla Storia la più importante spia sovietica dentro la Cia, che servì anche nell’ambasciata di Via Veneto a Roma.
Figlio di un professore di Studi sull’Asia anch’egli arruolato da Langley, Aldrich scoprì il segreto del padre quando aveva 12 anni, durante una missione in Birmania e da quel momento maturò la scelta di volerlo emulare. Ci riuscì nel 1965 tentando da quel momento, senza successo, per ben 17 anni di scalare l’Agency dal di dentro, collezionando fallimenti fino a quando nel 1983 diventò il capo dell’unità di controspionaggio della “divisione sovietica”. I controlli non identificarono il punto debole nella dipendenza dall’alcol — simile a quella del padre — così come ignorarono negli anni seguenti comportamenti che avrebbero dovuto squalificarlo, come essersi sposato in seconde nozze con una donna straniera — colombiana — che lavorava all’ambasciata di Bogotà. Il ruolo che aveva nella Cia gli diede acc…
La morte a 84 anni di Aldrich Ames in un penitenziario americano consegna alla Storia la più importante spia sovietica dentro la Cia, che servì anche nell’ambasciata di Via Veneto a Roma.
Figlio di un professore di Studi sull’Asia anch’egli arruolato da Langley, Aldrich scoprì il segreto del padre quando aveva 12 anni, durante una missione in Birmania e da quel momento maturò la scelta di volerlo emulare. Ci riuscì nel 1965 tentando da quel momento, senza successo, per ben 17 anni di scalare l’Agency dal di dentro, collezionando fallimenti fino a quando nel 1983 diventò il capo dell’unità di controspionaggio della “divisione sovietica”. I controlli non identificarono il punto debole nella dipendenza dall’alcol — simile a quella del padre — così come ignorarono negli anni seguenti comportamenti che avrebbero dovuto squalificarlo, come essersi sposato in seconde nozze con una donna straniera — colombiana — che lavorava all’ambasciata di Bogotà. Il ruolo che aveva nella Cia gli diede accesso ai segreti più riservati della Guerra Fredda: dalla rete di spie a Mosca ai collaboratori nel Patto di Varsavia fino alle operazioni clandestine. Nel 1985 decise di offrirsi all’ambasciata sovietica a Washington, inviando una lettera al capo della sede del Kgb, firmandola di proprio pugno e chiedendo 50 mila dollari per alcune rivelazioni. Per il Kgb fu una sorpresa inattesa, che portò i due uomini ad incontrarsi in un hotel di Washington per un pranzo durante il quale — fra fiumi di alcol — fu siglato un patto destinato ad entrare nella Storia dello spionaggio.
Ames era contento per essersi venduto al nemico ma temette che qualcuno dei suoi agenti potesse tradirlo. Da qui la decisione di consegnare al Kgb una valigetta di documenti stipata all’inverosimile, con le liste di tutti gli agenti in Urss, innumerevoli collaboratori ed i dettagli più top secret su numerose operazioni, dall’Asia all’America Latina. Il risultato fu immediato: dieci spie nel blocco sovietico vennero arrestate, interrogate e giustiziate, due riuscirono a scappare e l’intero network di intelligence Usa venne distrutto con il risultato di privare Washington della capacità di analisi su cosa avveniva oltre la Cortina di Ferro. Anni più tardi, nel 1995, l’allora direttore della Cia John Deutch, ammise che i segreti venduti da Ames in cambio di 2,7 milioni di dollari, avevano consentito al Kgb di beffare gli Usa, facendogli credere che l’Urss era ancora una superpotenza in grado di sfidarli mentre stava cadendo a pezzi a causa di corruzione e repressione. Servirono molti anni alla Cia per comprendere il motivo di tante spie scoperte ed eliminate, la caccia al traditore seguì più piste senza esito mentre Ames nel 1986 venne assegnato alla sede a Roma dove la dipendenza dal bere aumentò fino al punto da svenire in mezzo alla strada dopo un party.
Ma i controlli interni continuarono a non rilevare questi segnali di allarme fino a quando, nel 1989, al momento di tornare a Washington pagò 540 mila dollari in contanti per una casa e una Jaguar fiammante. Solo allora partì l’indagine interna che — come racconta il “New York Times” — venne affidata ad un giovanissimo agente che, riuscendo a mettere assieme tutti i tasselli del mosaico, portò l’Fbi ad arrestarlo il 21 febbraio del 1994.
Al momento della sentenza all’ergastolo Ames accusò la Cia di essere «una grande inganno» ai danni del popolo americano «all’unico fine di autoconservarsi» giustificando costi imponenti. La ricostruzione dei contatti avuti con i sovietici non è mai stata completa a causa dei gravi danni che la dipendenza dall’alcol aveva causato alla sua memoria. Ma nella Storia della Cia Ames resta come il traditore dimostratosi più capace di danneggiarla anche per il sistematico fallimento di riscontrare errori, inadempienze e comportamenti anomali che lo avevano distinto. Dei 23 alti funzionari di Langley responsabili di tale carenza di controllo solo 11 ricevettero una lettera di rimprovero da James Woolsey, che dirigeva la Cia il giorno in cui Ames venne condannato.